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La crisi 

della 

democrazia

di Riccardo Terzi

Da tempo è aperto in tutta Europa il tema della crisi della sinistra, e l’ultima tornata elettorale conferma che non si tratta di una oscillazione contingente, ma di un processo più profondo di erosione del consenso e di declino. La mia ipotesi è che il destino della sinistra sia un aspetto solo parziale di un più ampio sommovimento politico, il quale chiama in causa le forme dell’intera vita democratica. La crisi investe la sinistra solo di rimbalzo, ed essa è travolta non da se stessa, dai suoi errori e dalle sue divisioni, ma dal fatto che la democrazia si è inceppata. E la democrazia è per la sinistra uno spazio vitale assolutamente necessario, mentre la destra, nelle sue varie espressioni, tende a limitarne la portata e si pone in una posizione di diffidenza. Non è una tesi consolatoria, ma al contrario essa ci chiede una più radicale revisione di tutta la strategia politica. Proviamo allora ad articolare questa ipotesi, ad esplorarla nei suoi diversi risvolti, a mettere alla prova la sua efficacia interpretativa. C’è una prima obiezione a cui rispondere, la quale tocca proprio il punto sostanziale del nostro ragionamento. Essa si può formulare così: perché mai dobbiamo interpretare come crisi ciò che è solo un mutamento delle forme della politica? La percezione della crisi è solo, in questa ottica, un riflesso conservatore e nostalgico, l’attaccamento a una determinata fase della vita democratica. Ma la democrazia è sempre in evoluzione, è un continuo processo di adattamento ai diversi contesti storici, e ciò che oggi ci sta di fronte non è altro che un nuovo stadio di questa ininterrotta evoluzione. Questa obiezione è tipica di un certo storicismo a buon mercato, il quale finisce sempre per giustificare tutto ciò che accade, vedendo in questo accadere il segno di una superiore necessità. La risposta a questa obiezione è che la storia conosce non solo evoluzioni, ma anche rotture.

Nel nostro caso, si tratta di una rottura non appariscente, ma nascosta, per cui la democrazia sopravvive a se stessa, nei suoi aspetti esteriori e formali, e nello stesso tempo si svuota del suo contenuto sostanziale.

È una tesi che va ovviamente argomentata e motivata. Ma non si può rispondere con l’ottimismo dell’incoscienza, che vede sempre all’opera nella storia dell’Occidente il cammino della libertà. Il discorso non riguarda in modo specifico l’Italia, ma la tendenza generale che attraversa tutto il nostro continente. Non è Berlusconi il motivo del nostro allarme, perché egli rappresenta solo una patologia aggiuntiva, che si inserisce in un quadro di più generale sfaldamento delle istituzioni democratiche europee. Prendo qui in esame cinque diversi profili della crisi, i quali costituiscono delle aree problematiche da scandagliare, alla ricerca di nuove soluzioni.

Le cinque aree possono essere così designate: lo spazio, il tempo, i soggetti, i fini, la parola.

 

La democrazia e lo spazio

La democrazia è una organizzazione dello spazio. Nasce nello spazio circoscritto dell’antica polis, e progressivamente si allarga fino all’istituzione delle moderne forme di democrazia rappresentativa nell’ambito dei grandi Stati nazionali. Ma oggi c’è un ulteriore salto qualitativo della dimensione spaziale, con il pieno dispiegamento di un processo globale che investe non solo le relazioni economiche, ma tutte le sfere della nostra vita collettiva. La democrazia tradizionale è impotente di fronte ai nuovi processi, perché ancora non c’è nessun contenitore democratico che sia in grado di regolarli.

I centri decisionali sono tutti esterni al circuito democratico: imprese multinazionali, agenzie, tecnostrutture, in breve una ristrettissima élite che non deve rendere conto a nessuno e che nessuno riesce a controllare.

Il problema urgente è dunque il seguente: è possibile, e come, una democrazia dei grandi spazi? Il movimento no global ha cercato di affrontare il problema, ma si è rapidamente avvitato su se stesso, in una logica di astratta contestazione

frontale. Ma forse si può dire che ha aperto la strada, e che su questa strada altri possono mettersi in cammino: le organizzazioni sindacali, l’Internazionale socialista, la rete associativa che già opera nello spazio globale. Si tratta però di muoversi in un’ottica del tutto nuova, abbandonando la vecchia logica di una infinita mediazione diplomatica tra i diversi interessi nazionali. Se si vuole incidere nel nuovo spazio, occorrono soggetti che abbiano in quello spazio la loro ragion d’essere, che siano a tutti gli effetti gli attori e gli interlocutori di una politica globale.

