Religione, società 

e politica 

nell’Italia odierna

 

di Mauro Visentin

Provo ad elencare alcuni avvenimenti e casi accaduti in Italia nei mesi in cui, dopo la pausa estiva, si è riaperta la stagione politica. Il PD si è dotato di una nuova direzione, eleggendo a segretario Pierluigi Bersani. Una parte dei popolari che era entrata nel partito al seguito di Francesco Rutelli ne è uscita o si prepara ad uscirne. Si è riacceso il dibattito mai spento sull’unità politica dei cattolici e sulla presenza vaticana e il ruolo giocato dalle gerarchie episcopali nella sfera pubblica di questo Paese. Si è aperta una grave crisi istituzionale tra presidenza del consiglio, da una parte, presidenza della repubblica e presidenza della camera, dall’altra, in seguito alla bocciatura del cosiddetto lodo Alfano da parte della Consulta. Il centrodestra ha presentato, di conseguenza, una proposta di legge volta a ridurre i tempi processuali previsti per alcuni tipi di reato, fra cui quelli relativi a capi di imputazione che ricorrono nei procedimenti nei quali è tuttora coinvolto il leader della maggioranza, e numerosi esponenti del mondo politico e istituzione, per un verso, della cultura e della società civile, per l’altro, hanno manifestato dubbi di legittimità costituzionale, oltre che di opportunità, al riguardo, paventando anche l’effetto che l’introduzione di una legge simile, nelle condizioni in cui versa attualmente la giustizia in Italia, potrebbe avere, rendendo impossibile la punizione di reati anche gravi e per i quali esiste già un processo avviato. Il direttore dell’Avvenire, quotidiano dei vescovi, è stato fatto oggetto di pesanti attacchi personali, fondati su una vicenda giudiziaria a sfondo privato, da parte del Giornale, di proprietà del fratello del premier, e in seguito a questi si è dovuto dimettere. A distanza di qualche settimana, una parziale marcia indietro del quotidiano diretto da Feltri è apparsa a tutti come un tardivo risarcimento, rivolto più alle gerarchie episcopali che al diretto interessato, per la campagna ritorsiva – come era stata generalmente interpretata l’iniziativa del Giornale – contro l’atteggiamento severo assunto dalla CEI in relazione alle vicende personali che prima dell’estate avevano coinvolto il Presidente del Consiglio. Dopo che l’AIFA, l’agenzia preposta alla verifica sulla validità dei farmaci e all’autorizzazione del loro uso, ha dato il via libera all’impiego in Italia, sotto controllo medico, della pillola abortiva RU86, il governo, con un’iniziativa inconsueta e anomala, che secondo molti osservatori esorbitava dall’ambito delle sue competenze e delle sue funzioni, ha inoltrato una direttiva – cercando di imporre, senza successo, all’AIFA di farla propria – contenente alcune significative restrizioni cui l’adozione del farmaco dovrebbe essere, a suo parere, sottoposta nel suo utilizzo esclusivamente ospedaliero. Sulla scia di un referendum che inopinatamente (ma forse neppure troppo) ha visto prevalere in Svizzera i contrari alla costruzione di nuovi minareti, alcuni esponenti della lega hanno colto al volo l’opportunità di avanzare, a scopo, forse, solo propagandistico, nuove proposte volte a contrastare la penetrazione etnica, religiosa e culturale dei musulmani in Italia e sono giunti a lanciare un ruvido avvertimento contro l’azione pastorale dell’arcivescovo di Milano, rea, ai loro occhi, di privilegiare gli “ultimi”, che a Milano non sono certamente i milanesi ma, come in tutto il resto d’Italia, gli immigrati. La corte europea di Strasburgo ha emesso una sentenza che riconosce le ragioni di una cittadina italiana ostile all’idea e al fatto che il figlio dovesse frequentare una scuola nelle cui aule è appeso un simbolo religioso come il crocifisso. In risposta a questa sentenza, un gruppo di parlamentari del PdL ha depositato una proposta di legge secondo la quale il crocifisso dovrebbe essere esposto, come simbolo culturale identitario, in tutti gli edifici pubblici, prevedendo un periodo di carcerazione come pena sanzionatoria per chi, eventualmente, procedesse a rimuoverlo o per quegli ufficiali pubblici e quei pubblici impiegati che si rifiutassero di esercitare i loro compiti amministrativi sotto lo sguardo tragico e dolente dell’emblema cristiano del sacrificio. A coronamento dell’escalation di attacchi lanciati dal premier contro giudici, cariche istituzionali di garanzia (Presidenza della Repubblica e Corte Costituzionale), opposizioni e stampa e delle repliche sempre più allarmate ed esasperate della minoranza e in particolare di Di Pietro e del suo movimento, oltre che dei vari “blogger” che in rete lanciano parole d’ordine e proposte di manifestazioni autoconvocate contro il Consiglio dei Ministri e il suo presidente, Sivio Berlusconi è stato fatto oggetto di una violenta aggressione fisica da parte di uno squilibrato, con conseguenze che hanno imposto la sua ospedalizzazione per qualche giorno, aumentato oltremodo la già alta tensione politica e suscitato un allarme crescente per la piega che gli sviluppi della situazione in Italia potrebbero prendere nei prossimi mesi.  In gennaio, a Rosarno, in Calabria, una rivolta di immigrati, esasperati dalle condizioni di vita disumane imposte loro dall’avidità dei coltivatori locali e della criminalità organizzata, che gestisce la raccolta stagionale dei prodotti ortofrutticoli, oltre che dall’indifferenza se non dall’ostilità di molti residenti, si è trasformata in una guerra a sfondo raziale fra italiani e nordafricani – con feriti anche gravi (soprattutto dalla parte dei primi, che sono stati addirittura presi a fucilate) – che ha visto, alla fine la deportazione di molti di questi nei centri di identificazione e di prima accoglienza in vista di una definitiva espulsione. Al riguardo, il ministro leghista degli interni non ha saputo trovare di meglio che imputare quanto accaduto ad una tolleranza eccessiva nei confronti dell’immigrazione clandestina (dichiarazione grave, non solo per l’insensibilità morale che dimostra, appena dissimulata dalla finta oggettività di un rilievo pseudosociologico, ma perché ignora deliberatamente che il ricorso ai clandestini per la raccolta stagionale è frutto del combinato disposto della legge che regola male, soprattutto al sud, la politica degli ingressi, da una parte, e dell’attività delle organizzazioni criminali, dall’altra)

