Dibattito sul

Mezzogiorno

 

di Silvano Andriani*

 

Ha ragione Luigi Spaventa: il dibattito estivo sul Mezzogiorno è stato alquanto stupido. Da una parte è stata risfoderata la bandiera del meridionalismo, si è inventato un improbabile «partito del Sud» solo per acquisire vecchi fondi e per usarli, magari, secondo i soliti canoni della gestione del potere, dall’altra si reagisce considerando ogni intervento verso il Mezzogiorno come un inevitabile spreco di risorse e catalogando all’ingrosso l’insieme delle politiche meridionali seguite nei decenni passati nella categoria del ladrocinio.

L’Italia è stata il Paese che, dalla fine della Seconda guerra mondiale agli anni Settanta, ha messo in campo il più massiccio e prolungato impegno di risorse di ogni tipo per politiche di sviluppo orientate a superare le disuguaglianze fra

il Nord e il Sud e tale impegno per un paio di decenni consentì di ridurre quelle disuguaglianze, di creare nuovi nuclei di classe operaia sindacalizzata, di dare inizio a un certo mutamento culturale. È fuori discussione che quella strategia

di sviluppo alla fine sia fallita, altrimenti non saremmo al punto in cui siamo, con le disuguaglianze tornate a livello degli anni Cinquanta.

In un Paese che sta perdendo la memoria del suo passato anche recente sarebbe veramente utile un dibattito che si interrogasse seriamente sulle cause di quel fallimento. Solo così facendo gli errori possono diventare una risorsa e aiutare

a porsi quanto meno le giuste domande sulle politiche da adottare in futuro.

 

Recentemente Giuseppe De Rita ha sostenuto che il meridionalismo del dopoguerra vide scendere in campo gli uomini del programma, i grand commis, come Menichella e Saraceno, che dettero gambe alle istanze meridionaliste e che ora invece starebbe per tornare il tempo del movimento politico nel Mezzogiorno. Sarebbe bello, ma certo non sarà l’agitarsi di notabili in cerca di fondi a creare un nuovo movimento politico. E poi è bene ricordare che le politiche programmatiche vennero nel dopoguerra in seguito a un grande

movimento animato dalle lotte per la riforma agraria e per la riconversione delle fabbriche belliche da cui nacque la forza organizzata dei partiti di massa nel Mezzogiorno. Il secondo dopoguerra vide l’emergere di nuove figure di meridionalisti che a differenza di quelli tipo Gaetano Salvemini o Giustino Fortunato non erano solo intellettuali che analizzavano le cause del divario Nord-Sud e criticavano il modo in cui l’unità del Paese era stata realizzata, ma erano leader politici, quali Giorgio Amendola, Aldo Moro, Francesco De

Martino, tanto per citare i più importanti, alla testa di grandi partiti e impegnati direttamente nello stimolare la ricerca di politiche atte a superare il divario.

Ferdinando De Fenizio, importante economista conservatore bocconiano, riconobbe, nel suo libro La programmazione economica, che la prima proposta di un piano nazionale per il superamento del divario Nord-Sud venne all’inizio degli anni Cinquanta dalla Cgil con il Piano del lavoro, cui seguì la risposta dei governi centristi con il Piano Vanoni che, per la verità, non fu molto di più di una semplice esercitazione econometrica. Tutto quel decennio fu animato dal dibattito sul Mezzogiorno che sfociò all’inizio del decennio successivo, con la costituzione del primo governo di centro-sinistra, nella famosa Nota aggiuntiva che dette origine al primo e ultimo esperimento di programmazione concertata con le parti sociali fatta in Italia, esperienza che siamo rimasti in pochi a poter testimoniare per avervi partecipato. Se ricordo bene, solo Giorgio Ruffolo, che fu segretario della Commissione nazionale per la programmazione economica, Siro Lombardini, che fu nominato dal governo, e io che rappresentavo la Cgil. Il dibattito aveva portato le forze politiche di maggioranza e di opposizione a convergere su tre punti importanti: che il problema principale del Paese fosse il divario crescente fra Nord e Sud, divario che andava superato; che la strada da seguire fosse l’industrializzazione del Mezzogiorno; che il ruolo dell’intervento pubblico sarebbe stato decisivo. A partire da questa base di consenso cominciava una divergenza profonda circa il modello di industrializzazione da seguire. Entrambe le tesi che si confrontavano avevano riferimenti importanti nel dibattito, in corso a livello mondiale, sul sottosviluppo: dalla teoria dello sviluppo squilibrato a quella dello sviluppo equilibrato. Da una parte si sosteneva che in condizioni di arretratezza fossero necessari interventi massicci