Anche la Chiesa può avere un ruolo, come forza di orientamento morale, che richiama la necessità di un rapporto tra economia ed etica, tra mercato e giustizia. E l’ultima enciclica di Benedetto XVI esprime chiaramente la volontà di riposizionare la dottrina sociale della Chiesa nel quadro dell’attuale processo di globalizzazione. Resta comunque irrisolto il problema delle istituzioni politiche. Il primo decisivo passaggio è la costituzione di un vero spazio democratico nel continente europeo. L’Europa ha intuito la necessità di darsi una più ampia dimensione spaziale, con una strategia di «allargamento» dei suoi confini, che dà vita potenzialmente a un nuovo straordinario soggetto politico. Ma all’allargamento non ha corrisposto un disegno istituzionale adeguato, e perciò quella forza potenziale è divenuta una ragione di fragilità e di paralisi. L’Europa stessa, quindi è oggi un fattore di crisi, perché non si è data un progetto politico unitario e non ha proceduto a nessuna seria democratizzazione delle sue strutture istituzionali, col risultato di essere sempre più avvertita come una burocrazia invasiva, e non come il luogo di una democrazia allargata. Prendono così forza i movimenti antieuropei, nazionalisti o localisti, di destra o di sinistra. L’Europa deve ripartire su nuove basi.

Altrimenti il suo destino sarà quello di una progressiva irrilevanza, proprio nel momento in cui tutta la situazione mondiale è messa in movimento, e si ridefiniscono le gerarchie e i rapporti di forza.

Nello stesso tempo, proprio perché occorre proiettare la politica nei grandi spazi, occorre anche un forte presidio democratico dello spazio locale, per non lasciarlo nelle mani del comunitarismo reazionario, che pensa l’identità del territorio in una logica di rifiuto di tutto ciò che è esterno. Il problema dello spazio si pone quindi su diversi livelli, che sono tra loro strettamente intrecciati. La democrazia deve ridisegnare i suoi spazi, muovendosi in diverse direzioni, così da poter intervenire nel vivo dei processi di trasformazione, nelle reti lunghe del globale come nelle reti corte del locale. E occorre per questo una democrazia combattente, perché ormai tutti gli spazi sono contesi, e interi territori vanno riconquistati alla sovranità democratica.

 

La democrazia e il tempo

Il secondo tema è il tempo. Il governo democratico consiste nel prendere tempo, tutto il tempo necessario per ascoltare le diverse opinioni, per mediare tra i diversi interessi, per costruire una sintesi condivisa. La democrazia si occupa non della velocità, ma della qualità della decisione, ed essa ha bisogno di un tempo di maturazione, di un processo nel quale si possano ponderare tutte le possibili alternative. A tutto ciò si oppone la mitologia del decisionismo: il culto della velocità, il preconcetto che l’efficacia della decisione dipenda dalla concentrazione del potere, il mito del «capo carismatico», che da solo tiene in pugno tutta intera la situazione, l’idea insomma che la democrazia sia un dispendioso processo ‘ritardante’, non più compatibile con una società in rapida evoluzione. Questa offensiva ha lasciato delle tracce profonde, e ha determinato una sorta di ‘senso comune’, al quale tutti sembrano passivamente adattarsi. Se rileggiamo tutto il dibattito istituzionale di questi anni, vediamo che il tema è sempre il medesimo, declinato con più radicalità o con più moderazione: rafforzare i poteri dell’esecutivo e ridimensionare il ruolo delle rappresentanze. La questione del tempo viene quindi usata per scardinare il nostro modello costituzionale, in quanto esso sarebbe un fattore non più sopportabile di inefficienza dell’intero sistema politico.

Anche a sinistra c’è tutta una corrente di pensiero, se così si può dire, che affida le sorti della sinistra stessa alla piena accettazione del paradigma decisionista. Una sinistra finalmente moderna sarebbe quella che si libera del vecchio fardello partecipativo, e che compete con la destra sul suo stesso terreno: leaderismo, decisione, potere carismatico, semplificazione, investitura popolare diretta che fa piazza pulita di ogni logica di mediazione. La ricetta non ha funzionato. E comunque sia, se si assume questo orizzonte ideologico, la distinzione tra destra e sinistra perde qualsiasi significato.