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    Si tratta di un elenco incompleto e non cronologicamente ordinato (che qualcuno potrebbe perfino giudicare casuale) di fatti di diverso peso e di diversa entità, che hanno destato reazioni diverse (anche se quasi tutte negative) nella mia coscienza politica e civile e, credo, anche in quella di qualcun altro oltre a me (sebbene, forse, non in così tanti da poter supporre che questo indirizzo delle cose possa, a breve, cambiare). Che cos’hanno questi fatti in comune? Meglio ancora: hanno, intanto, qualcosa in comune, gli eventi che ho menzionato? 

    In due giorni successivi degli inizi di dicembre, il 9 e il 10, sono apparsi, rispettivamente sul Corriere della Sera e su Repubblica, due interventi, il primo di Massimo Franco, che come si sa è un editorialista politico del Corriere, e l’altro di Vito Mancuso che, cosa altrettanto nota, è un teologo “liberale” (non so se la definizione incontrerebbe il suo consenso), assurto da qualche tempo ad una certa notorietà in virtù di un suggestivo saggio sul destino dell’anima, e divenuto anche, da poco, un collaboratore del quotidiano fondato da Scalfari. La cosa si segnala, perché i due interventi sostenevano, da punti vista assai diversi, tesi, in fondo, complementari. Provo a riassumerle in poche battute. Massimo Franco avanzava l’opinione che – anche in seguito alla diaspora dei cattolici succeduta al crollo della Democrazia Cristiana, ma non solo – il peso che i politici dichiaratamente schierati in difesa della fede sono in grado di esercitare in entrambi gli schieramenti e, di conseguenza, la capacità del Vaticano di incidere nelle scelte politiche dei partiti e del governo in Italia si sono notevolmente ridotti e sono destinati a ridursi sempre di più. Mancuso asseriva che stiamo assistendo, a livello planetario, ad un ritorno (una “rivincita”) di Dio, che però non si tradurrebbe, a suo parere, in una rivincita del Cristianesimo, in generale, e del Cattolicesimo, in particolare, inteso quest’ultimo, ritengo e se non comprendo male, come Chiesa, apparato, dogma, teologia canonica e pensiero scolastico. Insomma, come tutto ciò che la storia della cultura europea moderna ci ha abituato a considerare “religione cattolica”. Bisogna però fare attenzione: il discorso di Mancuso intendeva proporsi come interno a questa prospettiva religiosa, non solo per ragioni di “militanza teologica” e di fede personale, ma perché ciò che egli voleva mettere in risalto non era il successo di un’altra religione (per esempio l’Islam) a fronte di una difficoltà del Cattolicesimo di mantenere e di estendere la sua area di influenza a livello mondiale o geopolitico, ma il fatto che la ripresa di interesse per il fenomeno religioso e una diffusa ansia di salvezza che cerca e trova risposte nella fede, non gli sembravano, attualmente, riconoscersi più nel messaggio cristiano ufficializzato attraverso la sua istituzionalizzazione ecclesiastica, bensì, piuttosto in un’accentuata ricerca di spiritualità, che a suo parere giungerebbe, a tratti, a vere e proprie forme di misticismo e che avrebbe – suppongo – nella figura di Cristo oltre che in qualche singolare esempio di pietà e di elevazione religiosa i suoi modelli e i suoi punti di riferimento. L’aspetto stando al quale questo orientamento – secondo Mancuso frutto della postmodernità – non si rivolgerebbe né alla Chiesa né al cristianesimo della tradizione, per i quali proverebbe invece noia e disinteresse, veniva da lui indicato come quello in cui avrebbe dovuto riconoscersi, a suo parere, la vera novità rappresentata dal fenomeno.

