Di un nuovo fideismo

 

di Giovanni Invitto

Stiamo parlando di laicità e non di laicismo. Sono termini diversi: il primo indica un pensiero e una cultura libera da dogmi. Insomma è il “sapere aude” di oraziana e kantiana memoria. L’altro termine, invece, richiama una radicalizzazione ed un “esser contro” piuttosto che un atteggiamento propositivo. Perché dico questo? Vedendo la situazione politica e culturale italiana mi pare che sia imperante una nuova forma di fideismo. Non si tratta più di una fede positiva, tra l’altro oggi praticata per la maggior parte con inerzia e per abitudine, ma di un “comune sentire” per il quale l’importante è avere punti fermi, certezze epidermiche, bandiere per le quali tifare senza bisogno di mettere in campo la ragione e il discernimento.

Non molto tempo fa scrivevo qualcosa sull’ultimo film di Dreyer, siamo fermi al 1964, nel quale il regista danese diceva di aver voluto manifestare il proprio “ateismo religioso”. Era, evidentemente, una forma colta per esprimere un vissuto. Qui si sta parlando, invece, di un fideismo nato da una situazione umana di precarietà e di assoluta mancanza di certezze. Per cui l’Uomo della Provvidenza funziona sempre e i massmedia ne sono i sacerdoti. Ricordo che a mia madre, nata nei primi anni del secolo, cattolica fervente, promotrice di associazioni, all’origine delle formazioni locali della D. C., un giorno chiesi se fosse mai stata fascista. Con mia sorpresa mi rispose di sì. A questo punto, ritenendo tutto ciò contraddittorio con la sua storia e l’immagine che io ne avevo, le chiesi il perché. Mi rispose: “Perché non capivamo quello che stavamo vivendo”. 

Credo proprio che anche quello che stiamo vivendo oggi sia la rinunzia alla comprensione, al cercare di vedere dietro la facciata; sia l’accontentarsi dei lustrini e delle parate. In sostanza siamo nella palude di un nuovo fideismo sciatto e pauroso: proprio l’opposto di una laicità consapevole che è ragione, domanda, distanza e dubbio permanente.

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