L’equivoco federalista

 

di Giorgio Ruffolo

 

Non tutto è chiaro, per usare un eufemismo, nel concetto di federalismo

e nella distinzione tra federalismo e federalismo fiscale.

Per cominciare, il federalismo fiscale parte da un principio ispiratore opposto a quello del federalismo storico. Quest’ultimo tratta di organismi politici autonomi che vogliono federarsi, unirsi in un patto (foedus) rinunciando ciascuno a una parte della loro sovranità. Nel primo caso, invece, si tratta di organismi decentrati che mirano ad acquisire competenze sottraendole alla sovranità di un ente politico superiore. In altri termini: ciò che conta nell’istanza federalista è la sua ispirazione di fondo: unitaria o separatista.

Non è dubbio che l’istanza federalista rappresentata dal movimento leghista è del secondo tipo: che vede nell’unità non un ideale ma una costrizione. Il separatismo, non l’unità nazionale, è il fattore emotivo di base che anima il movimento leghista. Se esso si è adattato ad accettare l’unità repubblicana, non è certo per passione nazionale, ma per necessità politica. Ed è fonte di continue contraddizioni il fatto che, per costituirsi come maggioranza, l’attuale coalizione di governo abbia affidato proprio ai rappresentanti di quella aspirazione separatistica la responsabilità di definire le linee portanti di un federalismo che presuppone comunque l’unità nazionale della Repubblica.

La domanda centrale allora è: che tipo di compromesso storico può nascere da questa contraddittoria condizione politica? È il federalismo fiscale la risposta?

Per rispondere a questa domanda si devono considerare due aspetti: la soluzione finora data al problema delle autonomie nell’ambito dello Stato nazionale; il problema del dualismo storico tra Nord e Sud che si sovrappone a quello delle autonomie regionali, caratterizzando la peculiarità del caso italiano rispetto a quello degli altri Paesi «federalisti», come Germania e Svizzera.

La soluzione data dall’Italia al problema delle autonomie è il regionalismo: l’attribuzione alle Regioni, previste dalla Costituzione, di specifiche responsabilità e funzioni autonome, che in alcuni casi, come quello dell’Alto Adige e della Sicilia, giungono quasi a configurare forme di federalismo. A me pare che l’esperienza regionalistica abbia avuto esiti assai diversi nelle due grandi parti del Paese: sostanzialmente positivi al Nord, nettamente negativi al Sud. Ciò è dovuto alla profonda diversità dell’evoluzione storica delle due parti d’Italia. Nel Sud, dove esperienze di governo regionale e di autonomia locale – tranne che in Sicilia ( dove tuttavia sono state duramente contrastate) – essenzialmente mancano, l’esperienza regionalista è stata fortemente esposta alla dissipazione assistenzialistica e alla pressione corruttrice.

Il fatto è che qualunque forma di autentico federalismo, in Italia, non può prescindere dal dato fondamentale del divario storico tra le due parti del Paese: che, nel Nord ha provocato istanze separatiste, nel Sud quelle clientelari e assistenzialistiche, per giungere a quelle mafiose.

L’istanza federalista, parte integrante dell’originale ispirazione risorgimentale, non era intesa come semplice autonomismo amministrativo, ma come un patto storico tra il Nord e il Sud, che saldasse l’Italia in una autentica unità nazionale. Tale era l’ispirazione meridionalistica dei Dorso e dei Salvemini. Il federalismo fiscale sostenuto dalla Lega si traduce in pratica nella rivendicazione di un separatismo regionale, una forma esasperata dell’attuale regionalismo. Non a caso, l’autonomia rivendicata da Salvemini era intesa per l’intero Mezzogiorno, non per le singole sue regioni: perché solo a quel livello è possibile realizzare quella condizione di parità istituzionale che è condizione essenziale del successo di un patto che persegua l’unificazione economica e politica.

In questo senso bisogna intendere la proposta ‘provocatoria’ che ho avanzato nel mio libro Un paese troppo lungo, basata su due fondamentali innovazioni: l’istituzione delle macroregioni e un patto nazionale tra di esse.

La prima innovazione muove dalla constatazione del fallimento di una esperienza regionalistica risoltasi in una frammentazione di governi e di burocrazie locali, fortemente esposta alla dissipazione assistenzialistica e alla pressione corruttrice. E mira a una ricomposizione articolata tra un Nord, comprensivo delle regioni settentrionali e centrali e un Sud, di quelle meridionali e insulari. Con un distretto centrale costituito dalla Capitale.

Ciò ridurrebbe drasticamente il peso degli interessi locali e promuoverebbe la formazione di una classe politica autenticamente nazionale.

La seconda proposta individua lo scopo storico del federalismo: quello di realizzare finalmente l’unità della nazione sulla base di un patto di sviluppo comune e comunemente gestito, che non pregiudica l’autonomia fiscale, ma la finalizza a un interesse superiore. Strumento essenziale di questo patto, non una Banca erogatrice, che finanzi progetti disparati, ma un Fondo di Programmazione che finanzi un piano di risanamento e di sviluppo. Risanamento soprattutto delle aree urbane del Sud, la cui degradazione costituisce il vero ostacolo alla vittoria sulla criminalità mafiosa. Sviluppo, in chiave europea, delle potenzialità economiche rappresentate dall’area mediterranea. Sono ben consapevole dei rischi e della componente utopistica di una proposta così sommariamente riassunta. Ma anche del rischio di gran lunga più grave: quello della decomposizione dell’unità del Paese che l’attuale deriva comporta. E quanto all’utopia, penso che il fatto più grave sia proprio quello della sua totale e deprimente assenza.

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