    I due interventi, dicevo, apparivano complementari. Entrambi, infatti, segnalavano una perdita di influenza – politica, il primo, addirittura religiosa oltre che culturale e teologica, il secondo – del Vaticano e delle sue gerarchie. La valutazione, almeno con riferimento all’Italia, non poteva non destare un certo stupore. Sembra, infatti, piuttosto difficile negare che l’attuale governo di centrodestra abbia stipulato un tacito accordo con la Chiesa in virtù del quale sulle cosiddette questioni eticamente sensibili la maggioranza parlamentare e lo stesso esecutivo si sono venuti sempre più rigidamente schierando a fianco del Papa e dei vescovi, con uno zelo che gli esponenti della vecchia DC non sono mai giunti neppure a sognarsi, vista anche la sfrontatezza e tracotanza illiberale per mezzo delle quali lo si ostenta. Allo stesso modo, sul fronte strettamente religioso e teologico, dopo il successo che ha contraddistinto – in una fase in cui il Cristianesimo e in generale la dimensione religiosa dell’esistenza sembravano essere stati messi totalmente fuori gioco dal processo di secolarizzazione – l’impegno di Giovanni Paolo II nel riorganizzare le fila della Chiesa cattolica a livello planetario, rilanciandone l’azione e il culto, non appare affatto evidente la tesi di Mancuso, circa le vie diverse e alternative che, rispetto all’ufficialità della religione istituzionale, avrebbe imboccato il bisogno di affidamento al sacro, senza alcun dubbio facile da riscontrare sulla scia delle carenze che la civiltà tecnologica mostra di continuo riguardo ai temi della vita, della morte, del loro senso e scopo. Eppure, qualcosa di innegabile, percepito, prima ancora che compreso, come tale, e di cui occorre quindi rendersi conto e darsi ragione, era presente, riconoscibilmente presente, nelle considerazioni di Mancuso non meno che in quelle di Franco. 

 

