Il Papa e Nietzsche

In ricordo

di Franco Volpi

di Francesco Ghedini

Nella messa del giovedì santo 9 aprile 2009 papa Benedetto XVI ha ricordato che Nietzsche “ha dileggiato umiltà e obbedienza come virtù servili” e messo al loro posto “la fierezza e la libertà assoluta dell’uomo”. Tra le prime reazioni alle parole del Papa va menzionata quella, attenta e misurata, di Franco Volpi. Com’ è noto, lo studioso vicentino, traduttore e grande conoscitore di Heidegger (ma anche di Jünger, di Schopenhauer, di Schmitt, di Gadamer ecc.), capace di unire un non comune rigore filologico a profondità di pensiero e vivacità di scrittura, è morto qualche giorno dopo, a soli cinquantasette anni, travolto da un auto mentre pedalava sui Colli Berici. Alla sua memoria, e in segno di gratitudine per la sua amicizia, dedico queste poche considerazioni.

 

Nella messa del giovedì santo 9 aprile 2009 papa Benedetto XVI ha ricordato che Nietzsche “ha dileggiato umiltà e obbedienza come virtù servili” e messo al loro posto “la fierezza e la libertà assoluta dell’uomo”. Pur riconoscendo l’esistenza di “caricature di una umiltà sbagliata e di una obbedienza sbagliata” che non vanno imitate, il pontefice ha però stigmatizzato la “superbia distruttiva e la presunzione che disgregano ogni comunità e finiscono nella violenza”.

Le parole del Papa hanno suscitato immediate e variegate reazioni, dalle più gridate e militanti alle più pensose e interlocutorie. 

Non da ora del resto il card. Ratzinger, dotto cultore di filosofia e raffinato teologo si è interessato al pensiero di Nietzsche. Se fin da giovane studente di filosofia si era occupato di lui “marginalmente, ma con effetti durevoli”, anche in qualità di pontefice, e dalla nuova autorevole cattedra, si è più volte riferito a lui. E non senza ragioni. Diversi aspetti del tempo in cui viviamo, in particolare in riferimento alla sua temperie spirituale, possono essere ricondotti a motivi e temi del pensiero del filosofo tedesco.

Si pensi, per non fare che un esempio, all’annuncio nietzschiano della “morte di Dio”ed alla connessa discussione del nichilismo. Entrambi motivi accompagnati, se non centrati, su una violenta polemica anticristiana. Nietzsche stesso si è presentato come un avversario di rigore del cristianesimo. Ciò nonostante non sono mancati tentativi di recuperare il suo pensiero alla “storia della coscienza cristiana” né quelli di considerare comunque talune sue idee stimolanti e salutari per la stessa teologia. La pubblicistica che si è occupata del rapporto tra Nietzsche e il cristianesimo è vastissima e non mancano opere di indiscusso e duraturo valore ermeneutico. Le parole del Papa nella predica per la messa del giovedì santo hanno affrontato temi che effettivamente Nietzsche ha interpretato per lo più in chiave di opposizione al cristianesimo, ma certo il pontefice non poteva, né presumibilmente voleva, con i pochi cenni rivolti all’autore di Così parlò Zarathustra, pretendere di risolvere la discussione su un pensatore così complesso e plurale, (che ha fatto del continuo sperimentare nuove vie di pensiero, della moltiplicazione delle prospettive una strategia filosofica ed esistenziale) magari facendone una specie di capro espiatorio.

Piuttosto esse mi sono sembrate voler affrontare, su un piano pastorale, come si evince dal contesto del riferimento, più che il pensatore, consegnato alla riflessione e alla storiografia filosofica, l’emblema di una atmosfera culturale diffusa, che a Nietzsche in qualche misura si richiama. 

Le provocazioni di Nietzsche, in specie il suo attacco frontale al cristianesimo, risuonano oggi infatti nelle parole e negli scritti di epigoni numerosi e di rumorosa notorietà e rischiano soprattutto di trasformarsi nella canzone d’organetto di un nuovo superficiale conformismo esistenzial-culturale, a cui lo stesso Nietzsche (refrattario presumibilmente allo stesso possibile “gregge” dei nietzschiani da discount della filosofia) avrebbe penso reagito. 

