La Terra vista 

dalla luna

di Andrea Tagliapietra

“Volere la luna”: il modo di dire è rimasto. Nel linguaggio comune il detto esprimeva e ancora esprime l’ambizione per un oggetto irraggiungibile, il desiderio per qualcosa che rimane assolutamente al di fuori della nostra portata. Eppure, gli scomodi passeggeri dello stesso secolo di Auschwitz e di Hiroshima la luna l'hanno avuta. I padri, quella notte del 20 luglio 1969 – perché, a differenza degli Stati Uniti, in Europa lo sbarco avvenne alla luce della luna - , sono entrati in silenzio nelle stanze dei figli e li hanno svegliati per mostrare, ai loro occhi ancora velati dal sonno, il “piccolo passo” del comandante Armstrong, incerto come quello di un bambino, diventare “a giant leap for mankind”, “un balzo gigantesco per l’umanità”. Mai come allora l’immagine televisiva si mostrava intrecciata con quell’impalpabile sostanza di cui sono fatti i sogni, ma, forse, mai come in quella notte d’estate, padri e figli insieme sono stati fieri, almeno nei remoti angoli della terra in cui il segnale elettronico poteva raggiungere il lusso di uno schermo televisivo, di appartenere a quel genere umano che realizzava l’incredibile impresa di Astolfo a cavallo del suo Ippogrifo. Come Mosè sul monte Nebo l’umanità, grazie all'occhio diafano della Tv, poteva gettare uno sguardo sulla terra promessa a venire, sullo spazio stellare dove miliardi di mondi si affacciavano e la speranza di una vita migliore diventava vertigine di possibilità e sete d’infinito. Ma tutto questo, improvvisamente, sembrava a portata di mano e concreto, come la sabbia lunare violata dalle prime impronte degli astronauti.

Se il tempo della storia non è quella retta assoluta che connette un inizio con la fine, ma consente proiezioni in avanti come il moto oscillante della sinuosa spirale, ebbene il giorno dell’allunaggio è probabilmente quel “futuro passato” che ci attende sulla cresta dell’onda, più in là del presente di questa soglia del millennio sulla cui misera attualità siamo schiacciati, per usare un’immagine di Bertrand Russell, quasi fossimo informi e piattissime amebe. Lì il XX secolo ha fatto un balzo in avanti e poi si è piegato su se stesso, rinunciando all’utopia, facendosi, certo, come alcuni dicono, più realista ed adulto, ma anche assai più gretto e meschino, incapace di sognare e di progettare nuovi universi nell’ampio cobalto del cielo.

Quando, a quarant’anni di distanza, volgiamo il pensiero alla conquista della luna, proviamo una nostalgia diversa da quella che si esercita verso le cose passate che non ci sono più perché, come suggeriva Ernst Bloch, il grande maestro del “principio-speranza”, c’è anche un rimpianto che non guarda all’indietro, ma ha a che fare con il futuro, con quel futuro delle promesse non mantenute che ogni passato lascia in eredità a tutte le generazioni a venire. Sta, quindi, a chi viene dopo il compito di riprenderne il filo e di consentire a quel futuro prima di essere e di divenire tale e poi di farsi presente e cominciare a vivere. Ma il futuro promesso dalla luna attende ancora, come un’eredità nascosta tra le pietre lunari che Armstrong e i suoi compagni hanno riportato sulla terra.

In fondo, forse aveva ragione il poeta dell’“Orlando Furioso”, che sulla luna vedeva raccogliersi ciò che quaggiù si perde o per nostro difetto, o per colpa del tempo e della fortuna, come i “vani disegni” e i “vani desideri”, “che la più parte ingombran di quel loco”.

 

Non è un caso che, l’anno prima dello sbarco sulla luna, si proiettasse nei cinema il capolavoro di Stanley Kubrick, “2001: Odissea nello spazio”, un poderoso tentativo di riflettere “attraverso le immagini” sul significato del limite e sul senso del suo oltrepassamento in direzione dell’alterità. Un osso che diviene un’astronave, un computer che diviene un uomo, un uomo che diviene Dio. La metamorfosi è il contenuto, più o meno manifesto, di tutte le mitologie dell’umanità. Il fascino della metamorfosi è il fascino del divenir altro dello stesso. Ma la metamorfosi è anche l’irruzione dell’altro nella dimensione dell’identico, è il “perturbante” di cui parlava Freud e che, all’improvviso, come ci insegna l’omonimo racconto di Kafka, rende inquietante anche la scena più consueta e familiare.