    Si potrebbe riassume la cosa in questi termini: ciò che distingue la piaggeria religiosa dell’attuale centrodestra berlusconiano da quella della vecchia DC è soprattutto l’assoluta spregiudicatezza e l’evidente opportunismo di cui essa apertamente si nutre. Sia chiaro, qui non si tratta di denunciare un atteggiamento più o meno ipocrita: molta e indiscutibile ipocrisia era presente e avvertibile nella condotta politica e di vita di numerosi esponenti democristiani della “prima repubblica”. Ma la loro fede, forse mediocre, se valutata con il metro di un Dossetti o di un La Pira, era autentica, così come autentica era l’obbedienza che costoro tributavano alla Chiesa e alle sue gerarchie. La novità che caratterizza l’attuale fase politica è che, invece, nell’atteggiamento del centrodestra – e si potrebbe dire che ciò dimostri un assoluto “laicismo” psicologico da parte sua – il rispetto per i principi dell’etica religiosa è del tutto svincolato dalla fede e, direi, anche dalla cultura, nel senso che ha visibilmente un carattere di chiara matrice ed impronta strumentale (nell’accezione stretta e “tecnica” del termine – non in quella metaforica e venata di riprovazione – ovvero nel senso di “finalizzato ad uno scopo”). E lo scopo che il centrodestra persegue con questo mezzo è il consenso. Non solo in termini elettorali, ma, prima ancora, in termini ideologici. In altre parole, il centrodestra ha capito, prima e meglio del centrosinistra, grazie soprattutto all’istinto comunicativo che contraddistingue il suo leader, i meccanismi che oggi, in Italia, regolano la “cattura” del consenso, ed ha così mostrato di aver compreso che più che il consenso dei  cattolici esso doveva mirare ad ottenere quello dei conservatori. Di coloro che nel Paese rappresentano da sempre la componente maggioritaria dell’elettorato. I quali, privi di ogni senso di appartenenza ad una comunità che varchi i confini, al massimo, di una cultura regionale, percepiscono come minaccia tutto ciò che rappresenta un’intrusione dello Stato e del governo nella loro vita quotidiana. Una minaccia da cui doversi difendere e nei confronti della quale doversi garantire. E’ una disposizione psicologica che, si potrebbe dire, corrisponde ad una sorta di istinto difensivo primario. Ad esso occorre poi si sovrapponga, per poter alimentare il bisogno, comune a tutti, di autostima, la professione di fede in alcuni valori. Quelli più a portata di mano, quelli più adusi ad essere svincolati da comportamenti che ne rispecchino con coerenza l’ispirazione morale, quelli che sono già stati a lungo pensati, discussi ed elaborati (e che per questo esonerano dal compito di impegnarsi direttamente nel giudicarli e farli criticamente propri) sono i valori desunti dalla tradizione religiosa, che, in Italia, è essenzialmente la tradizione cattolica. Il centrodestra ha avuto la capacità di comprendere che, consumatasi, con il crollo della Democrazia Cristiana, l’unità politica dei cattolici, il modo migliore di attrarre il consenso di massa resosi in tal modo disponibile, evitandone la diaspora (ossia evitando che, per mancanza di offerte ideologiche a lui affini, esso iniziasse una sua migrazione verso approdi diversi) era elaborare una proposta che tenesse insieme, con le promesse di un fisco favorevole e poco invasivo, un’etica conservatrice, rigoristica solo e selettivamente sulle questioni che attengono alla vita biologica, non, però, riguardo a quelle che concernono l’esistenza sociale e individuale. Tutto questo non è stato frutto di una scelta pianificata: è venuto sedimentandosi gradualmente, per aggiunte successive, grazie all’intuito comunicativo di cui ho già parlato. L’esito finale di un simile processo è quello che sta sotto i nostri occhi: rappresentato da un’etica pubblica estremamente degradata (perché senza dubbio ipocrita e opportunistica), profondamente illiberale, demagogica e proterva, ma sufficientemente identitaria da risultare suggestiva per un numero cospicuo di italiani e pertanto efficace nella conquista e nel mantenimento del sostegno della maggioranza del corpo elettorale. 

    Viste le cose in questa prospettiva, è almeno in parte vero ciò che sosteneva in dicembre, nel suo editoriale, Massimo Franco. Il rapporto tra centrodestra e Vaticano è oggi un rapporto paritario, non di subordinazione (come era quello della DC rispetto alla Santa Sede). Un rapporto in cui si può, certo – ed è quello che è avvenuto finora – andare d’amore e d’accordo, ma in cui i vertici della Chiesa non possono spingersi fino al punto di cercare di dettare l’agenda al governo, magari riprendendo con severità le posizioni xenofobe della Lega (che per questa formazione politica, indispensabile agli equilibri della maggioranza, sono irrinunciabili) o ammonendo pubblicamente il premier a proposito dei suoi comportamenti privati disinvolti. In tal caso, infatti, la risposta non si fa attendere. Il caso Boffo insegna. E se poi si arriva ad una parziale e tardiva ritrattazione (“tardiva” perché avviene a cose fatte e ad obiettivo ormai raggiunto, ma, in realtà, proprio per questo, non tardiva, nelle intenzioni di chi si è servito del caso per far giungere all’episcopato italiano e alla Chiesa un preciso avvertimento, bensì perfettamente studiata nei tempi) è solo per evitare che una volta recapitato il messaggio e incassato il suo “avviso di ricevimento”, la controparte possa apparire pubblicamente troppo umiliata e debole. Su questa strada, del resto, il centrodestra si è mostrato disponibile a spingersi, per compiacere la Chiesa in ciò che non mette in discussione i propri interessi e la tenuta della sua maggioranza, fino al punto di reintrodurre in Italia, quantomeno sul piano della costituzione materiale, aspetti teocratici come quelli presenti nelle costituzioni dei Paesi che riconoscono una loro confessione religiosa come religione di Stato, a detrimento di tutte le altre presenti e professate nei confini nazionali oltre che, di conseguenza, del principio laico e liberale dell’eguaglianza di tutte le fedi di fronte alle istituzioni politiche.

