Pietro Marcello,

La bocca del lupo,

ovvero lo sguardo disincatato 

del Novecento

di Domenico Spinosa

Miglior film del 2009 Torino Film Festival per la sezione “Concorso internazionale lungometraggi”, premiato con il “Caligari” nella sezione Forum alla 2010 Berlinale, La bocca del lupo del giovane regista Pietro Marcello rappresenta, da diversi punti di vista, un’importante novità per il cinema italiano (e non solo italiano). Prima di tutto, da quello formale e linguistico. Da più voci considerato come un documentario, il film risulta invece di difficile collocazione in un genere preconfezionato. E in ciò si concretizza la scommessa dell’autore. La bocca del lupo, infatti, facendosi testimone di una certa attuale crisi del linguaggio cinematografico, incarna una possibile proposta di ripensamento del fare filmico che interessa, in particolare, il montaggio. La lunga, voluta e vera storia d’amore di Mary e Vincenzo, ci viene narrata e presentata a partire da uno sfondo fatto di immagini di repertorio, amatoriali e d’archivio, girate e realizzate a Genova nel corso del Novecento. Questo connubio di forme e figure sia del presente sia della Grande Storia, questo incontro, che ci piace quasi pensare battezzi in qualche modo anche l’unione esistenziale dei due protagonisti, non solo funziona ma ci fa pienamente dimenticare del tempo che scorre e ci lascia in toto godere di quell’esperienza estetica che ancora oggi il cinema è capace di offrici. E scopriamo così quella che potremmo definire la “secolarizzazione” del cinema, ovvero questo suo appartenerci, senza se e senza ma, come fenomeno culturale escludendo il quale risulta impossibile leggere e interpretare il Novecento. La bocca del lupo ci fa pensare proprio a questo, al portato e al senso che le immagini in movimento hanno acquisito e acquisiscono nel mondo contemporaneo. 

Di questo Novecento si può anche provare nostalgia, ma una nostalgia particolare. Una nostalgia che si fa rimpianto per un sogno rimasto tale, per un progetto che ha fatto naufragio, che ha prodotto tanta speranza e fiducia di cui rimane appena l’amaro. Esistenze-fantasma hanno albergato questo secolo che ci siamo lasciati alle spalle, esistenze che senza rimorsi, ma grazie soprattutto all’amore, sono sopravvissute nonostante intorno macerie e rovine. E poco importa se queste ci sono. Infatti si finisce ancora una volta in un bar a giocare con la vita che non si lascia comprendere e che va solo fortemente voluta e vissuta.

Tutto il film ci parla di un presente a noi sempre più sconosciuto (o invisibile) che il mare, come consuma, porta via. Un presente fatto di mani artigiane logorate dall’uso, di mani violente ma che sanno teneramente accarezzare. E qui incontriamo il “senza tempo”, quello spazio mitico che viene da lontano che fa sentire la sua presenza nel porto di una città come Genova. E forse solo come è riuscito Fabrizio De André con la musica, Pietro Marcello arriva con il cinema a scoprire le pieghe di Genova.

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