Ecco, la ragione per cui possiamo tornare a vedere “2001” senza mai trovarlo banale o superato, come è accaduto, invece, per molto del cinema che, nel corso del tempo, ha saccheggiato i temi narrativi ed ideologici del capolavoro di Kubrick, è la geniale scelta kubrickiana di attestarsi su quel confine che separa l’inconoscibile, che non può mai essere conosciuto, da quell’ignoto che, un giorno, forse, potrà cessare di esser tale. In questo senso “2001: Odissea nello spazio” forniva, un anno prima dell’impresa dell’Apollo 11, l’autentico significato ideologico della conquista della luna con il disegno fantastico di un destino futuro, ossia di un senso verso cui tendere, per l’intera umanità.

Il monolite nero, che collega tutte le tre metamorfosi raccontate dal film di Kubrick, è, infatti, alla stregua delle piramidi egizie che già stupirono Democrito e Platone, un simbolo eccellente di quello che gli antichi greci chiamavano “enigma”. L’enigma e il dire enigmatico sono il modo con cui la nostra cultura, dal tempo dei Greci, ha cercato di attestarsi sul bordo del mondo, senza ricadere al di qua del crinale, nel già noto che addomestica e rassicura, ma anche senza spingersi al di là, perdendosi nel delirio notturno della follia. Enigmatiche sono le proposizioni chiave della filosofia, enigmatiche sono le preghiere del mistico, enigmatici sono i versi dei veri poeti, enigmatici sono, di sovente, i capolavori della musica, della pittura, della grande letteratura e, oserei dire, enigmatica è anche la scienza, là dove essa, abbandonata ogni vocazione all’utilità pratica, diviene indagine rigorosa dell’estremo. Kubrick, per descrivere quell’autentica “crux philosophorum” che è costituita dall’irruzione dell’alterità nei processi di trasformazione - la domanda è, dai tempi di Zenone di Elea, dove finisce l’identico e dove comincia il diverso - impiega l’immagine del monolite nero come un enigma.

Il monolite nero innesca l’evoluzione strumentale, che trasforma l’osso dell’australopiteco in astronave dell’homo sapiens, secondo una ricostruzione dell’origine della civiltà che è incentrata sul ruolo “costruttivo” della violenza. Il monolite nero è, poi, ciò che dà avvio al processo di trasformazione dello strumento intelligente, il computer HAL 9000, in uomo, ovvero in ciò che, con Kant, definiamo lo scopo di ogni agire strumentale, ossia di ciò che non si può mai trattare come mezzo, ma sempre come fine. Ritroviamo, in conclusione, il monolite nero all’inizio e al termine dell’ultima metamorfosi, quella dell’uomo in Dio, se così possiamo interpretare quell’enigma degli enigmi che è l’immagine del “feto cosmico” con cui si conclude il film.

Il segreto di Kubrick, l’inarrivabile eccellenza di "2001" rispetto ai suoi numerosi epigoni, sta nel non aver costretto l’altro - si chiami quest’“altro” Dio, intelligenza non umana o extraterrestre, o, vuoi anche, morte, dolore e annientamento - ad identificarsi, presentandoci credenziali familiari e tranquillizzanti. Se con l’“Odissea” Omero inaugura l’Occidente come la civiltà di quell’identità che rimane se stessa malgrado tutte le peripezie della differenza - i “mostri” che Ulisse sconfigge -, il capolavoro di Kubrick continuerà ancora a stupirci con le immagini di un futuro metamorfico, in cui l’altro non si annuncia alla porta e chiede di essere ammesso, con i documenti in regola, ma sopraggiunge in noi, e diventato noi, ci trasforma, con tutta la potenza della sua mostruosa e inaudita novità.

 

Non è un caso che l’anno prima dello sbarco sulla luna, fosse il Sessantotto. Sui muri del Boulevard Saint-Michel, a Parigi, al tempo del maggio francese, fra le molte scritte anonime degli studenti asserragliati dentro alla Sorbona, ne campeggiava una che diceva: “lo spirito fa più strada del cuore, ma va meno lontano”. Il bilancio di quegli anni, che per alcuni furono formidabili e che per altri, invece, rappresentarono un’esperienza drammatica e da dimenticare, è forse del tutto racchiuso nel rovesciamento di questa semplice frase. Il cuore del Sessantotto, la sua carica selvaggiamente utopica, quell’idea di rivoluzione permanente dei paradigmi, delle tradizioni e delle istituzioni della cultura e della convivenza sociale, sono andati meno lontani dello spirito del Sessantotto che, anzi, ha finito per configurare numerose mode, abitudini e stili di vita che ancora ci appartengono.

