Una laicità ‘inclusiva’

 

di Marco Ivaldo

 

 

Un aspetto essenziale della cultura del Partito democratico sarà necessariamente la concezione della laicità. A questo aspetto vorrei dedicare qualche riflessione.

Laicità si dice in molte maniere. E’ perciò opportuna in apertura una chiarificazione concettuale. Nel suo Dizionario di filosofia Nicola Abbagnano spiegava che “laicismo” (ma questo termine del filosofo salernitano esprimeva, come si vedrà, ciò che oggi si può chiamare “laicità” nel significato ammissibile anche dal credente in senso religioso) è il principio dell’autonomia delle attività umane, “cioè l’esigenza che tali attività si svolgano secondo regole proprie, che non siano ad esse imposte dall’esterno, per fini ed interessi diversi da quelli cui esse si ispirano”. Questo principio di laicità è universale e può venire a buon diritto preteso per ogni attività umana “legittima”, ovvero - così Abbagnano - “che non ostacoli, distrugga o renda impossibile le altre”. La laicità è perciò sul piano dei rapporti delle attività umane fra loro, ciò che la libertà è sul piano dei rapporti delle persone: è il limite o la misura che garantisce a quelle attività la possibilità di organizzarsi e di svilupparsi, come la libertà è il limite e la misura che garantisce una analoga possibilità di autoorganizzazione e di espansione alle relazioni fra le persone. Così compresa la laicità non è affatto una posizione irreligiosa o antireligiosa. Il Concilio Vaticano II ha una visione della laicità convergente con questa concezione, che fonda sulla nozione di “autonomia delle realtà terrene”.  

Questa concezione di laicità come autonomia delle attività umane ‘secondo i loro propri principi’  mi sembra assai produttiva per una riflessione sulla laicità oggi. Sempre a fini di chiarificazione richiamo altre due nozioni di laicità, che sono quelle più presenti nel dibattito culturale e politico. Le traggo questa volta dal Dizionario di politica di Bobbio/Matteucci/Pasquino, in particolare dalla voce “Laicismo” (però anche qui il termine è soltanto in parte adeguato) competentemente redatta da Valerio Zanone.

Una prima accezione è quella della laicità dello Stato, ovvero la affermazione della autonomia delle istituzioni statuali dalle istituzioni ecclesiastiche o religiose, e della separazione dello Stato dalla Chiesa. Laicità in questo senso significa che lo Stato (laico) non è soggetto a nessuna dottrina filosofica e religiosa, ma nemmeno all’ateismo o all’agnosticismo, che non privilegia nessuna organizzazione religiosa particolare, assicura la libertà di coscienza in materia religiosa, garantisce il libero esercizio del culto e delle attività sociali delle comunità religiose, attività che apprezza nel loro concorrere al bene comune. Questa accezione di laicità (che tuttavia richiede oggi, a mio giudizio, un amplimento qualitativo, come dirò fra breve) può venire considerata una traduzione sul piano delle istituzioni e delle relazioni politiche della accezione filosofica di laicità, prima considerata; storicamente le due concezioni di laicità sono maturate insieme nella cultura europea e possiamo rintracciare la loro genesi nel principio cristiano della differenza fra Dio e il ‘mondo’ (laicità come autonomia) e della differenza fra Dio e ‘Cesare’ (laicità politica).

Un completamento essenziale di questo discorso è, a mio giudizio, che la laicità intesa come autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica non equivale ad autonomia dalla sfera morale. Ciò significa che la libertà dell’uomo è sì libera nel configurare le sfere della realtà in cui essa si esercita (anche se naturalmente è sempre rinviata alla esistenza di condizioni concrete, variamente determinate), ma che non è affatto neutrale rispetto alla sua propria legge, cioè alla legge morale (o, se vogliamo, all’ordine morale). La legge della libertà è la legge morale: così Kant.  

L’altra nozione di laicità, messa a fuoco da Zanone, è quella di cultura laica. Questa - leggiamo - “è tributaria delle filosofie razionalistiche ed immanentiste che rifiutano la verità rivelata, assoluta e definitiva; e viceversa afferma la libera ricerca delle verità relative, attraverso l’esame critico e la discussione”. Qui, devo rilevare per parte mia, la laicità mi sembra slittare verso il laicismo (sicché il titolo della voce è per questo aspetto esatto). E’ vero che si osserva che il “laicismo non è tanto una ideologia, quanto un metodo”, “inteso allo smascheramento di tutte le ideologie”, attraverso “l’esame critico e la discussione”. Tuttavia un tale metodo non sembra almeno qui fare oggetto di esame la sua affermazione di partenza, cioè l’affermazione - pretesa come vera senz’altro - che esistono solo verità relative. Ciò che il laicismo (inteso nel senso ora evidenziato, e che comunque non si identifica con la variegata “cultura laica”) esclude è in definitiva l’esistenza di una verità eccedente l’orizzonte della pratica argomentativa o i contesti culturali ed etici entro cui l’argomentazione si istituisce; avremmo perciò solo verità relative e particolari, nessuna verità assoluta e universale. Orbene, a parte mettere in evidenza la contraddizione (performativa) di affermare soltanto (cioè assolutamente) l’esistenza di verità relative,  si potrebbe osservare che in realtà la posizione di una verità che trascende l’argomentazione e il contesto (e/o le argomentazioni e i contesti) è ciò che rende possibile il libero esame di verità relative e particolari, che possono venire riconosciute e trattate come tali, cioè come relative e particolari, perché abbiamo l’idea di qualcosa di assoluto e universale, come ha mostrato la filosofia trascendentale a partire da Descartes. A questo proposito mi sembra necessario distinguere fra il ‘fondamentalismo’ (che è una posizione che emerge in alcune posizioni religiose a confronto con teorie a pratiche della attuale “modernità”) e il ‘fondazionalismo’, che è la posizione riflessiva di cui ho adesso cercato di illustrare brevemente la legittimità. Deve venire aggiunto che fa parte intrinseca della posizione riflessiva (trascendentale) e della ammissione di una verità eccedente la pratica dell’argomentare, che essa come tale può venire riconosciuta soltanto nel libero giudizio.

