Il PD tra 

delusione

e responsabilità

di Alfredo Reichlin

Tralascio tutte le cose che una persona come me può pensare sulla questione morale. Severe punizioni e un radicale rinnovamento sono necessari. Provo solo a dire a quali le condizioni ciò può realizzarsi. Il primo bisogno è una comune assunzione di responsabilità. È una condizione vitale. Ma responsabilità verso chi? Non voglio apparire enfatico, ma una classe dirigente non parla solo di sé. Il assillo è impedire che il Paese vada allo sbando; il suo compito è offrirgli una guida politica e morale; la sua credibilità si misura a fronte di cose nuove, enormi, che si chiamano: un inizio di impoverimento del popolo italiano, la democrazia sempre più a rischio e condizionata da poteri

occulti o separati, il crollo dell’economia mondiale. Ciò che è devastante non è che la gente pensi che siamo tutti ladri (non credo che lo pensi), ma che il Pd – come tutti gli altri partiti – si occupi solo delle sue beghe interne e della

gestione del potere. Perché io credo che il banco di prova del rinnovamento sta nella necessità di una nuova etica e di un nuovo costume. Ma non solo. Sta nella capacità di fare un salto di cultura politica perchè, senza un nuovo orgoglio di sé e del proprio ruolo e senza un orizzonte più ampio, la base del Pd – così segnata da storie diverse – non tiene. Vedo quindi il bisogno di una grande discussione.

La condizione però è che essa parta dalla novità assoluta del problema che investe le ragioni stesse del riformismo moderno. Questa è la sfida.

 

È chiaro che siamo di fronte a un autentico passaggio di fase. Ormai lo dicono tutti. Ma il punto è che questo passaggio è di natura tale che cambia il ruolo stesso della politica moderna. Tale ruolo non sarà più quello di prima prima. Quali partiti e soprattutto quale democrazia ne usciranno? Esattamente la domanda che si pose dopo la crisi del ’29.

La forza della sinistra dipende, in definitiva, dal modo in cui essa valuta politicamente questo passaggio. La risposta non è affatto ovvia. Insieme a nuove certezze morali è anche un nuovo orizzonte che noi dobbiamo dare al Paese.

Quale? È Stiglitz (consigliere di Clinton, premio Nobel il quale ci dice una cosa enorme su cui conviene riflettere anche per capire perché siamo sotto tiro. Ci  dice che non regge più un capitalismo come quello che abbiamo conosciuto

finora, basato per quattro quinti sui consumi, cioè, di fatto, sugli attuali assetti sociali. La sola alternativa a un protezionismo disastroso sarà – dice – probabilmente un capitalismo basato sugli investimenti e su una redistribuzione della ricchezza mondiale e, all’interno dei vari Paesi, della ricchezza

tra i vari ceti sociali. Sarà la redistribuzione a mettere in moto la produzione e i pistoni del motore economico.

Se è vero, questo significa che stiamo parlando della natura stessa del sistema politico e della reale alternativa a un sistema così degradato. Perché che cosa dovrà essere un partito, se vorrà rappresentare una base sociale così diversa:

cioè i bisogni umani e non il consumo superfluo indotto dalla pubblicità, e quindi la domanda di nuovi beni e la redistribuzione della ricchezza? Altro che partito dei sindaci.

Altro che riformismo dall’alto, senza popolo e subalterno al pensiero dominante teorizzato in questi anni anche da noi. Veniamo al sodo. Rinnovamento? Certo. Ma questo significa scendere sul terreno di una nuova democrazia più sociale e ugualitaria, come ha affermato Scoppola, e con un

diverso rapporto tra masse, potere e ambiente naturale. Ed è solo su questo nuovo terreno che si può immaginare un futuro per un Partito democratico a vocazione maggioritaria. Altrimenti può benissimo ripetersi il dramma che milioni di nuovi disoccupati diventino massa di manovra della

destra.

Esagero? Non credo. Dico una cosa perfino ovvia. Ricordo che dopo il crollo del ’29 non cambiò solo il paradigma economico, ma la politica (in America l’avvento del New Deal, in Italia il fascismo). Così, dopo la svolta reaganiana degli anni Settanta. Litighiamo ancora sul perché fallì il centro-sinistra.

Ma è ovvio. Perché venivano meno le basi di quella grandiosa struttura politica che era stata l’avvento della democrazia di massa. Fu il compromesso imposto al capitalismo: le masse che si politicizzavano e attraverso i partiti entravano

nella vita statale, conquistavano nuovi diritti di cittadinanza, partecipavano.

Cambiò insomma il chi comanda e si affermò il sistema nel quale siamo vissuti nell’ultimo trentennio. In tale si è parlato molto di riformismo, ma è la destra che ha preso l’egemonia.

Questo noi oggi paghiamo. Il fatto che la politica chiusa (com’è stata chiusa) nei confini delle vecchie statualità, si declassava a sottosistema dell’economia finanziaria che invece si globalizzava, fatto per cui era nei suoi santuari

che si prendevano le grandi decisioni. Con tutte le conseguenze che vediamo: il ridursi della politica a gestione del quotidiano (con quelle degenerazioni clientelari) la sua rinuncia a guidare la società e l’incapacità di rispondere al bisogno di valori, di senso, di futuro. Il cittadino trasformato in consumatore e, di conseguenza, l’avvento del populismo.

La questione morale, dopotutto, è questa. Perciò la politica si è così impoverita. Perché il pensiero riformista era troppo debole.

La sostanza del rinnovamento è quindi riarmare il Partito democratico, e per riarmarlo bisogna indicargli la necessità di una svolta intransigente nella scelta degli uomini, ma anche lo spazio nuovo che si è creato nel rapporto tra politica

ed economia. Stiamo attenti perché questa svolta in ogni caso ci sarà: democratica o autoritaria? A me sembra questo il dilemma che ci incalza. Non nascondiamoci che si è aperto anche un vuoto molto pericoloso. Chi comanda? A questo interrogativo gli Stati Uniti hanno risposto (per fortuna) con la vittoria di Obama. Ma in Italia? Il Paese è allo sbando. I segnali sono allarmanti: la guerra delle procure, il potere della criminalità che si estende anche in città

del Nord, il fossato che si allarga tra il Mezzogiorno e il resto d’Italia, il Parlamento che non fa più le leggi, ma convalida i decreti del governo. Metà della popolazione che in Abruzzo non va a votare.

Stiamo attenti perché non siamo di fronte a normali attacchi politici. Tutto lo sforzo della destra e del potere soverchiante che essa ha sui ‘media’ è impedire che questo vuoto venga occupato dalla opposizione democratica. È colpire

il Partito democratico, dividerlo, toglierlo di mezzo.

Regge la democrazia italiana e regge l’unità dello Stato repubblicano se noi buttiamo a mare tutte le storie che hanno rappresentato finora il collante etico-politico della nazione? Tanto più se viene meno un forte ancoraggio all’Europa

(l’errore grave che stiamo facendo). Si tratta di domande molto pesanti, mi rendo conto. Ma un gruppo dirigente parte da qui se vuole esercitare una egemonia.

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