 

    Sul versante dell’opposizione può, del resto, apprezzarsi anche la parziale verità delle osservazioni di Mancuso. Dopo il grande rilancio planetario del cattolicesimo che è stato reso possibile dall’incredibile carisma, unito ad un fortissimo istinto “politico” (o, come forse sarebbe più opportuno dire “geopolitico”), di Giovanni Paolo II, la Chiesa conosce oggi un momento di difficoltà. Ciò è dovuto, innanzitutto, alla diversa personalità del nuovo Pontefice, al suo forte tradizionalismo e al suo scarso senso politico. Tutto questo ha fatto sì che il ruolo del Vaticano abbia finito col pesare, in Italia, solo in ragione della volontà e delle convenienze del centrodestra, che gli ha riconosciuto il diritto di sindacare, assecondandolo e in certi casi perfino anticipandolo, sui territori sui quali alla maggioranza tornava utile permettere le sue invasioni di campo, mentre si è mostrato piuttosto sordo, e in taluni casi perfino sprezzante, nel rinviare al mittente tutti gli appelli che il mondo del volontariato religioso, alcuni vescovi e la stessa Santa Sede (sia pure, questa, con più circospezione) hanno lanciato a favore dei principi di umanità ed accoglienza nei confronti degli immigrati. Il risultato è una Chiesa che oggi appare divisa (da sfumature, beninteso, non da lacerazioni interne, e tuttavia in un modo che è divenuto ormai percepibile) fra episcopato e Vaticano, soprattutto dopo il pensionamento di Ruini. E che mostra contraddizioni al suo interno fra le posizioni più oltranziste e dogmatiche degli esponenti che puntano la loro attenzione prevalente sui temi etico-biologici e quelli che sono più impegnati sul fronte pastorale. Inoltre, l’ostentazione con la quale il Presidente del Consiglio conduce una vita certo non molto ispirata ai principi della morale cattolica dal punto di vista sessuale e famigliare ha prodotto sconcerto in molti credenti e ha imposto anche ai più fervidi sostenitori, tra i vertici vaticani, dell’attuale governo una certa presa di distanza. 

