L’illusione 

e il sostituto

di Alfonso M. Iacono

Brano tratto dal volume  Riprodurre, imitare, rappresentare

(Bruno Mondadori, Milano 2010)

 

 

Per entrare nel mondo dell’illusione, i sostituti non hanno bisogno di somigliare ai sostituiti. È sufficiente che vi si riferiscano perché, quando costruiamo un nuovo mondo con l’immaginario, noi lo rendiamo autonomo senza tuttavia che il riferimento al mondo da cui ha tratto origine si perda. Giocare ai cavalli con delle sedie che sostituiscono i cavalli significa che il mondo dei cavalli immaginati attraverso le sedie si è sostituito a quello dei cavalli-cavalli, ma una tale sostituzione si è resa possibile solo a condizione che permanga il riferimento ai cavalli-cavalli. E’ così che sorgono i mondi intermedi, mondi che imitano quelli già esistenti, che imitandoli li sostituiscono e che sostituendoli continuano a farvi riferimento. Il gattino che mordicchia il suo compagno si trova in quel mondo intermedio dove il mordicchiare è qualcosa di significativamente diverso del mordere, ma, nello stesso tempo, ha a che fare con il mordere. Vi fa riferimento come quell’imitazione che sta segnalando nella somiglianza la differenza. Il mordicchiare appartiene a un universo di senso dove la differenza tra il mordicchiare e il mordere segna la sua autonomia relativa dall’universo di senso che sta imitando, mentre la somiglianza indica il riferimento e la relazione ad esso. Quando la differenza prevale sulla somiglianza senza tuttavia annullarla, è probabile che ci si trovi di fronte a un mondo nuovo, un mondo intermedio.

Noi viviamo di sostituti. Li creiamo. Costruiamo sostituti che non sostituiscono perché spesso il loro stare al posto di  non è opera di supplenza, ma produzione di un mondo nuovo. Le religioni di un dio unico e invisibile hanno orrore del sostituto perché esso porta all’idolatria e al feticismo. Nella società della produzione in serie delle merci, l’oggetto unico, separato dal suo scopo e esposto in un museo, è invece venerato come un feticcio. L’unico (un dio, un oggetto) è appunto ciò che non si può sostituire se non indebitamente. Feticcio viene da  fattizio, cosa fatta, che tuttavia somiglia a fittizio, cosa falsa. Tutto ciò che è artificiale, cioè fatto ad arte, rischia sempre di assumere il colore dell’artificioso, il tratto dell’inganno, l’ombra della falsità. Eppure niente di ciò che è umano è da ritenere estraneo all’artificiale. Leopardi, Nietzsche, Pirandello hanno cercato la verità nell’amara consapevolezza critica di vivere in un mondo d’illusione, ma Shakespeare, Coleridge e Baudelaire sono entrati in questo mondo invitando gli spettatori e i lettori a fare altrettanto, per trasformare la consapevolezza critica di una verità che libera dall’inganno nel gioco esplicito del sostituto che contiene in sé la verità dell’illusione. L’arte non deriva proprio da questo gioco dell’illusione che assume i contorni della verità? E questo gioco dell’illusione che così spesso, soprattutto oggi nell’epoca della riproduzione altamente definita, si trasforma in un inganno, non discende a sua volta dal nostro modo di strutturare cognitivamente il mondo, costruendo presenze per sostituire ciò che è assente? Forse si tratta della contraddizione insita in quel gioco di specchi che è il dramma della mimesis, che, proprio mentre instilla il desiderio della somiglianza, ci fa scoprire il senso della differenza e con essa quell’autonomia, che Kant identificava con l’illuminismo e con il pensare da sé e che può realizzarsi davvero soltanto nel riconoscimento del fatto che dipendiamo dagli altri e dalle relazioni con gli altri.

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