Il cuore del Sessantotto pare, oggi, assolutamente non-contemporaneo. Esso riposa, ancora caldo, nella cenere, come il cuore del soldatino di piombo della celebre favola. Se guardiamo, infatti, al tratto comune che riunisce sotto l’etichetta del Sessantotto, le rivolte studentesche dei paesi occidentali e i moti di riforma dei paesi oltre la “cortina di ferro” - da Praga, a Varsavia e Belgrado -, fino alla “rivoluzione culturale” cinese e al movimento di liberazione terzomondista del Che Guevara, noi scorgiamo lo scenario unitario di un’emozione collettiva più che l’identità universale di un’idea che sarebbe sciocco confinare nella storia del marxismo o di qualsivoglia ideologia politica. Il sentimento comune fu la persuasione, che allora avvicinava, malgrado tutte le differenze, il guerrigliero Vietcong al giovane universitario di Berkeley, la guardia rossa maoista allo studente della primavera di Praga, di poter essere padroni del proprio destino, di liberare il proprio presente dall’oppressione del passato, ovvero dalla sua pigra coazione a ripetere. Il Sessantotto, infatti, al di là di ogni distinzione di campo, appare come l’immane tentativo di un’intera generazione umana di emanciparsi da quell'autorità della storia che si cristallizzava nella gerarchia sociale, nelle istituzioni statali, nella manipolazione politica, nelle forme di consumo, nell’ideologia del partito-Stato dell’Est, nella struttura di consenso dei movimenti politici tradizionali dell’Ovest. Il significato di frattura assoluta del Sessantotto va commisurato sul tentativo titanico di abolire la verticalità della tradizione sostituendola con l’orizzontalità del presente vissuto.

Qui i giovani, la fascia d’età compresa fra i sedici e i trent'anni, non rappresentarono più, com’era d’uso in molte agitazioni e ribellioni del passato, un settore particolarmente attivo della protesta, ma l’intera base sociale di essa. Con il Sessantotto, si potrebbe dire, i “giovani” diventano soggetto politico e danno l’assalto al potere. Seguendo le dottrine dei teorici della “società repressiva”, Marcuse e Reich, e della Scuola di Francoforte, Adorno e Horkheimer, il Sessantotto scopre, tuttavia, che il potere non è un oggetto da conquistare, quanto una una prassi, un modo di essere e sogna di poterlo rifiutare. Un’umanità non angosciata e divisa dal potere è forse possibile? Pace, amore e corporeità possono ricondurre la cultura umana ad una nuova e non alienata continuità con la natura? E non è, forse, la fantasia più che la ragione che potrà realizzare questo sogno desto che, come tutti i sogni, è illuminato dalla magica luce dell’astro lunare? La ribellione morale si muta, allora, in separazione, nell’esaltazione della differenza, nella paura dell’“integrazione”, nel manicheismo dei duri e puri, nella tendenza ad allontanarsi dalla società, nella fuga “on the road”, nei paradisi spirituali o artificiali.

La sconfitta del cuore del Sessantotto consegnerà la categoria sociologica dei giovani, almeno in Occidente, al ruolo subalterno e marginale che noi tutti, oggi, abbiamo sotto gli occhi, mentre il giovanilismo, il nuovismo e il rilancio legittimante della trasgressione che lì albergavano, depurati dalla calda tragicità dell’elemento rivoluzionario e dalla sincera creatività del sogno desto, diventeranno retorica comune all’intera società. In questo senso lo spirito del Sessantotto, molta parte dei suoi simboli, dei suoi miti e del suo linguaggio - oltre che dei suoi uomini -, sono entrati nella stanza dei bottoni e si son fatti regime, il regime che oggi governa la cosiddetta globalizzazione. Una globalizzazione che non guarda mai il cielo dalla cui altezza, per la prima volta, gli astronauti fecero esperienza sensibile di quella perla verdeazzurra che pure chiamiamo “globo” e che ora essi intendono, dal basso e non diversamente dagli uomini del XIX secolo, come un immane ammasso di merci umane e non umane. Del resto, di fronte al cinismo dello spirito che molti dei leader del mondo mostrano di aver appreso dimenticando la luna e i suoi sogni desti, del cuore utopico del Sessantotto sembra rimanere solo quell’immaturità diffusa che si esprime, troppo spesso, nel frequente ricorso, da parte dei reduci di quella stagione, alla retorica della nostalgia.