Di questa impostazione vanno contestate le premesse: il modello plebiscitario non è affatto una garanzia di efficienza, ma è solo una garanzia di arbitrio. Decisione e rappresentanza non sono tra loro in alternativa, ma sono i due lati non dissociabili dello stesso processo. Ciò che appare necessario è un programma di razionalizzazione istituzionale, per eliminare i tempi morti e le duplicazioni, a partire dal superamento del bicameralismo perfetto, che non ha nessuna giustificazione funzionale. La democrazia, senza rinunciare a se stessa, può darsi delle regole di maggiore efficienza, e questo è possibile anche utilizzando, nei diversi campi, le nuove tecnologie informatiche. La questione del tempo e della velocità è quindi agitata solo strumentalmente. È solo un argomento ideologico, nel senso deteriore del termine, che serve a travisare la realtà, è l’alibi con cui si cerca di giustificare lo svuotamento della democrazia. A questa manovra non dobbiamo fare nessuna concessione. Il tempo, in fondo,

è solo una risorsa che va usata con saggezza, scandendone i ritmi sulla base delle nostre necessità.

 

La democrazia e i soggetti

In terzo luogo, la competizione democratica presuppone la costituzione di soggetti collettivi, di rappresentanze, di canali organizzati che sappiano convogliare la partecipazione intorno ad alcuni obiettivi unificanti. È questa la funzione propria dei partiti politici, che sono il punto di raccordo tra cittadini e istituzioni, la mediazione concreta di società civile e società politica. Questa rappresentazione classica della democrazia come sistema dei partiti si trova oggi a essere messa in discussione, per effetto di un generale processo di individualizzazione e di frammentazione sociale, che rende assai più problematica la formazione di grandi aggregazioni collettive. È un processo che va attentamente analizzato, nei suoi diversi risvolti, e che contiene in sè diverse e contraddittorie potenzialità. Da un lato, è evidente il rischio di una dissoluzione dei legami sociali, il cui esito sarebbe quello di trasformare la società in un agglomerato informe di individui isolati, in una moltitudine dispersa, ed è proprio in questa rarefazione della struttura sociale che può facilmente affermarsi, senza incontrare resistenze significative, il modello populista e plebiscitario.

Ma questo è solo un aspetto della realtà, un esito possibile, non un destino. Il processo che si usa definire come individualizzazione significa anche una maggiore coscienza critica, una certa irrequietezza soggettiva, che rimette in discussione i meccanismi tradizionali dell’appartenenza, della delega fiduciaria, dell’identità ideologica. E dà luogo a nuove forme di impegno, di partecipazione, per cui si può parlare di una politicità diffusa, che non si lascia tutta racchiudere nelle strutture tradizionali di partito. L’errore capitale che ha contrassegnato tutta la più recente storia politica è stato quello di inseguire la società civile nelle sue tendenze dissolutive,

senza cercare di reinventare, con le nuove energie disponibili, le forme e gli strumenti della politica. La politica ha rinunciato al combattimento, e si è lasciata occupare e dominare dagli umori mutevoli di una società civile individualizzata, strutturata solo per interessi corporativi e non per progetti unificanti. Non si è capito che il post ideologico, il post identitario, è anche necessariamente il post democratico, perché non c’è vita democratica senza la visibilità dei soggetti politici, senza la trasparenza della loro competizione sul terreno dei progetti e dei valori. Se la politica perde la sua ambizione egemonica, non resta che arrendersi alla spontaneità quotidiana delle cose, il che vale a dire ai rapporti di potere costituiti. Per questa ragione, la destra può impunemente cavalcare gli umori dell’antipolitica, perché ciò conduce alla stabilizzazione conservatrice del sistema. Mentre per la sinistra si tratterebbe solo di un precipitoso disarmo unilaterale.

Il punto critico da affrontare è quindi il seguente: come restituire un senso, un’identità all’azione politica organizzata. È da qui che si deve ripartire. Non serviranno a nulla aggiustamenti tattici o solo organizzativi, se non si mette mano a quello che è il centro sostanziale della politica, il suo essere cioè pensiero organizzato, rappresentazione e interpretazione della realtà. Non è affatto vero che nel nostro mondo attuale ci sia spazio solo per il calcolo degli interessi immediati. Al contrario, è proprio l’opacità della nostra vita quotidiana

che ridà forza alle domande fondamentali, sulla nostra identità e sul nostro destino. Se la politica non risponde, se non si misura con queste domande, saranno altri i punti di riferimento: i fondamentalismi, le mitologie, le chiese. Da un lato una ricerca spirituale autentica, ma dall’altro anche identità deturpate, ideologie dell’intolleranza, che sono il riflesso della crisi dell’Europa e la negazione del suo patrimonio culturale. I teorici del post ideologico, convinti di essere approdati in un mondo senza conflitti, non avvertono il rischio di essere sommersi e travolti da una violenta ondata ideologica, e non si rendono conto che è proprio la loroposizione di indifferenza e di neutralità il punto debole delle nostre società democratiche.

