Paolo Virzì,

La prima cosa bella, ovvero la madre

di Domenico Spinosa

È difficile a volte rispondere, corrispondere, trovare dentro noi stessi forme espressive per ritornare all’immenso amore ricevuto quotidianamente dalla madre. L’amore è un dono, incommensurabile, che viene offerto alla cieca, che ha radici antichissime. Chi più ne dà, più ama in fondo la vita al di là del bene e del male. Le cose poi si complicano non poco quando tua madre è un vulcano fatto persona, improvvisa, traboccante di materialità, e tu figlio/a, semmai un po’ introverso e “testone”, ti trovi nelle condizioni di venir travolto e sconvolto come in una valanga piena di emotività che ti lascia senza parole, dove solo un abbraccio, un ballo o un film visto insieme in una vecchia sala cinematografica prende il sopravvento, unisce e vale più di mille tentati discorsi rimasti da tempo inconclusi. Ma nel momento in cui stai vivendo tali emozioni, t’accorgi che non ne sei capace. Ne resti segnato per sempre, a vita. Sì, perché è proprio la vita che in tutto ciò ne va di mezzo. E così ti sembra giusto voltarti dall’altra parte, nasconderti per rifugiarti dentro di te, sicuro di quei punti fermi che ti appiano certi. Non hai neanche più la forza e la voglia di andare al mare per tuffarsi e per rimetterti in gioco. Ti convinci che le cose più belle della vita vanno appena sognate, semmai a occhi aperti come può accadere proprio al cinema. Illusioni, quelle sì che sono autentiche. Ritornare sul latte versato, allora, diventa tortuoso, davvero pericoloso e fa quasi paura. “Ritornare” significa qui ripercorrere turbamenti facendo inevitabilmente luce tra i segni del tempo come in un’archeologia dei sentimenti. Di questo, come anche d’altro, ci parla l’ultimo film di Paolo Virzì dal titolo La prima cosa bella, dove il tutto è pensato e ambientato a Livorno attraversando gli ultimi suoi quarant’anni. Di conseguenza, per lo spettatore italiano le vicende narrate acquistano una profonda intimità. Confidenza soprattutto con lo sfondo del film, ovvero gli anni Settanta che di recente vengono riscoperti e ritornano attuali. Ecco, allora Virzì attraverso una storia familiare ci porta, visivamente e narrativamente, anche a fare i conti con quel tempo lontano che ci appare oggi quello a noi più prossimo. Quel passato che, guardandoci alle spalle, ci sembra aver caratterizzato e segnato la vita nazionale così da sentirne ancora oggi gli effetti a dir poco retorici. In un certo senso, siamo tuttora lì. Se è vero che il cinema lavora seguendo un doppio canone di rappresentazione, quello discorsivo-narrativo (per mezzo di storie fatte di azioni e personaggi) e quello visivo (per mezzo di immagini spazio-temporali, ambientazioni, volti e figure) allora La prima cosa bellafunziona. Senza eccedere, il film bene intreccia il piano narrativo e quello visivo lasciando lo spettatore piacevolmente non confuso pronto a interrogarsi di nuovo (sua inevitabile e fatale costante) alla ricerca di un centro di gravità permanente che tarda sempre ad arrivare.

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