di grandi imprese, nel caso italiano soprattutto pubbliche, tali da rompere l’equilibrio di sottosviluppo e irradiare intorno la spinta allo sviluppo, dall’altra si sosteneva la necessità di favorire attraverso l’intervento pubblico la nascita

di una imprenditoria locale in un rapporto equilibrato tra processi di modernizzazione dell’agricoltura e processo di industrializzazione; questo modello aveva a riferimento anche quanto stava già accadendo in Emilia e Toscana. Il Partito comunista sostenne in generale la seconda tesi, ma la prima prevalse in quanto sostenuta dalla Democrazia cristiana e dal Partito socialista, cioè dai principali partiti di governo. Prevalse non senza casi politici clamorosi, quali la scissione della Democrazia cristiana in Sicilia e la formazione di un governo regionale, il governo Milazzo, sostenuto dai comunisti. Esperienza che peraltro durò poco. Per sostenere la strategia prevalsa, negli anni Sessanta si mise in campo un’apposita forma di intervento «la programmazione contrattata»: il governo centrale contrattò con grandi imprese private e soprattutto pubbliche interventi per grandi insediamenti concedendo massicci contributi. Il risultato fu che, nel decennio che ha conosciuto il più massiccio

impegno per l’industrializzazione del Mezzogiorno, i quattro quinti degli investimenti furono diretti alla creazione di centri petrolchimici e siderurgici. Essi dettero luogo alla nascita di nuclei di classe operaia sindacalizzata in settori tecnologicamente avanzati e crearono delimitate aree di sviluppo,

ma, sin dall’inizio, mostrarono una scarsa capacità di innestare una dilatazione dei processi di sviluppo nell’ambiente circostante. Quella strategia di industrializzazione fu poi ferita a morte dalla crisi petrolifera e conseguente esplosione dei costi di produzione delle attività a forte consumo di petrolio

o di energia che innescò la tendenza a trasferire quelle attività verso Paesi in via di sviluppo e Paesi produttori di petrolio.

Il collasso di quella strategia di industrializzazione, che portò al graduale ridimensionamento o smantellamento anche di centri che non erano ancora entrati in funzione, non è stata seguita da alcun serio tentativo di ridefinire una strategia di sviluppo del Mezzogiorno. Aveva ragione Federico Caffè a sottolineare l’importanza e l’originalità dell’intervento dello Stato nell’economia in Italia. Ed è anche vero che senza quell’intervento e, soprattutto, senza il sistema delle Partecipazioni statali l’Italia non sarebbe

diventata in pochi anni uno dei più importanti Paesi sviluppati. Quel sistema, fino a che ha mantenuto la sua autonomia, ha prodotto un ceto imprenditoriale e manageriale che il solo capitalismo privato, condizionato dal suo carattere

strettamente familiare, non era in grado di generare.

Tuttavia né possiamo dimenticare che esso, con l’affermarsi della pratica a intervenire direttamente nella gestione delle imprese pubbliche e nella scelta dei singoli dirigenti da parte dei partiti al governo, subì una progressiva degenerazione, né ignorare alcune storture di carattere generale che caratterizzarono in Italia il rapporto tra le agenzie deputate a promuovere

lo sviluppo e lo Stato politico.

