In memoria di Franco Volpi: 

un semplice ricordo

di Massimo Dona’

Era proprio bravo… sì, un filosofo ‘di razza’. 

C’eravamo incontrati a Padova, nella sua Università, appena venti giorni fa, per presentare il nuovo libro di un comune amico. 

Come altre volte, c’eravamo scambiati opinioni sullo stato della filosofia, avevamo fatto progetti per il prossimo futuro, relativi a pubblicazioni e iniziative di vario genere. Sarebbe dovuto venire a Cesano Maderno nel prossimo autunno, per alcune lezioni nel contesto del dottorato di Metafisica da me diretto presso il San Raffaele. 

Era sempre stimolante confrontarsi con la sua intelligenza – un’intelligenza che faceva tutt’uno con una grande generosità ed un’umanità davvero rare nel mondo dell’Accademia italiana.

Sì, Franco Volpi era un intellettuale autentico e un amico sincero; in lui erudizione e vivacità speculativa, vis ermeneutica e attenzione filologica erano una cosa sola. Come sempre dovrebbe essere!

Gran traduttore – l’hanno ricordato tutti, in questi giorni, in seguito alla sua scomparsa –, capace di far diventare il complesso ed enigmatico pensiero heideggeriano un sistema metafisico comprensibile e quanto mai lontano dalle stereotipate immagini che del filosofo tedesco ancora circolano in terra italica (ma non solo). 

Grandissimo interprete della filosofia tedesca, si era dedicato all’opera di Heidegger, ma anche a quella di Schopenhauer – che, grazie alla complicità della casa editrice Adeplhi, era riuscito a diffondere anche presso il grande pubblico. Ma aveva scoperto anche altri pensatori, di lingua spagnola, e non solo.

Era un filosofo sempre disposto a ragionare sulle grandi questioni della modernità; per quanto fosse cresciuto lavorando con Giuseppe Faggin e con Enrico Berti sulle pagine di Plotino e Aristotele. Aveva una preparazione davvero rara; ma soprattutto sapeva farla diventare alimento per una riflessione sempre in fieri che gli consentiva di individuare, con grande lucidità, le questioni nodali intorno a cui ci si sarebbe dovuti confrontare, per condurre la filosofia fuori dalle secche di un accademismo davvero poco interessante. Il suo saggio sul nichilismo, pubblicato qualche anno fa da Laterza, rimane ancor oggi imprescindibile. 

Aveva partecipato con Antonio Gnoli – suo grande amico ed estimatore, giornalista di “La Repubblica”, con il quale aveva curato più di qualche opera con l’editore Bompiani – ad un ciclo di incontri che io e Raffaella Toffolo avevamo organizzato circa quattro anni fa a Venezia per conto di Chorus Cultura. Da quegli incontri avevamo tratto dei volumetti con Cd audio allegato (pubblicati da Albo Versorio); quello suo e di Gnoli, dedicato al comandamento che invita ad onorare il padre e la madre, è un gioiello di finesse filosofica. 

Consiglio vivamente di leggerla e ascoltarla, quella conferenza. 

Era curioso a 360 gradi. Si interessava infatti non solo di filosofia, ma anche di arte e di fotografia. Gli interessava ragionare intorno a ciò che riteneva in qualche modo meritevole di considerazione. 

Girava il mondo come un forsennato; forse perché aveva bisogno di stimoli ed aveva una mai paga sete di conoscenza; credo avesse bisogno di sorprendersi continuamente. Sentiva stretto l’ambiente accademico dell’Ateneo patavino, a cui era comunque molto legato e in cui poteva vantare un seguito studentesco davvero esagerato. 

Forse i giovani riconoscevano nel suo sorriso spesso ironico e beffardo, se non sornione, una capacità che andava ben oltre le competenze rigorosamente filosofiche. In quegli occhi veloci e attenti, riconoscevano forse quella stessa ‘sapienza’ e ‘saggezza’ che anch’io ho sempre ‘avvertito’ in lui; un disincanto che gli consentiva di non prendersi mai troppo sul serio – per quanto serissime e illuminanti fossero sempre le sue lezioni, le sue conferenze, i suoi seminari e le sue provocazioni intellettuali. Scriveva per il quotidiano “La Repubblica” articoli sempre misurati, ma nello stesso tempo mai banali; aveva sempre un’idea interessante da proporre. Insomma, sapeva stimolare anche il lettore non specialista – dimostrando di possedere una dote davvero non comune! 

Eh sì, era proprio bravo Franco Volpi. Si dice sempre, anche a sproposito: “se ne vanno sempre i migliori…” –  ma mai come questa volta è vero, assolutamente vero. 

Comunque rimane la sua opera, che mi auguro venga nei prossimi anni sistemata e pubblicata in un corpus unitario che renda il più possibile evidente la rilevanza del suo contributo. 

E’ un filosofo che rimarrà, infatti – ne sono certo. E ce ne accorgeremo con il passar degli anni. Mi auguro anche che, prima o poi, vengano resi pubblici i molti materiali inediti che saranno sicuramente rimasti nel suo studio di Vicenza. Perché tutti noi se ne possa trarre vantaggio; perché la sua riflessione rimanga viva così come rimarranno sicuramente vivi nel nostro cuore la sua rara umanità e la sua naturale generosità.

Grazie Franco. 

© 2017 by Associazione Culturale Inschibboleth

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