Senso comune, buon senso, consenso (e non senso...)

di Nicola Comerci

 

A grandi linee si è soliti definire “statista” un Primo Ministro che può vantare un numero elevato di crediti nei confronti della nazione che ha governato. Sembra invece molto probabile che il nostro attuale premier verrà ricordato per gli innumerevoli debiti che sta contraendo nei confronti, oltre che della politica e della storia, anche della cultura e della mentalità italiana. 

Il più pericoloso, in termini di durata e incisività, è senza dubbio il sovvertimento del “senso comune”, quindi di quell’insieme di capisaldi culturali e morali che stanno alla base del cosiddetto “buon senso”. Ora, il fenomeno Berlusconi, in ogni sua presa di posizione, rappresenta una continua e costante sfida al senso comune e dunque al buon senso degli italiani, che egli sta cercando di sostituire con il consenso elettorale: è vero e sensato ciò che sostiene chi ottiene un risultato elettorale consistente.

Ci troviamo di fronte ad un sapiente assedio al sostrato semantico della tradizione umanista. Si badi, non si tratta di difendere un facile moralismo né di avallare un conservatorismo spicciolo, ma di una questione seria, se si considera quanto il riferimento al sensus communis abbia condizionato il pensiero di grandi filosofi di ogni tempo. 

Husserl, ad esempio, amava ripetere ai suoi discepoli che, in fin dei conti, “la verità è triviale, è banale”. Ebbene, grazie al Cavaliere, oggi in Italia la situazione è mutata, in quanto la verità non è più “triviale” né “banale”, la verità non è più “buon senso”: in Italia la verità è divenuta consenso. 

A dire il vero, non si può dire certo che il capo del governo rifiuti il senso comune. Al contrario, egli afferma di farsi interprete di “quello che pensa la gente”, e conferisce grande rilievo alla pubblica opinione al punto tale da sottrarla ad ogni altra forma di controllo di validità. Ogni volta che si adopera per disconoscere un luogo comune consolidato (sulla giustizia, sulle tasse, sull’uguaglianza di fronte alla legge etc.) ricorre al consenso tra gli elettori come parametro di verità di quanto sostiene. L’ultimo episodio è la manifestazione convocata a Roma nei giorni scorsi per sostenere che non è in torto chi compie un reato e viene scoperto grazie alle intercettazioni, ma chi alle intercettazioni ricorre come strumento di indagine. Il numero dei partecipanti avrebbe dovuto sancire la verità della sua visione e dunque l’infondatezza del senso comune e del buon senso popolare. Ma in generale è un concetto unico di “regola” che non gli aggrada: le regole non vanno rispettate, ma vanno “interpretate” di volta in volta (ad es.: giustizia, presentazione delle liste elettorali etc.).

Regnante Berlusconi la verità in Italia è dunque divenuta consenso. Da questo atteggiamento derivano due conseguenze. 

La prima è di carattere gnoseologico. Se il consenso diviene l'unico parametro di verità a cui rifarsi, se cioè il vero si riduce al compromesso funzionale, ciò genera paradossi logici relativi al fatto che si assume l’accordo intersoggettivo come unico orizzonte di origine e movimento della verità. In questo modo il processo di individuazione/definizione della verità perde necessariamente di oggettività, in quanto il vero è attribuito alla fluttuante e condizionabile valutazione/deliberazione di un Macro Soggetto plurale. Il richiamo al consenso popolare assume così i toni di una fuga dal confronto con la realtà. Il Cavaliere sa di non avere ragione e quindi cerca di trasformare il concetto stesso di ragione. Ne deriva che con la potenza del suo apparato mediatico egli non esita a condurre attacchi violenti al senso comune con l’obiettivo specifico di confondere gli elettori e indurli ad uno spaesamento culturale ed esistenziale. Berlusconi prima afferma, poi smentisce, intanto se ne parla e l'idea, che prima non c'era, ora invece circola nelle menti e finisce per consolidarsi in “luogo comune”. Più o meno come succede nella lingua, in cui una forma nuova si consolida con l'uso intersoggettivo. 

La seconda conseguenza, legata alla prima, è invece di carattere morale: se si introduce l'idea che i valori su cui si fonda la convivenza sociale quali l'uguaglianza, la solidarietà, la giustizia trovino la loro ragion d'essere e la loro natura nel consenso tra gli individui, allora significa che essi non sono né eterni né atopici, ma che possono essere modificati da chi ha il potere di governare tale consenso. Che è più o meno quello che dice Schumpeter quando sostiene che la definizione di “Bene Comune” è relativa alle decisioni e agli interessi di chi detiene il potere. Ma la novità dell’era Berlusconi, il suo “valore aggiunto” consiste nel fatto che se di solito nei proclami ufficiali tali principi non vengono  rinnegati, mentre sono poi le leggi varate a contraddirli nei fatti, il Cavaliere invece mira espressamente a modificare il contenuto di tali valori e a cercare la condivisione su tale opera di modifica. Non nasconde le sue intenzioni, reintegra l’essere all’apparire.   

Ciò che Berlusconi rifiuta non è dunque il senso comune, piuttosto un determinato senso comune, il buon senso, che non conviene e quindi va combattuto. Con il suo apparato mediatico sta minando valori acquisiti e certezze consolidate. Con leggi personalistiche mette in crisi la saggezza popolare formata da secoli di conquiste culturali, al punto da far sorgere il sospetto che lo Stato e le sue istituzioni non rappresentino la forma più alta della democrazia, bensì il suo limite. Tramite giornaliere dichiarazioni il Premier sfuma i confini tra il bene e il male, tra il vero e il falso e, in questo spaesamento diffuso, sopravvive a se stesso: è capo di un partito e nega la rappresentatività dei partiti; ricopre una carica dello Stato e non riconosce valore alle istituzioni; non nasconde di soffrire il rigore delle leggi e accusa le leggi di essere sbagliate; insomma rappresenta lo Stato e fa di tutto per combatterlo.  

Berlusconi ha insomma il grande (de)merito di aver fornito ai suoi elettori le ragioni per poter esporre le proprie convizioni senza più timore di essere considerati contrari al senso comune. Diversamente da quanto succedeva poco tempo fa, chi è di destra oggi lo ammette, proponendo in-sensate argomentazioni che sempre di più entrano a far parte del senso comune. 

È sintomatico di questa crociata contro il buon senso il progetto di trasfigurazione culturale portato avanti dagli uomini del PDL, nel tentativo di creare una “cultura di destra” alternativa al preteso “predominio marxista” nella cultura imperante. Spiace dover ricordare a questi signori che una cultura di destra esiste già, non c’è bisogno di crearla; semmai ci sarebbe bisogno di formare intellettuali di destra…

Ci troviamo in una situazione preoccupante che crea distorsioni non facilmente recuperabili, perché l'incisività del potere mediatico riduce i tempi di trasmutazione del valore culturale e morale e della sua sedimentazione in una sfera di intangibilità poi difficile da scalfire. 

A ben guardare dunque, il cavaliere è un avventuriero del “non senso”, vive di luce propria, e mette in ombra i valori e le certezze ereditate. Sarà allora questa la prima vera sfida del Partito Democratico: difendere e ripristinare, ristabilire la corretta direzione del senso comune e del buon senso, sottraendoli all’ombra in cui, nonostante tutto, ancora vivono le verità e i valori propri del riformismo europeo. Per evitare che, come spesso accade, troppa luce impedisca di vedere correttamente.

© 2017 by Associazione Culturale Inschibboleth

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