 

La democrazia e i fini

Il filo conduttore di tutto il nostro ragionamento mi sembra essere, a questo punto, sufficientemente chiaro: la democrazia non è solo una procedura, ma è il processo che realizza una partecipazione reale alle scelte e alle decisioni politiche, e che ha bisogno di essere continuamente alimentato e spostato in avanti, per spezzare di volta in volta le strozzature e le incrostazioni che si oppongono alla pienezza e all’universalità della cittadinanza. È in questo senso che si può parlare oggi di una crisi, perché c’è una situazione di appagamento e di stabilizzazione, e la democrazia sembra aver perso il suo impulso dinamico.

Per questo è essenziale il discorso sui fini, perché non si dà partecipazione se non in vista di determinati obiettivi, di traguardi che debbono ancora essere raggiunti. La democrazia, possiamo dire così, è la competizione tra diverse idee

di giustizia, le quali si definiscono in base a un sistema di valori e di principi su cui modellare l’ordinamento sociale. Naturalmente, si tratta di un discorso estremamente aperto a diverse possibili soluzioni, ma c’è politica solo se il confronto si tiene a questo livello, sul terreno dei fini e dei progetti di società. Se invece i fini sono già dati, sono inglobati nella realtà attuale, e la discussione politica riguarda solo i mezzi, non il che cosa ma il come, o il chi, allora effettivamente della democrazia non c’è nessun bisogno, perché si è dissolto il suo oggetto. La crisi della democrazia è l’effetto di questo appannamento del discorso politico. Nel momento in cui il discorso sui fini viene rimosso, perché si tratta solo di stare pragmaticamente nella realtà data, si costituisce allora un sistema chiuso, che ruota all’infinito su se stesso, e che si regge su una regola di passività e di opportunismo. È l’avvento dell’uomo postideologico, che non si concede pensieri lunghi, domande di senso, ma si limita a gestire la sua quotidianità. Ma non ci troviamo in presenza di una mutazione antropologica ormai compiuta, e anzi sono molteplici i segni di una soggettività più matura e inquieta, che si mette in cammino verso nuovi possibili traguardi. Alla fine, l’egemonia politica sarà di chi riesce a dare un senso collettivo a questa ricerca.

 

La democrazia e la parola

Possiamo infine intendere la democrazia sotto un ultimo profilo: la democrazia come il ‘prendere parola’, o, per usare la terminologia di Hirschmann, la «voice» che si oppone all’«exit», il far sentire la propria voce, le proprie ragioni, anziché abbandonare il campo e uscire di scena. Quando accade che anche nel campo della politica si tende a rispondere alle criticità con una strategia di exit, di uscita, di abbandono, allora ciò significa che il sistema politico si è inceppato, che la politica non riesce più a funzionare con una logica diversa da quella del mercato. Il confine tra i due campi, il privato e il pubblico, si fa sempre più indistinto, e la politica stessa funziona solo come mercato politico.

In che senso la parola è essenziale per la democrazia? Possiamo distinguere tre aspetti. Il primo è la necessità che tutti, senza nessuna forma di esclusione, abbiano il diritto di prendere la parola, che si costituisca quindi uno spazio pubblico che sia davvero uno spazio aperto e universale. In teoria, nessuno sembra negare questo principio, ma nei fatti sono in atto potenti fattori di esclusione, tra i quali il più evidente e il più intollerabile è quello che esclude da ogni forma di partecipazione democratica tutta la grande ondata dell’immigrazione, dando così luogo a un sistema duale, diviso, non solo in linea di fatto ma anche in linea di principio, tra chi è titolare dei diritti e chi ne è escluso. È questa una ferita profonda che si è aperta nella nostra vita democratica, e risanare questa ferita è il primo passo necessario per restituire alla democrazia tutta la sua forza vitale.

Il secondo aspetto riguarda la difficoltà di affidare al processo democratico il governo di una società ‘complessa’, nella quale ogni singolo problema presenta tutta una serie di variabili tecniche di difficile comprensione. La tendenza in atto è quella di riservare queste decisioni a una cerchia ristretta di «esperti». È un’antica questione: chi deve decidere, solo chi sa, o tutti indistintamente, col rischio che la loro decisione sia approssimata, emotiva, non fondata su una conoscenza reale del problema? Questa alternativa si può risolvere solo se la democrazia mette in campo un processo culturale di massa, che dia a tutti gli strumenti conoscitivi indispensabili per poter decidere con cognizione di causa. Il tema è ancora quello affrontato da Antonio Gramsci: il ruolo degli intellettuali, il loro distacco dalla massa delle persone semplici, la necessità di una nuova sintesi, ovvero di una generale riforma intellettuale che investa gli strati più profondi della società nazionale.

