Il senso delle giuste domande

 

di Massimo Adinolfi

 

 

Il contributo che la filosofia può dare al dibattito pubblico consiste, io credo, anzitutto nella posizione delle giuste domande. Prendiamo ad esempio questa domanda, che ha goduto e gode di notevole popolarità: “l’embrione è qualcosa o qualcuno?”. È o non è una buona domanda? Al tempo del dibattito sulla legge 40, in occasione dei referendum (disertati dal corpo elettorale) che intendevano abrogarne alcuni punti, la domanda formulata dal filosofo cattolico Robert Spaemann fu rivolta anzitutto a quanti mostravano di considerare l’embrione come un mero, si diceva, “grumo di cellule”. I giornali che si impegnarono nella campagna a favore della legge (e dell’astensione dal voto), dall’Avvenire a Il Foglio, la riproposero con grande energia, anzitutto per la sua semplicità o chiarezza. Dopotutto, è una domanda suggerita dalla grammatica della lingua, e di senso comune. E anche se la filosofia, almeno dai tempi di Platone, ha suggerito di nutrire più di una diffidenza nei confronti del linguaggio, e qualche volta ha persino tentato di liberarsi della sua grammatica, parve allora naturale che il dibattito intorno allo statuto ontologico dell’embrione si risolvesse in un dibattito intorno a quella domanda, che non lasciava scampo. Considerato infatti che nessuna donna si rivolgerebbe all’essere che ha in grembo domandandosi ‘che cosa’ sia invece di domandarsi ‘chi’ sia, e considerata pure la fondamentale continuità dei processi biologici, non era difficile concludere, come in effetti Spaemann conclude nei suoi libri, che l’ovulo fecondato è già qualcuno. Il limite dei 14 giorni, che distinguerebbe la fase di vita pre-embrionale dall’embrione vero e proprio, non poteva non apparire perciò un limite puramente convenzionale, e in fin dei conti arbitrario: dopotutto, quello che c’è al tredicesimo giorno c’è anche al quindicesimo. La vita umana va quindi difesa fin dal suo concepimento, perché fin dal concepimento l’ovulo fecondato è qualcuno.

Il limite dei 14 giorni è tuttavia tornato nelle settimane scorse agli onori delle cronache, per via della decisione presa dall’HFEA, l’Human Fertilisation and Embriology Authority del Regno Unito, che con una delibera del 5 settembre ha autorizzato le ricerche che intendano prelevare il nucleo di una cellula umana per inserirlo in un ovulo animale denuclearizzato, allo scopo di produrre cellule staminali embrionali. Dopo 14 giorni, aggiunge però lo statement dell’HFEA, l’ibrido così ottenuto deve essere distrutto. Ma ora rispunta la domanda di Spaemann: qualcosa o qualcuno? Naturalmente spuntano anche altre domande, che sono rimbalzate sui giornali con maggiore o minore pertinenza, con maggiore o minore evidenza. Alcuni si sono chiesti quanto ancora distino simili ricerche dai risultati che da esse ci si attende in termine di cura delle malattie, e se vi sia ragione di entusiasmarsi sempre e comunque per qualunque prova di laboratorio, come se la scienza non fosse che la prosecuzione con altri mezzi della caccia sportiva ai record. Altri hanno domandato se non vi siano piste di ricerca alternative, che possano essere percorse con pari o maggiori possibilità di successo, e che abbiano tuttavia il pregio di sollevare un minor numero di problemi morali. Altri ancora hanno polemicamente sottolineato quanto forti siano gli interessi economico-finanziari che si muovono intorno alle provette dei ricercatori. Ma a noi interessa la domanda che, fin dal referendum sulla legge 40, pretendeva di andare al cuore del problema (e naturalmente di gettare più di un’ombra anche sulla legge 194, sull’interruzione di gravidanza). La riformuliamo così: l’ibrido ottenuto inserendo un nucleo di cellula umana nell’ignaro citoplasma di una cellula bovina è qualcosa o qualcuno? Riproposta adesso, infatti, si vede bene quanto la domanda di Spaemann possa essere fuorviante, e come possa non essere affatto di aiuto per orientare la nostra riflessione etica alle frontiere della vita. Ragioniamo infatti per gradi. La cellula umana da cui viene prelevato il nucleo non è sicuramente qualcuno, a meno di non voler considerare l’uomo come una federazione composta da miliardi di persone. Non è qualcuno nemmeno la cellula che, privata del suo ottuso nucleo bovino, la ospiterà. Quel che nasce da un tale incontro, cioè dall’incontro di qualcosa con qualcosa, non può allora essere qualcuno. “Da qualcosa non si sviluppa qualcuno”, scrive perentoriamente Spaemann (Persone. Sulla differenza tra ‘qualcosa’ e ‘qualcuno’, a c. di L. Allodi, Laterza, Roma-Bari 2005, p. 239). E poco più avanti, con parole sulle quali bisognerebbe soffermarsi a lungo: “Può e deve aversi un unico criterio per la personalità: l’appartenenza biologica al genere umano. Per questo anche l’inizio e la fine dell’esistenza della persona non possono essere separati dall’inizio e dalla fine della vita umana. Se «qualcuno» esiste, egli è esistito da quando esiste questo organismo individuale” (p. 241). Ne viene che, se questo organismo non è esistito fin dall’inizio come vita umana, non esisterà neppure dopo come tale. Dunque l’ibrido di cui si discute, e che all’inizio non è esistito come vita umana, non rientra nella famiglia umana, non è una persona nemmeno potenzialmente (“non esistono persone potenziali”, op. cit., p. 239), e non ha nessuno dei diritti umani che sono riconosciuti come diritti della persona. Vista poi la succitata continuità fondamentale dei fenomeni biologici, sempre sottolineata e rivendicata dai difensori della vita fin dal suo concepimento contro l’arbitraria determinazione del quattordicesimo giorno, non si può non concludere che anche dopo due settimane il concepito non sarà, ahilui (ahiesso?), qualcuno. E così, posto che l’ibrido possa davvero vivere oltre quella soglia (la scienza non ne sa ancora granché), bisogna concludere paradossalmente che se l’HFEA avesse fatto propria la domanda di Spaemann, ed il punto di vista che ad essa si sostiene, non solo avrebbe dovuto autorizzare, come ha fatto, le ricerche sui cosiddetti embrioni chimera, ma avrebbe dovuto pure eliminare il limite temporale dei 14 giorni!