Muovo allora dalla nozione filosofica di laicità come autonomia e anche dalla nozione politica di laicità dello Stato. Queste due nozioni di laicità concorrono produttivamente a determinare lo spazio della politica: questa è la attività specifica, grazie alla quale i cittadini ‘prendono la parola’ - dentro libere istituzioni che vengono formate da questa attività stessa (perciò: laicità delle istituzioni) - sulle questioni comuni, si scambiano a questo proposito i propri punti di vista e adducono argomenti per sostenerli attraverso regole e procedure legittimate, e pervengono mediante queste pratiche alla formulazione di decisioni (leggi e azioni) che interessano il loro insieme, escludendo con ciò che la soluzione degli affari comuni possa avvenire con metodi violenti. La violenza inizia, sosteneva Hannah Arendt, dove cessa il discorso (politico).

L’autonomia della politica (laica) non equivale però affatto a una sua neutralità.  Anzitutto l’idea di una politica che si attua attraverso scambi di argomenti e pratiche volte a costruire il consenso rinvia ad alcuni presupposti: ad esempio all’idea che la ricerca della persuasione mediante ragioni sia eticamente superiore (anche se assai più laboriosa e ‘costosa’ sul piano pragmatico) della costrizione dei comportamenti attraverso la forza, una idea che si collega intrinsecamente a diverse altre, per esempio al riconoscimento del valore (etico-ontologico) delle persone come esseri capaci di argomenti/giudizi e di decisioni (cioè come esseri “ragionevoli e liberi”). Anche se per lo più non viene prestata attenzione a questa circostanza, tali presupposti sono interni alla laicità della politica, e questa non può essere indifferente o neutrale rispetto a essi, tranne autonegarsi. In secondo luogo, la politica (laica) non può essere indifferente al suo fine, cioè a quello che la tradizione chiama bene comune. Questo può venire denotato e determinato in maniera diversa nelle dottrine politiche, ma resta il fine qualificatore del processo politico (anche una teoria politica che secondo la logica dei suoi principi finisce in via immanente per dissolvere il bene comune come il ‘neoliberismo’, se vuole dichiararsi nello spazio pubblico come teoria politica, è costretta a fare ricorso a espressioni che si riferiscono a qualcosa come un bene comune, es. più libertà per tutti, più benessere per tutti ecc., anche se poi i ‘tutti’ divengono di fatto ‘alcuni’ o ‘pochi’). Fondamentale è che in una politica laica - nel senso di Abbagnano - questa ricerca del bene comune non sia il prodotto di una istanza o di un potere esterni allo spazio politico; essenziale è che la ricerca del bene comune sia il prodotto (mai definitivo e sempre rivedibile) delle pratiche e delle procedure poste in essere dalla ‘libera presa di parola’ (secondo regole comuni) dei cittadini riguardo agli affari comuni.

  Il legame fra politica e ‘presa di parola’ sollecita a domandarsi - in particolare di fronte ad alcuni fenomeni maggiori del nostro tempo: pluralizzazione delle visioni del mondo, pluralizzazione degli stili di vita, società multietnica e multiculturale, flussi migratori e coesistenza di religioni ecc. - se la nozione di laicità delle istituzioni e dello Stato non dovrebbe, come accennavo, conoscere un allargamento qualitativo, se cioè non si dovrebbe progredire da una visione di laicità piuttosto ‘escludente’ (delle interferenze ‘esterne’, laicità che naturalmente deve permanere come autonomia delle istituzioni della democrazia) a una visione di laicità ‘includente’: laicità come costruzione di uno spazio comune o di un terreno di incontro tra diversi (per religione, ideologia, cultura, stili di vita ecc.) in vista di una trattazione consensuale delle questioni che riguardano il loro coesistere in vista del bene collettivo. Compito della laicità non è allora costituire degli spazi svuotati dal religioso, ma offrire un ambito in cui tutti, credenti e non credenti (nella loro ampia fenomenologia), possano trattare di ciò che è accettabile e di ciò che non lo è, delle differenze da rispettare e delle derive da impedire, e questo nell’ascolto reciproco, senza tacere le convinzioni e le motivazioni degli uni e degli altri, ma senza scontri né propaganda. In questo senso laicità non significa indifferenza, neutralismo, ma costruzione di percorsi che mirino a fare incontrare e comunicare  le differenze, senza negare le identità, anzi invitandole a manifestarsi nello spazio della discussione pubblica, e senza accettare come inevitabile la frammentazione, la lacerazione, il riflusso etnicistico e identitario.

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