 

Ogni epoca ha il futuro che si merita. Non solo perché, banalmente, ogni periodo storico determina, con l’operato e le idee degli individui che lo abitano, il proprio avvenire, ossia ciò che effettivamente accadrà in seguito. Ma soprattutto in quanto ogni epoca si specchia in un’immagine di futuro che le appartiene: nelle speranze, nei sogni ad occhi aperti di un’intera generazione, ma anche nelle prognosi, nei pronostici, nelle profezie e nelle previsioni che gli uomini incessantemente elaborano su ciò che li attende.

Dopo lo sbarco sulla luna, si potrebbe anche sostenere che il futuro previsto ha preso il sopravvento, fino ad estinguere il futuro sognato.

Nell’era della scienza e della tecnica, infatti, anche il futuro diviene oggetto di calcolo. La previsione si trasforma in esercizio di esattezza e di precisione. Lo scienziato deve saper già dove il modulo lunare atterrerà prima che il razzo parta o persino prima che venga costruito. Il computer elabora modelli di “futuro virtuale”, anticipando il flusso e la portata delle maree, indicandoci il cammino e l’intensità delle perturbazioni, ma anche i limiti e l’usura di una macchina, il “punto di rottura” di un utensile o di un materiale.

“Prevedere” sembra essere il destino della tecnica, inscritto nel suo stesso mito. Nel nome di Prometeo, il Titano che, secondo la mitologia greca, donò agli uomini “indifesi e muti” le tecniche, risuona l’etimologia di “pro-métis”, il “pre-vidente”, ossia “colui che è in grado di vedere il futuro”, “colui che pensa in anticipo”. Il tempo della tecnica è, cioè, strutturalmente proteso verso il futuro nel senso dello scopo, della méta che porta a compimento un'azione, del bersaglio su cui si fissa lo sguardo e si prende la mira. Il tempo della tecnica è il tempo del progetto, che attinge nel recente passato i mezzi per la realizzazione dei fini in un futuro strettamente connesso al presente, perché solo in questo modo si sarà in grado di misurarne l’efficacia e, quindi, la verità.

Il futuro della tecnica è, così, un futuro che, malgrado la potenza del calcolo e l’esattezza della previsione, appare assolutamente condizionato dal presente. Anzi, è una sorta di portentosa amplificazione strumentale del presente. Inoltre, il tempo della tecnica introduce nell’idea di futuro un elemento di insopprimibile aleatorietà che si scontra e confligge con il bisogno di esattezza e precisione che essa pure promuove.

Per quanto la tecnica moltiplichi esponenzialmente le sue capacità di calcolo e l’efficacia dei suoi strumenti, è nella natura del progetto il fatto che il bersaglio possa essere mancato e lo scopo fallito. Così, attorno al futuro previsto cresce, con le potenzialità distruttive della tecnica, un alone che trasforma il futuro sognato in futuro d’incubo, per cui alziamo lo sguardo verso l’orizzonte più lontano a cui andiamo incontro solo per spiare i segni di una possibile catastrofe. Al progressismo si sostituisce il catastrofismo, a volte neppure così ben “éclairé”, come auspicava Jean-Pierre Dupuy. L’incombenza della catastrofe - ecologica, economica, demografica, culturale, persino siderale, a detta degli astronomi che studiano le orbite prossime di meteore ed asteroidi -, l’inerzia con cui si procede verso di essa, sostituiscono, nell’immaginario collettivo, la fiducia di andare verso un mondo più bello e più giusto, sicché non si agisce per migliorare quello che c’è, bensì solo per salvare il salvabile, ossia per conservare quello che, per adesso, non si è ancora perduto.

Oggi, che le azioni del futuro sognato sono in gran ribasso rispetto a quelle del futuro previsto, il futuro è solo addizione e moltiplicazione e la sua positività si misura mediante gli indici d’incremento dell’economia e del PIL globale. Nel futuro non sappiamo più scorgere la pensosa responsabilità della nascita che vincola il padre a non espropriare l’avvenire del figlio. Il futuro-presente della nostra generazione sta ipotecando non solo il presente ma anche il futuro delle generazioni che verranno secondo una modalità che già Kant, nel suo famoso scritto sull’illuminismo, definiva “un crimine contro la natura umana”.