Si tratta talora di un nietzschianismo che trova nell’anticristianesimo la sua bandiera, trascurando a volte con compiaciuta leggerezza (non è il caso degli autori della nuova destra francese) di considerare come nel cristianesimo Nietzsche volesse combattere non solo il dualismo metafisico-morale o l’ideale ascetico, ma anche e soprattutto il grande movimento all’origine della dottrina dell’uguaglianza degli uomini, declinata in chiave etica come compassione, altruismo, attenzione per gli ultimi, e in chiave politica come  preparazione alla democrazia, al liberalismo, al socialismo. Certo i motivi di Nietzsche non sono riconducibili a quanto credettero di divinare i suoi interpreti nazisti (Nietzsche non è antisemita, né razzista, né crede alla “Germania sopra tutti” considerandosi piuttosto “un buon europeo” ostile al nazionalismo becero), e contro cui si schierò l’apologetica cristiana e marxista, ma comunque restano, in questi ed altri aspetti della sua filosofia, tratti che, assunti senza una adeguata contestualizzazione prospettica risultano, francamente, non condivisibili. Bene scriveva Volpi osservando che “è meglio prendere Nietzsche non per le risposte che dà, ma per le domande che pone”.

In tutti i casi questo “nuovo” nietzschianismo diffuso, spesso confonde, l’egoismo esigente di Nietzsche, che chiama ciascuno al proprio irriducibile imperativo “divieni ciò che sei”, con il relativismo sterile e seriale del consumismo come filosofia di vita. Qualcosa che già il filosofo tedesco aveva chiaramente deprecato e temuto, proprio nella figura che più radicalmente egli oppone al suo ideale del superuomo, quell’ultimo uomo, incapace di obbedire, come di soffrire, di venerare come di gioire, incapace, soprattutto, di credere e di creare qualcosa che vada oltre il proprio impotente, confortevole adattamento ad un nichilismo edonista.

In altra chiave, l’egoismo di cui Nietzsche si fa corifeo può anche esser letto come appello “alla fierezza e alla libertà assoluta dell’uomo” (libertà anche dai conformismi dell’umanesimo ateo, quindi, e da tutte le ideologiche “ombre di Dio” che costituiscono surrogati spesso meno nobili della antica volontà di credenza) e  quindi deprecato come un atteggiamento prometeico da chi crede in un umanesimo teocentrico. Il Papa non ha fatto, da questo punto di vista, che riprendere una interpretazione tradizionale della storiografia cattolica su Nietzsche, declinata talora con penetrazione, si pensi agli scritti del grande teologo padre H. De Lubac, (che pure ne Il dramma dell’umanesimo ateo fronteggiava il Nietzsche delle truppe tedesche di occupazione), ma più spesso volgarizzata da apologeti bramosi di trarre qualche briciola di grandezza dalla polemica contro un grande avversario. 

Più recenti interpretazioni di matrice cattolica non usano più ricondurre la proclamazione della “morte di Dio” al presunto desiderio di Nietzsche (un Nietzsche appiattito erroneamente su Feuerbach e Comte) di mettere l’uomo “al posto” di Dio. La morte di Dio non significa tout court la fine dell’alienazione dell’uomo, come dimostra la denuncia nietzschiana dei pericoli del nichilismo, del “deserto che avanza”. Allo stesso modo l’ateismo in Nietzsche non è univocamente visto come una scelta favorevole alla vita, ma viene problematizzato e interpretato genealogicamente. Lo stesso attacco al cristianesimo lascia spazio ad altre figure del divino, certo sfuggenti, ma irriducibili all’umanità presente (Valadier) e, in un certo senso, può addirittura evocare esistenze “cristiane” non segnate dal risentimento, come quella che Nietzsche, in fondo, riconosceva in Gesù.

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