Orbene, credo che a questo punto si possa dire: la domanda di Spaemann non è una buona domanda – mentre è un buon risultato appurarlo. Se il problema filosofico del nostro tempo è – come sostiene non senza ragione Spaemann – la spersonalizzazione, “l’abolizione dell’uomo”, allora bisognerà trovare un altro modo per riconoscere e difendere la cifra dell’umano. Questo non significa che la ricerca scientifica debba procedere indisturbata, e che non si debbano sollevare seri interrogativi in proposito: abbiamo visto anzi che, per singolare contrappasso, sarebbe proprio la domanda di Spaemann, con la quale si voleva fermare la sperimentazione sugli embrioni, ad autorizzare gli scienziati a non farsi alcuno scrupolo con il “grumo di cellule” che dovessero riuscire a coltivare in laboratorio, dando loro mano libera non solo fino al quattordicesimo giorno, ma fino a quando vorranno. Quel che allora la triste sorte della domanda di Spaemann può insegnarci, è che non si può procedere sulla base di distinzioni linguistiche e concettuali errate, o perlomeno metafisicamente assai pregiudicate. Porre con biologica nettezza di là le cose, di qua le persone ci mette a mal partito finanche con le bestie, figuriamoci adesso con gli ibridi citoplasmici!

Tutto ciò non vuol dire neppure che non sia legittimo seguire con apprensione le nuove sperimentazioni sulla vita. La stessa HFEA ha dato soltanto un’autorizzazione controllata e temporanea, tenuto conto del parere degli studiosi e dei sentimenti contrastanti dell’opinione pubblica. Noi tutti, in verità, ci aspettiamo di essere rassicurati circa l’utilizzo del materiale genetico, non amiamo pensare che dai laboratori possano uscire esseri mostruosi, vogliamo garanzie sulle finalità di queste ricerche, siamo preoccupati che gli interventi nella fase iniziale della vita possano ledere i futuri diritti del nascituro, e così via. Ma per fortuna non è necessario, per avere di queste fondate preoccupazioni, supporre, anzi considerare dimostrato che l’ovulo fecondato è già una persona, è già qualcuno, con la spiacevolissima conseguenza che allora si potrà fare quel che si vuole delle future chimere, che persone non sono, e neppure lo saranno nell’ipotesi (ancora tuttavia improbabile) che possano un giorno svilupparsi in esseri senzienti e intelligenti. Quel che invece è necessario, è che proprio grazie al pubblico dibattito le preoccupazioni di ordine morale vengano meglio comprese e difese nel loro senso, senza mettersi nell’impaccio di dover difendere anche una metafisica troppo impegnativa, la cui inadeguatezza, messa impietosamente a nudo dai progressi della ricerca scientifica, rischierebbe di portare a fondo con sé anche quello che, sul piano della comune sensibilità etica, è condiviso molto più di quanto le divisioni dottrinarie lascino a volte intendere.

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