Le grandi utopie sociali che, prolungando lo slancio della fede religiosa, immaginavano la capacità dell’uomo di trasformarsi e di trasformare il modo stesso di vivere insieme, hanno lasciato il posto alla religione surrogata della scienza e della tecnica, che inventa strumenti prodigiosi, ma lascia pur sempre l’uomo com’è, nella sua solitudine, e, per di più, nudo di simboli e di linguaggio. Spesso, anzi, si limita solo a centuplicarne la crudeltà, il potere di far male e di distruggere, schiacciando l’essere umano in quella cosiddetta “naturalità” che, in quanto tale, ossia nel corso della sua storia di animale simbolico, egli non ha mai avuto. “Come vorresti che fosse il futuro?” s’interrogava, prima della crisi globale che è davanti ai nostri occhi, la presuntuosa pubblicità di un’azienda di quella “new economy” che intendeva vendere anche il futuro come se fossero azioni e quotava in borsa “the next thing”, la “prossima cosa”. “Certo non come lo volete voi!”, era, ora come allora, l’unica risposta possibile, l’unica risposta ad avere un futuro.

 

Così, se oggi Astolfo tornasse sulla luna, in quell’immenso emporio di oggetti desueti e di speranze rottamate troverebbe, accanto alla piattaforma del LEM, anche l’ingenuità della fiducia in una scienza e in una tecnica al servizio dell’immaginazione dell'uomo, l’incontraddittorio convegno della ragione calcolatrice di Fermat e di Einstein e dell’avventura che spinse Colombo a salpare verso l’ignoto e Hillary a sfidare la vetta dell’Everest, la splendida aspettativa che “utopia”, lungi dall'essere la terrestre “never never land” dei Peter Pan, ovvero dei bambini che non vogliono crescere, potesse essere il nome di uno spazio amico. Di un cosmo-casa in cui l’animale visionario che alberga nell’uomo, invece di provare angoscia, come quel Pascal che si sentiva smarrito nell’immensa solitudine dello spazio, trovasse patria e dimora.

La luna, infatti, significava per la scienza avviarsi lungo la macroscala dei pianeti, dei sistemi stellari e delle galassie, avanzare nella conoscenza dell’infinitamente grande, mentre oggi, con il senno di poi, quel maestoso movimento di espansione è come imploso nell’infinitamente piccolo, nel microcosmo cellulare della genetica o nei microchips della virtualità dei computer, dove si giocano le nuove frontiere del sapere, quasi ignorando quel “cielo stellato sopra di me” che Kant paragonava alla maestosa dignità della legge morale che abita in ciascuno di noi.

Ma la terra vista dalla luna è stata anche una grande occasione per invertire una buona volta la scala d’importanza con cui valutare i nostri “umani troppo umani” problemi, adottando lo sguardo disincantato del Micromegas di Voltaire, ossia di quell’illuminista celeste che rapportava alla misura degli spazi interstellari le miserevoli beghe terragne di monarchi, preti e mercanti.

Oggi, gli storici che ridimensionano il significato dell’impresa lunare, collocandola nel quadro di sfida della guerra fredda come una troppo costosa “spettacolarizzazione” del “grande duello” fra USA e URSS – “ventiquattro miliardi di dollari per venticinque chili di pietre lunari” -, riprendono nuovamente la miserabile unità di misura del piccolo pianeta, globalizzato dai ragionieri e dai banchieri, e sbeffeggiano i lirici e sovrumani obiettivi di quello che, un po’ troppo ampollosamente, era stato celebrato come l’inizio dell’“era spaziale”.

Eppure quella targa posata da Aldrin ed Armstrong sulla superficie sassosa del Mare della Tranquillità – “Qui gli uomini del pianeta Terra hanno per la prima volta raggiunto la Luna. Luglio 1969 A.D. Siamo venuti in pace a nome di tutta l’umanità” - non era solo propaganda. Rappresentava, piuttosto, un programma e una conseguenza. Di quel programma già Nietzsche aveva enunciato lo slogan, “siate fedeli alla terra”. Ora quello slogan diventava un nuovo modo di vedere. Quel vedere che gli astronauti avevano restituito al globo, abbracciandolo per la prima volta, per intero, con un unico sguardo e in nome di un’unica gente, “gli uomini del pianeta Terra” e che, quarant’anni dopo, si dovrebbe certo correggere, dando voce e testimonianza anche a tutti gli altri esseri viventi che popolano quella lontana perla verdeazzurra che si vede dalla luna, con un assai meno specista, “gli abitanti del pianeta Terra”.

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