A proposito de: Il paradosso antropologico

di Massimo Adinolfi

Si può fare un'ontologia del presente? L'espressione, che è di Michel Foucault, ha un carattere paradossale: indica un oggetto di studio – il presente, le forme di vita contemporanee, quel che sta capitando proprio 'adesso' – che è storico quant'altri mai, e che anzi costringe persino a inseguire la cronaca; ma scomoda l'ontologia, cioè un sapere che, al riparo dal divenire storico, si propone di delineare le strutture universali e necessarie proprie di ogni ente in quanto tale: ieri come oggi, e oggi come domani. Perché dunque il proposito di costruire le linee di un'ontologia del presente non appaia soltanto un equivoco, occorre avanzare l'ipotesi che quel che sta succedendo oggi è perlomeno l'annuncio di qualche profonda modificazione in corso, che tocca se non la natura in generale, almeno la natura umana.

Alla natura umana, infatti, è dedicato l'ultimo libro di Massimo De Carolis, che aveva già condotto un'affascinante esplorazione del nostro tempo storico ne La vita nell'epoca della sua riproducibilità tecnica (Bollati Boringhieri, 2004). Nel solco di quella ricerca si colloca adesso Il paradosso antropologico. Nicchi, micromondi e dissociazione psichica (Quodlibet, 2008). E se in quel volume era a tema il fatto, di per sé inquietante, che l'uomo è ormai l'oggetto di una potentissima ingegneria scientifica e tecnica, tanto sul piano biologico (si pensi all'ingegneria genetica), quanto su quello cognitivo (si pensi agli studi sull'intelligenza artificiale), nel nuovo libro l'attenzione è portata sulle trasformazioni non meno preoccupanti che interessano sia la psiche individuale che i sistemi sociali. 

Ma non basta. Perché sia l'antropologia filosofica, cioè lo studio filosoficamente avvertito della natura umana, ad occuparsi di simili trasformazioni, occorre avere un concetto non riduttivo di natura. La pietra, la pianta, l'animale sono infatti enti meramente naturali, ed è più o meno accettato che siano i saperi scientifici a dirci tutto o quasi intorno alla loro natura. Mineralogia, botanica e zoologia ci appaiono, dopo tutto, sufficienti allo scopo. Nel caso invece dell'uomo la cosa è decisamente più controversa: da un lato, non regge più la tradizionale dicotomia fra scienze delle natura e scienze dello spirito, con il poco credibile sottinteso che i privilegi esclusivi detenuti dall'uomo lo collochino in una dimensione non naturale e letteralmente meta-fisica, situata cioè al di là della natura fisica (nel mondo dello spirito, per l'appunto); dall'altro, le scienze naturali tendono volentieri a semplificare, quando non a saltare a piè pari le prestazioni fondamentali che rendono un uomo tale: che gli permettono ad esempio di parlare un linguaggio e non semplicemente di scambiare segnali, di comprendere e pensare e non semplicemente di elaborare informazioni e manipolare simboli, di percepire il mondo circostante e non semplicemente di reagire agli stimoli.

L'approccio 'ingegneristico' delle moderne scienze dell'uomo risponde peraltro ad un'esigenza precisa: riprodurre tecnicamente quanto l'uomo compie naturalmente. Ora però, quel che sembra specifico dell'uomo – nel percepire e nell'agire, nel parlare e nel pensare – quel che rappresenta un autentico paradosso, è proprio la capacità di inventare, di interpretare, di non attenersi a schemi dati, ripetitivi e fissi: tutto quello che insomma sembra sottrarsi in linea di principio alla possibilità di una mera codifica tecnica.

Basti pensare alla parabola che ha conosciuto l'interesse per il gioco degli scacchi, nell'ambito delle ricerche sull'intelligenza umana. Quando si è riusciti a programmare una macchina in grado di battere il campione del mondo, ci si è accorti di avere ottenuto un potentissimo strumento di calcolo, ma nulla che somigliasse al modo in cui effettivamente funziona il pensiero, e l'interesse per il gioco, dal punto di vista di una comprensione della natura umana, è così rapidamente crollato.

Orbene, per l'antropologia filosofica a cui la ricerca di De Carolis si ricollega, ed il cui arco si distende da Aristotele ad Heidegger, questa capacità può essere rappresentata in maniera sufficientemente unitaria nei termini della facoltà di formare un mondo, che sarebbe propria dell'uomo e non dell'animale (né tanto meno della pianta o della pietra). L'espressione prende il suo senso rigoroso se il termine 'mondo', che non fa affatto riferimento a un semplice dato oggettivo, viene contrapposto ad 'ambiente'. L'animale ha infatti un ambiente, cioè uno spazio definito dentro il quale si muove secondo schemi di azione e risposta fissati dal corredo di istinti proprio della sua specie; l'uomo invece è correlato a un mondo, cioè ad un ambito non già assegnato dalla natura alla specie umana, ma da essa ritagliato (inventato, appunto) secondo operazioni 'culturali' – la prima delle quali, si potrebbe dire per accentuare il paradosso, consiste precisamente nell'invenzione della cultura come ambiente specificamente umano.

