La supplenza dei governi tecnici

di Guido Melis*

Tecnici” battono “politici” tre a zero. Se fosse stata una partita di calcio, la squadra capitanata da Mario Monti (Passera a centro campo, Fornero e Severino alle ali, un ex ambasciatore in porta e un prefetto nel ruolo dello stopper) avrebbe stravinto l’incontro. 

Si ripete in ciò (mi si perdoni la metafora) un leit-motiv della storia dell’Italia unita, una legge non scritta forse – ma in compenso inesorabile – che si potrebbe compendiare così: davanti a grandi crisi epocali le classi politiche si rivelano in Italia insufficienti, e tendono a cedere il passo a un’élite tecnica, una sorta di partito dei competenti, altrettanto costantemente tenuto en réserve de la Republique. 

Successe la prima volta nel 1893-94, quando la piccola Italia degli eredi di Cavour rischiò il default (allora però non si chiamava così) per il fallimento degli istituti di credito di prima generazione culminato nel grande scandalo politico-finanziario della Banca Romana: e Giolitti, vittima di quella crisi ma al tempo stesso suo risolutore, dovette volgersi alla moderna cultura bancaria di personalità come Bonaldo Stringher per creare la Banca d’Italia, supremo regolatore del sistema. Successe di nuovo dopo Caporetto, con l’armata in rotta e il Paese in frantumi: e fu allora la volta dei grandi tecnici vicini a Francesco Saverio Nitti, degli uomini dell’impresa industriale e delle assicurazioni, chiamati ad assumere il ruolo di ministri. E poi riaccadde dopo il 1929, quando l’Italia fascista trovò il ceto dirigente capace di trarla oltre la grande depressione non nelle file del corporativismo in camicia nera, ma nelle tranquille stanze della finanza pubblica e privata, affidandosi a uomini come Alberto Beneduce, il deus ex machina cui si dovette la creazione dell’Iri. E ancora nel dopoguerra, sino al Ciampi del 1993-94 e a quello, del 1996-2000, che pilotò l’entrata nell’area euro. Potrei continuare a lungo, citare nomi, eventi, circostanze. Non dalla politica, ma da altre pépinières de grands commis vengono sempre, immancabilmente, i risolutori delle impasses italiane.

Ciò rimanda a due problemi, che vorrei qui di seguito rapidamente accennare. Il primo è perché la politica in Italia non esprima quasi mai una classe dirigente all’altezza delle grandi crisi, perché occorra sempre e comunque la supplenza di chi alla politica è estraneo, dalla politica non è stato selezionato, al patrimonio di conoscenze della politica non attinge. Il secondo è perché queste élites, questi “salvatori della patria”, svolgano nella nostra storia politico-istituzionale un ruolo breve, intermittente: chiamati a una supplenza, quando occorre; rispediti nelle retrovie, quando l’emergenza è superata. Perché insomma dopo Bonaldo Stringher e il Giolitti ideatore della Banca d’Italia si torni a Crispi e alle sue follie africane; e nel dopoguerra, salvata l’Italia dopo Caporetto, si debba assistere all’avvento del fascismo; e perché, dopo Beneduce e la sua virtuosa gestione dell’Iri, il grande ente di Stato, nell’età repubblicana, sia pure gradualmente, imbocchi la strada che ne segna l’inquinamento fatale da parte della politica di governo; e perché dopo il Ciampi dell’euro vengano Berlusconi e Tremonti, che sono l’esatto contrario. Un destino puntuale, si direbbe, ineluttabile. Una sorta di storia  - quella delle élites tecniche – che potremmo definire come “storia dei vinti”. 