Ad esempio, la scelta di una strategia di industrializzazione basata su investimenti di grandi imprese nei settori siderurgici e petrolchimici fu largamente influenzata dalla capacità di pressione culturale, prima ancora che lobbistica, che il sistema delle Partecipazioni statali era in grado di esercitare

sul sistema politico. La verità è che lo Stato italiano, il suo governo, non hanno mai avuto la capacità di elaborare una effettiva strategia di sviluppo. Tale mancanza è di nuovo apparsa evidente più recentemente in occasione delle privatizzazioni, realizzate secondo i desiderata dei mercati finanziari

e non per assecondare un disegno di sviluppo del Paese. Le imprese pubbliche invece erano allora dotate, come quasi tutte le grandi imprese, di strutture per la programmazione strategica, ma le strategie che esse elaboravano

e che finivano per imporre al potere politico riflettevano più le loro vocazioni e i loro interessi che le scelte più appropriate per il Paese.

Anche per la Cassa del Mezzogiorno si produsse una distorsione nel rapporto con la politica. È indubbio che il riferimento di coloro che proposero quel tipo di strumento, da Pasquale Saraceno a Giuliano Sebregondi, era l’esperienza

dell’intervento pubblico, tipo Tenessee Valley Authority, realizzata dall’Amministrazione Roosevelt nelle aree arretrate degli Usa. Ed è fuori dubbio che quando essi parlavano di «intervento straordinario» non si riferivano al carattere più o meno aggiuntivo dei mezzi finanziari impiegati, visto che i flussi finanziari erano da essi considerati una variabile dipendente

dalla quantità di progetti validi che si sarebbe stati in grado di proporre. Straordinaria doveva essere l’immissione da parte dello Stato di risorse imprenditoriali, manageriali e organizzative in realtà che ne erano prive.

Nel caso italiano, tuttavia, tale approccio subì sin dalle origini, una poderosa distorsione centralistica: negli Usa ogni valle interessata all’intervento aveva la sua agenzia federale e l’intervento pubblico non era pensato per sostituire quello privato, ma per sollecitare la generazione in loco di risorse

imprenditoriali private e organizzative pubbliche. In Italia si creò invece un’unica agenzia, la Cassa per il Mezzogiorno, per un territorio dove insisteva il 40% circa della popolazione del Paese. La Cassa divenne, in pratica, un’agenzia per le opere pubbliche nel Mezzogiorno, spesso in sostituzione

dei poteri locali; intorno a essa si aggregarono le forze interessate a operare nel settore delle costruzioni, divenne un centro di potere in grado di condizionare le scelte politiche. Dopo di che il carattere straordinario dell’intervento fu sempre più inteso nel senso che le risorse finanziarie impiegate dovevano essere aggiuntive a quelle ritenute «normali». La richiesta di fondi aggiuntivi divenne il tema dominante anche se questi servivano, a volte, a finanziare opere inutili. Tale strutturazione della Cassa resistette a ogni tentativo di riforma.

Nella seconda metà degli anni Ottanta sono stato fra quanti prevedevano l’emergere di una «Questione settentrionale». Ancora oggi tale espressione è da molti, anche in casa nostra, considerata con fastidio, quasi che comportasse di

anteporre i problemi del Nord a quelli del Sud, cosa evidentemente priva di senso. Si trattava invece di un’analisi e di una previsione. Il collasso delle strategie di industrializzazione seguite nel Mezzogiorno, con la distruzione di risorse che aveva prodotto; il permanere di enormi trasferimenti da Nord al Sud, ma non più finalizzati a una strategia di sviluppo e realizzati in modi sempre meno trasparenti; il fatto che l’apparato produttivo del Nord era impegnato nella ristrutturazione resa necessaria dall’accelerazione del processo di globalizzazione provocata dal prevalere delle politiche liberiste, questi fatti avrebbero messo in discussione il patto di alleanza che aveva legato Nord e Sud in una strategia di sviluppo nella quale l’industrializzazione e la modernizzazione del Mezzogiorno creava nuova domanda e liberava risorse

lavorative necessarie allo sviluppo del Nord. Nel nuovo contesto il Mezzogiorno sarebbe stato considerato in modo crescente come una palla al piede e non era difficile prevedere che la rottura politica si sarebbe manifestata nel Nord. Tale rottura è avvenuta all’inizio degli anni Novanta ed è coincisa con la fine della Prima Repubblica. Da allora è passato quasi un quarto di secolo e, mentre la divergenza tra le due realtà sembra inarrestabile, nessuna ipotesi per un nuovo patto di alleanza è emerso, anzi neanche se ne discute.

