Brevissime riflessioni 

sulle cose ultime

di Sebastiano Ghisu

La vita è strumento a se stessa. Non è un valore in sé, perché in sé non è niente: tutto dipende dagli eventi che la riempiono. E qui domina il caso. Se non si ottiene un soddisfacente stato di benessere non vi è niente che possa salvarla. Può cessare. Può venir spenta, per scelta volontaria di chi la vive.

Non bisogna vivere per forza.

D’altra parte, sarebbe sbagliato ritenere il suicidio una liberazione. È solo una cessazione del male che soffoca la vita. Ma in quanto cessazione di vita, non può essere liberazione. Ci si libera quando si passa da una condizione ad un’altra. La morte è tuttavia una non-condizione. È una condizione soltanto per gli altri che continuano a vivere.

Solo chi crede in una vita dopo la morte può pensare il suicidio come liberazione: ammesso che il Dio in cui si crede non consideri questo atto fatale un peccato o, se dovesse considerarlo tale, sia sufficientemente misericordioso da perdonare.

Perché non anticipare la morte, se si crede in una vita ultraterrena? Perché continuare a soffrire? Quale Dio può accettare di vederci piangere?

La religione, o per lo meno la credenza in una vita dopo la morte (che costituisce una parte importante di qualsiasi religione), rappresenta paradossalmente un invito al suicidio. Solo il considerarlo un peccato, corregge questa tendenza. La vita, si dice, ci viene donata. Ma se la vita è vissuta in uno stato di malessere, se ne dovrebbe concludere che il dono è cattivo: perché tenercelo?

È poi giusto affermare che la vita ci viene donata? A chi verrebbe donata? Il dono presuppone che esista il ricevente. Ma in questo caso il ricevente e il dono sono assolutamente la stessa cosa.

Forse, però, si considera la vita un dono perché la si pensa come un qualcosa che, in quanto tale, ci rallegra. Tuttavia, come già si diceva, non è la vita in sé a rallegrarci o rattristarci quanto l’esistenza che la riempie. Se poi ci darà serenità o dolore lo si saprà sempre troppo tardi.

Può darsi, invece, che sia la paura della morte a indurci a considerare la vita un dono. Se così fosse, si tratterebbe di un errore. La morte infatti non preesiste alla vita, dato che è la vita a renderla possibile. L’alternativa reale alla vita non è la morte quanto il non esser mai nati.

Vi è tuttavia qualcos’altro che dovrebbe mantenerci in vita, comunque la vita sia vissuta: la responsabilità verso gli altri. E non parlo dell’umanità in generale, che sa badare e non badare a se stessa. Parlo di coloro che, figli, amici, parenti o altro, hanno bisogno effettivamente di noi. 

Per loro, a volte, bisogna vivere per forza. Per i viventi, quei pochi che ci son cari, non per la vita o l’umanità.

Possiamo allora ben dire che solo la vita degli altri è un valore in sé. Non ho il diritto di violarla in alcun modo. Ciascuno, dal punto di vista degli altri, possiede il diritto inviolabile di vivere (e dunque di morire). L’altro non può impedirmi di vivere né costringermi a farlo. Io, da parte mia, ho per lo meno il dovere di non impedire che l’altro viva meglio.

La vita, insomma, non è un dono, ma un diritto. È tale, tuttavia, solo quando è presente. Vale a dire quando già si vive. È quindi la possibilità della sua assenza, una volta data,  a renderla un diritto. Ma è un diritto la possibilità della sua assenza non meno della realtà della sua presenza. Solo garantendo tale diritto la vita diviene una scelta e chi vive riacquista quella libertà originariamente negata – come già notava Kant nella Metafisica dei costumi – dall’esser stato messo al mondo senza il proprio consenso.

© 2017 by Associazione Culturale Inschibboleth

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