Alla prima domanda rispondo che la politica, per lo meno la politica dei partiti moderni del dopoguerra, in Italia è stata a lungo fuori delle istituzioni, è nata estranea alla loro cultura e alla loro prassi. Cattolici e socialisti (poi i comunisti) hanno costituito storicamente partiti attraverso i quali le grandi masse popolari escluse dallo Stato liberale, e tanto più da quello fascista, sono potute entrare nell’arena della decisione politica, e farsi valere. Ma al tempo stesso lo hanno fatto sulla scorta e sotto la suggestione di ideologie critiche verso lo Stato, o quanto estranee alla sua specifica cultura. Nei momenti di crisi, questi partiti hanno manifestato un limite di comprensione dei meccanismi istituzionali che ne ha gravemente compromesso la capacità di guidare la macchina pubblica. C’è una battuta rivelatoria di Nenni, nel suo diario, quando, parlando di non so quale nomina di responsabili dei servizi segreti, lui, allora vicepresidente del Consiglio, scrive candidamente: “Io non ne conoscevo neanche uno”. Una politica che non conosce, non padroneggia, non guida la macchina dello Stato, dunque. Il discorso vale certo solo in parte per il personale di governo della Democrazia cristiana, che quello Stato lo conobbe e lo abitò nei più reconditi meandri: ma se si studia a fondo una personalità controversa come Giulio Andreotti, ad esempio, non si potrà non riscontrarvi il vizio di una visione delle istituzioni sempre invariabilmente tutta politica e politicizzante, tutta strumentale alle esigenze della politica. 

Alla seconda domanda che mi sono posto (perché i salvatori della patria vengano sempre rimandati a casa, senza che la loro esperienza entri per così dire mai “in vena”) risponderò che qui sta un limite preciso del nostro meccanismo di formazione delle élites, meccanismo che resta confinato nelle università e nei centri di eccellenza (nelle istituzioni finanziarie, per lo più), senza che avvenga mai quel processo di fusione che è tipico invece di altri paesi. La Francia di De Gaulle ha avuto sin dal dopoguerra l’ENA, vero terminale di fusione tra i giovani aspiranti politici e i loro coetanei tecnocrati, riserva dalla quale la Repubblica (la quinta più della quarta) avrebbe tratto alla stessa stregua governanti provetti, grandi imprenditori privati, dirigenti pubblici di vaglia, persino capi dello Stato. La Gran Bretagna ha storicamente effettuato la stessa fusione di politica e tecnica nel circuito d’eccellenza dei grandi colleges universitari (la tradizione Oxbridge), che alimenta i quadri dirigenti dei due partiti storici e al tempo stesso dà uomini e cultura al Civil service. 

L’Italia no. Politica e tecnica, da noi, non si sono quasi mai intrecciate fra loro (salvo prestiti personali isolati, per quanto importanti). Da dove viene la nostra classe politica? Come si forma e si seleziona? Se si fa eccezione per la leva degli amministratori degli enti locali, campo nel quale possiamo vantare qualche non trascurabile virtù, per il resto la fucina dei politici è la semplice cooptazione verso l’alto, sulla base di inespresse doti di fedeltà al leader di turno. Troppo poco per competere con l’apprentissage dei politici europei. E il risultato si vede.

Che fare, allora? Poche cose che forse non costerebbero molto, se solo se ne avesse consapevolezza: 1) riformare in profondo il nostro sistema di formazione delle élites, puntando sui centri di eccellenza post-universitari e aprendo scuole di politica in senso moderno, basate sul mix delle competenze e degli apprendistati; 2) abituare i partiti a selezionare il proprio personale dirigente anche e soprattutto in base alle competenze dimostrate sul campo, individuando percorsi misti, di studio e esperienza, che possano davvero forgiare una leva politica nuova; 3) infine, inserire stabilmente la tecnica (uso qui un sostantivo che non mi soddisfa: voglio indicare – lo si sarà capito – quella che altrove ho chiamato la cultura delle competenze) nell’alveo della politica, innestando sistematicamente il suo seme benefico, curandone con attenzione la pianta, mettendone a profitto i frutti.

Facile a dirsi, mi si obietterà, più che a farsi. Ma una politica perennemente in debito d’ossigeno dovrà pure, prima o poi, prendere atto del suo stato di difficoltà strutturale. Dovrà, sia pure riluttante, adottare dei seri rimedi.   

                                                                                 

 

Deputato della Repubblica, PD.

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