Ora, va bene l'ontologia, ma tutto questo cosa c'entra con il presente, con quel che capita adesso? C'entra per una ragione essenziale, che nel libro di De Carolis è posta in piena luce. Il fatto è che oggi la capacità specificamente umana di formare un mondo si è singolarmente ridotta nella più modesta capacità di formare nicchie, cioè mondi dentro mondi. Non solo mondi più piccoli, in realtà, ma mondi in certa misura illusori, da cui cioè ci si illude di poter tenere fuori la realtà, come prima accadeva solo nella dimensione del gioco o dell'arte (oppure, nei casi patologici, nei fenomeni di scissione della personalità).

Non si tratta perciò di una semplice riduzione di formato: come se, rispetto al vasto mondo in cui una volta si muoveva l'uomo e a cui l'uomo aspirava a dare un senso complessivo, prevalesse ormai un senso di sfiducia e di stanchezza, e ci si contentasse di sottrarre la propria piccola barca ai flutti minacciosi dell'esistenza – resi radicalmente più incerti dal venire meno di ogni quadro stabile di riferimento – costruendo porti sicuri, senza più l'ambizione di capire cosa ci sia fuori, cosa ci riservi il futuro o cosa ci sia da salvare del passato. 

Le litanie sulla deriva nichilistica contemporanea, venate di nostalgie per l'umanesimo moderno, ma anche le altrettanto superficiali esaltazioni euforizzanti dell'homo technologicus, appaiono lontane dal comprendere la portata della trasformazione in corso. Si situano, entrambe queste retoriche, nel solco di una frattura tra modernità e postmodernità di cui non sanno però cogliere il significato. L'ipotesi di De Carolis è decisamente più robusta, ed è che la molteplice formazione di nicchie, in luogo della universale formazione di un mondo unitario, comporti un profondo riassestamento tanto dei sistemi sociali quanto dei sistemi psichici individuali. Lo spazio sociale così come quello psichico moderno era infatti organizzato secondo una linea di divisione 'orizzontale' che separava il sopra e il sotto, il piano simbolico e quello pulsionale, l'imperium rationis e l'imperium passionis. Al piano di sopra stavano quindi la legge e lo Stato (e la cultura, e insomma tutto ciò che apparteneva un tempo alla dimensione dello spirito) mentre al piano di sotto stavano le etnie, gli interessi e gli egoismi sociali. Analogamente, sul piano individuale, di sopra stava il soggetto, la sua autonomia e la sua libertà, conquistata però relegando nel sottosuolo le pulsioni e gli istinti, cioè la sfera degli egoismi individuali. 

Orbene, questa 'topica' sembra non funzionare più: la formazione di nicchie è frutto di una scissione non più orizzontale ma verticale, con la quale l'identità individuale si moltiplica in una serie indefinita di ruoli, e il mondo intero si divide in una molteplicità di spazi fra di loro isolati e protetti, la cui stabilità dipende dalla possibilità di tenere fuori da essi tutto il resto della realtà (o più radicalmente dalla possibilità di fabbricarsi una realtà ad hoc).

Il fascino di questa ricostruzione delle forme di vita contemporanee è indubbio: essa coglie infatti fenomeni molto diversi tra di loro, che impegnano volta a volta l'etnologia critica di Ernesto De Martino e la psicanalisi di Freud e Winnicott, l'antropologia filosofica di Gehlen e Schmitt e le analisi linguistiche di Austin e Wittgenstein, riuscendo a ricondurre tutto questo materiale su un piano di comune intellegibilità.

Ma il terreno ultimo e decisivo su cui De Carolis si misura è quello politico. Benché protesti in apertura del libro di non cimentarsi se non marginalmente con i problemi della teoria politica, è a questi che tutto il libro guarda, avendo potuto mostrare l'obsolescenza di gran parte del lessico politico moderno, fondata su concetti (popolo, Stato, sovranità)  per i quali si dovrebbe dire che, letteralmente, non c'è più spazio, nel senso che appunto lo spazio psichico e quello sociale si prospetta oggi secondo linee molto diverse da quelle moderne. Le nicchie tagliano trasversalmente le comunità di appartenenza tradizionali e non si lasciano ricondurre a denominatori comuni. La scommessa è in definitiva se in esse prevarrà solo il tratto della chiusura autoreferenziale, fino all'isterilimento e all'atrofizzazione della duttilità e inventività proprie della natura umana, o se invece non si possa formare, con esse e a partire da esse, "una nuova sfera pubblica". 

È una scommessa difficile, come ogni tentativo radicale di sporgersi oltre la cornice statuale moderna. Che per un verso appare logora, per l'altro rimane comunque quella che ha meglio saputo assicurare, finora, una misura di uguaglianza giuridica tra gli uomini. Ma la consapevolezza che la posta in palio tocca la sfera politica perché tocca la radice antropologica dell'umano, quella, almeno, dovrebbe accompagnare ogni seria riflessione sulle trasformazioni della politica contemporanea, che non voglia rinunciare a comprendere il proprio tempo in pensieri. 

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