    Il Partito Democratico si trova, a questo punto, ad un bivio: o sfrutta l’opportunità che l’uscita di Rutelli e quella di alcuniesponenti dell’ala cosiddetta teodem (che potrebbero ben presto e auspicabilmente diventare tutti) gli offre per avviare un chiarimento interno con quei cattolici che sono rimasti, culturalmente, ex-democristiani e che mantengono, con le gerarchie religiose, un rapporto psicologicamente subalterno, o cede al vecchio riflesso condizionato dell’alleanza compromissoria e tenta, in accordo con i rappresentanti della vecchia DC che sono confluiti nei suoi ranghi e con quelli che hanno, al suo esterno, dato vita all’Unione di Centro, di resuscitare la “prima repubblica”. Alcune indicazioni contenute nel programma con il quale Pierluigi Bersani ha vinto le primarie ed è diventato segretario del partito fanno temere che la nuova dirigenza si avvii ad effettuare una scelta di quest’ultimo tipo. In primo luogo, l’idea di un ritorno al proporzionale senza premio di maggioranza con una legge elettorale di tipo “tedesco” (ma “italianizzata”). In secondo luogo, il proposito di costruire un’alleanza organica con l’UDC. Ad ostacolare questo progetto è, innanzitutto, la resistenza interna degli ex-popolari che fanno la fronda (in accordo tattico con Veltroni e il suo seguito), finora con successo, nell’intento di impedire la confluenza del PD nel Partito Socialista Europeo e la socialdemocratizzazione dei democratici italiani. Ma si tratta di un’alleanza tattica, come dicevo, segnata dalla contraddizione fra il riformismo istituzionale dell’ala veltroniana e il conservatorismo che, su questo terreno, continua ad essere l’espressione prevalente dell’orientamento della componente popolare. Un secondo ostacolo è costituito dalla reticenza dell’UDC che vuole mantenersi libera da accordi organici per riproporre la vecchia strategia democristiana dei “due forni”. L’anomalia rappresentata da Berlusconi, le sue bordate contro gli organi costituzionali di garanzia, la sua assoluta mancanza di cultura liberale, il suo populismo, la sua demagogia e la sua forza mediatica, unitamente alla sua intolleranza per le regole e il dissenso potrebbero, però, ricompattare tutta la minoranza, spingendola ad una riedizione dello sgangherato cartello elettorale prodiano 2006-2008 con l’aggiunta dell’UDC (e se quelle che al momento appaiono uscite estemporanee, frutto di una completa assenza di rispetto per i diritti e la libertà di espressione oltre che di amore per le scorciatoie e di insofferenza per le vie tortuose e lente delle procedure democratiche, dovessero alla fine tradursi in qualcosa di più che semplici provocazioni ad effetto, sarebbe difficile, anche per un convinto bipolarista, sottrarsi al richiamo di un’alleanza per la difesa della democrazia costituzionale). Senza tutto questo, la strada per un PD che volesse costruire una vera alternativa al centrodestra sarebbe segnata e richiederebbe la progettazione di un partito liberale e laico di sinistra, in cui i cattolici (alcuni cattolici, quelli ai quali, nel suo intervento di dicembre, Mancuso attribuiva il merito principale della “rivincita di Dio” oggi) trovassero modo di riconoscersi al di fuori di ogni sudditanza nei confronti della Chiesa, animati da un intenso desiderio di spiritualità e insofferenti, senza essere irrispettosi, di ogni etica istituzionalizzata e dogmatica. Un PD, insomma, che diventasse anche la casa di quei credenti che con istinto “modernistico” riconoscessero nelle scelte morali qualcosa che per definizione sfugge (nel senso che per essere davvero autentico deveinevitabilmente sfuggire) alla regolamentazione coercitiva di una legislazione pubblica. 

 

    Berlusconi ha svecchiato la politica italiana, le ha imposto ritmi e linguaggi ad essa originariamente estranei, ha costruito un centrodestra moderno, che si serve con spregiudicatezza dei valori che la tradizione ha consolidato come espressivi di un’etica pubblica conservatrice. Purtroppo, per limiti soggettivi di natura culturale e caratteriale, lo ha fatto di istinto, non spinto da un disegno lungimirante, sollecitato a intraprendere questo cammino da esigenze di tutela personale e con scarso discernimento fra ciò che è possibile fare in difesa della propria parte e ciò che non lo è senza scardinare gli assetti della democrazia repubblicana. Questi limiti sono quelli che hanno garantito il suo successo, perché sono espressivi di una realtà umana che corrisponde al modello cui la maggioranza degli italiani (e questo è forse il problema più grave con il quale la sinistra moderata e pensante deve, da noi, fare i conti) si ispira e in cui si riconosce (o vorrebbe potersi riconoscere). Così come, allo stesso tempo essi rappresentano, in quanto aspetto che contraddistingue e incarna più di ogni altro l’anomalia di questo Paese e della sua politica, anche il fattore che ha trattenuto il PD dal dare pienamente corso ed impulso all’evoluzione della sua cultura e della sua ideologia. E’ quindi piuttosto difficile prescinderne o fare come se non ci fossero, secondo una retorica attualmente molto diffusa, che, rispetto ad una situazione anomala come questa, non sa avanzare altra proposta se non quella di fingere collettivamente che l’anomalia non esista: questo è il problema specifico (che si aggiunge a quello storico riguardante l’elettorato italiano e la sua estraneità alle istituzioni pubbliche) cui la congiuntura politica, sociale e culturale nella quale versa il nostro Paese ci pone oggi di fronte. Ignorarlo non può certo servire ad evadere da una simile distretta. 

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