Nel frattempo, il fallimento delle due illusioni, quella che la soluzione potesse venire dai mercati, la famosa «via adriatica» o dai Comuni, ci dice che un nuovo patto, quale che sia il livello di decentramento della sua realizzazione, non può non essere basato su un’idea complessiva di sviluppo del Paese elaborata a livello politico nel quale le diverse realtà territoriali trovino la loro collocazione. E questo è tanto più evidente in una fase di crisi che costringerà ogni Paese a riposizionarsi nell’economia mondiale, nel corso della quale

l’Italia scoprirà che una parte del Paese, il Centro Nord, ha i problemi tipici e pesanti delle realtà con sviluppo trainato dalle esportazioni, come la Germania, e l’altra i problemi di realtà arretrate come la Grecia. Nessun nuovo patto fra Nord e Sud sarà possibile senza il riemergere di un movimento politico nel Mezzogiorno che non si riduca alla richiesta solita di fondi più o meno aggiuntivi, ma sia in grado di analizzare criticamente il tipo di sviluppo e

l’evoluzione della società italiana e soprattutto di quella meridionale negli ultimi trenta anni per rimettere in discussione le tendenze scissioniste e disgreganti affermatesi nei decenni e operare una svolta culturale prima ancora che politica. La posta in gioco sarà di definire un nuovo patto fra Nord e Sud in

grado di ricollocare il Paese nel suo complesso in un contesto mondiale destinato a cambiare sostanzialmente e a fargli svolgere un ruolo adeguato. In ultima analisi la posta in gioco è l’unità del Paese che difficilmente resisterebbe se continuasse la tendenza alla divergenza delle due aree. Se un tale movimento nascerà esso, come sembra inevitabile, dovrebbe interrogarsi sul tipo di rapporto Stato-mercato necessario per animare una nuovo tipo di sviluppo e dovrà perciò fare i conti con le cause dei fallimenti delle strategie di sviluppo seguite nel trentennio successivo alla Seconda guerra mondiale, ma anche con i fallimenti delle strategie che hanno puntato essenzialmente sulla centralità dei mercati in quanto non solo hanno generato crisi successive, ma hanno anche alimentato la tendenza all’aumento delle disuguaglianze territoriali all’interno dei singoli Paesi. In una tale prospettiva bisognerebbe chiedersi se, al di là delle

indispensabili politiche per ridurre gli svantaggi ambientali presenti in genere nelle realtà meridionali, non siano ancora necessarie specifiche politiche di sviluppo per fare fronte alle condizioni di arretratezza, a quale livello di decentramento andrebbero praticate e con quali strumenti.

Bisognerebbe chiedersi se non è il caso di cominciare a dotare lo Stato di una sua effettiva capacità di programmazione strategica dello sviluppo. Bisognerebbe chiedersi se, visto che il sistema finanziario dovrà svolgere inevitabilmente un ruolo decisivo, il problema sia, non di creare una improbabile Banca del Sud, ma di dare all’intero sistema finanziario

una conformazione che lo solleciti a trovare un nuovo rapporto con le esigenze dell’economia reale. Di queste cose bisognerebbe discutere per evitare di affidare al solito stellone nazionale gli esiti dell’inevitabile processo

di ricollocazione del Paese e di vedere dilatare il ruolo dello Stato solo per sostenere generiche politiche di rilancio della domanda o semplici interventi di salvataggio.

 

* In collaborazione con la rivista Argomenti Umani diretta da Andrea Margheri

© 2017 by Associazione Culturale Inschibboleth

Sassari - Roma  -  Cf.: 02464710900
 

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