La democrazia pretende che tutti abbiano la parola, e che abbiano la parola su tutto. Questa è la sfida. Se si accettano limitazioni, nell’una o nell’altra direzione, vuol dire che la democrazia si arrende di fronte alle difficoltà.

Il terzo aspetto è forse quello più essenziale: la democrazia come dialogo, come ricorso alla parola anziché alla forza, alla persuasione anziché al dominio. C’è un parallelismo, nella storia, tra democrazia e filosofia. Atene è il luogo in cui i

due processi si incontrano, dove la ricerca della verità si fonda sul dialogo e sulla libertà, dove quindi sapienza e virtù politica tendono a convergere. E tutta la democrazia moderna rinasce con l’illuminismo filosofico, con le sue battaglie contro i dogmatismi teologici e contro gli assolutismi politici.

Democrazia e filosofia, crescono o declinano insieme.

L’aspetto più preoccupante dell’attuale momento politico è che esso non dà luogo a nessun confronto di idee, a nessun dialogo, ma solo a logiche di schieramento e a formule propagandistiche. La domanda finisce per essere solo questa: tu con chi stai? E non, tu cosa pensi? Il progetto democratico ha bisogno della parola, e alle parole, spesso consumate e irriconoscibili, occorre restituire un significato, per ricostruire quel linguaggio comune che è lo strumento indispensabile del nostro dialogo, del nostro decidere, coscientemente, dei punti di consenso o di dissenso. Dobbiamo prenderci tutto il tempo necessario per questo lavoro di rielaborazione, di ricostruzione del linguaggio e della cultura politica, sapendo che il dialogo non è il frutto della moderazione, ma della chiarezza e della radicalità del pensiero.

 

La democrazia come lotta politica a viso aperto

Qual è infine la conclusione possibile di tutta questa lunga ricognizione intorno alla crisi della democrazia? Essa è tutto sommato semplice: la democrazia deve essere non una retorica, ma un combattimento. I diversi profili su cui ci siamo soffermati sono il terreno di una lotta politica che deve essere combattuta a viso aperto. Questa è l’essenziale correzione da fare: vedere con chiarezza il legame che unisce a uno stesso destino la sinistra e la democrazia, e porre qui il centro di tutta la nostra iniziativa. C’è un punto importante da chiarire: questa battaglia democratica non si oppone alla modernizzazione, ma al contrario è il compimento del progetto politico della modernità. L’alternativa a questa impostazione è il ritorno ai particolarismi, al diritto diseguale delle caste, al localismo, a una struttura di tipo neofeudale, dove la persona non ha diritti propri, ma dipende interamente dal contesto in cui si trova. È questa la linea di marcia della destra attuale: rompere l’universalismo democratico, e organizzare una società corporativa, lasciando ai soggetti sociali più deboli solo le risorse residuali di una qualche forma di assistenza paternalistica.

Ma esistono le condizioni per vincere questa battaglia? Si tratta allora di capire se esiste o no una domanda di partecipazione, e quali sono le energie, anche solo potenziali, che possono essere attivate e messe in movimento in una propositiva politica. Dietro l’apparente spoliticizzazione, c’è in realtà una vasta rete sociale e una varietà di forme partecipative, e c’è una grande disponibilità a mettersi in gioco in quei rari momenti in cui la politica fa appello alla partecipazione popolare, come è accaduto con lo strumento delle primarie.

Il limite è che tutto questo non riesce ad incidere nel processo politico, perché si tratta o di fatti occasionali o di una socialità volontaristica che resta confinata in uno spazio circoscritto.

Ciò che manca è la forza e la compiutezza di un progetto politico. Come dice Mario Tronti, il difetto della politica attuale non è quello di non saper ascoltare, ma di non saper parlare. Se la politica non parla, tutte le potenzialità della società civile finiscono per essere disperse. Quale soggetto politico si può far carico di questa necessità? Dovrebbe essere questo il compito del Partito democratico, se si decide finalmente a darsi un profilo, una struttura organizzata, una cultura politica, e ad agire nella realtà, nei suoi conflitti, negli interessi e nelle passioni, come una forza di combattimento. Non so ora fare previsioni su quello che accadrà. Voglio solo dire che questo è il tema che ci sta di fronte, e che infine avrà un futuro chi riesce a prenderlo nelle sue mani, e a rimettere così in moto il processo democratico, dando a esso un senso, uno scopo, una forza di mobilitazione. 

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