L’ideologia del liberismo

di Gian Piero Scanu*

Oggi, mi chiederei, con crescente insistenza quale sia il limite umano davanti al quale si deve fermare l’enfasi ideologica del liberismo dell’epoca che viviamo. Un’enfasi che ha contagiato anche ambiti della sinistra e del mondo progressista, nel nostro paese e non solo. Un’enfasi che si è giustificata, nei migliori dei casi,  con la attenuante per cui l’aumento di potere del mercato avrebbe permesso l’investimento in politiche sociali, in formazione, in uno sviluppo intelligente ed umano; convinti che l’appetito dell’economia si sarebbe potuto guidare dalla mano di una politica sapiente. In altri casi, il liberismo ha mostrato il suo volto più sfacciato, dichiarando apertamente che dalla ricchezza di pochissimi, con un’acrobatica ricaduta, ne avrebbero beneficiato i meno ricchi, che evidentemente sono molto di più. 

Le crisi economiche, sempre più lunghe e drammatiche, che avvolgono l’Occidente in questi ultimi tempi, ci mostrano come entrambe le prospettive a cui ho accennato siano fallite. La seconda per un’evidente disonestà di fondo, la prima invece merita di essere sottoposta ad alcune considerazioni.

L’intento di correggere le tendenze sperequative dell’economia non è stata una tendenza vana e malvagia, ma piuttosto manchevole. Ciò è accaduto, a mio avviso, per un’insufficiente elaborazione concettuale e valoriale intorno alla quale un sistema politico ed economico dovrebbe essere imperniato. Ne è mancato il centro dove far risiedere il principio da cui partire e che, allo stesso tempo ne fosse il punto irrinunciabile ed irriducibile. Io credo, con una convinzione che è prepolitica, che tale centro debba essere la persona umana nel riconoscimento della sua dignità piena. Nella suddetta mediazione tentata spesso dalle socialdemocrazie e anche da altri governi di orientamento di centrosinistra, tale punto è stato sempre eluso; e ora cercherò di spiegare perché.

Come ben sappiamo, da almeno 20 anni, il mondo non è più lo stesso. Ne sono mutati i rapporti di forza e potenze finora egemoni (tra cui il nostro Paese) si sono trovate ad aver perso la loro posizione su uno scacchiere molto più complesso. Con la globalizzazione sono venute meno intere concezioni economiche; o meglio, una certa dinamica dell’impulso economico si è manifestata nella sua più palese espressione, e a crollare sono state, invece, le misure di contenimento ed equilibrio che ho citato. Ciò dimostra come a reggere un sistema di mercato temperato era il mercato stesso e non l’essere umano. E’ bastato un cambio di ritmo nella macchina del profitto per generare le ingiustizie che sono sotto gli occhi di tutti; il mercato, arrivato il momento decisivo, avrebbe fatto, nei confronti di una politica che chiedeva interventi e correzioni, come quegli adulti che mandano i bambini a giocare, sostenendo che quelle sono cose da grandi. Sicuramente è una mancata una politica forte, in grado di porre punti irrinunciabili; inoltre, è probabile che ci sia stata una fiducia nel fatto che alcuni diritti sociali, acquisiti grazie alla crescita economica, sarebbero rimasti inamovibili. Invece, è evidente come le pressioni nei confronti di alcuni diritti basilari si siano intensificati ed inizino ad avere le prime conseguenze sulle nuove generazioni.

Non possiamo negare che il liberalismo (che è sicuramente una forma più saggia del liberismo) abbia permesso di raggiungere alcuni diritti  fondamentali altrimenti difficilmente raggiungibili. La formula è stata più economia uguale più diritti. Ora che l’Occidente vive un’inflessione economica come si traduce l’equazione? Quali danni sociali ne derivano? 

Se l’equazione non dà più un risultato che possa garantire la dignità dei cittadini, allora la politica ha il compito di pensare qualcosa di nuovo, o almeno di rivendicare con forza un limite invalicabile oltre il quale non si chieda di aver ragione in base ai numeri, alle tabelle e alle statistiche. 

Del liberismo dobbiamo smascherare il suo fanatismo ideologico, teso soltanto a legittimare i rapporti di forza; e proprio noi, che facciamo vanto di militare nel campo progressista, non possiamo assumere il dogmatismo del mercato come la massima indicazione politica.


Il liberismo sempre più marcato fa sfoggio del rischio quasi come di una virtù cardinale. Enormi quantità di valore si possono costruire o distruggere in tempi irrisori; grandi opportunità che, ovviamente, contengono grandi rischi. Ora, la domanda, alla quale non possiamo sottrarci è: possiamo permettere che, tra ciò che possiamo sottoporre ai fattori di rischio del mercato ci siano anche le donne, gli uomini, i giovani, ai quali chiediamo fiducia nelle istituzioni, consapevoli che la politica è l’unico strumento possibile per rimediare alle ingiustizie della nostra società? 

Infine, un’ultima questione di cui voglio solo porre il problema: se, a causa dei rischi del mercato, gli Stati e i loro cittadini sono esposti a subire i violenti contraccolpi a cui stiamo assistendo, possiamo davvero sperare che gli stessi cittadini siano più responsabili di fronte all’arbitrio finanziario che incombe su di essi? 

Potremmo iniziare ad invertire questa tendenza solo quando si penserà all’uomo non come accessorio del calcolo politico, ma come il persistente monito di un’inesauribile umanità.

 

 

Senatore della Repubblica, PD.

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