Al di là del berlusconismo

di Giorgio Ruffolo

Mio compito, se lo intendo correttamente, non è quello di ripresentare, in qualche modo, un documento che è sufficientemente chiaro e distinto per bastare a sé stesso. Mi limiterò quindi a sottolineare quello che a me sembra il suo messaggio centrale. Farò quindi un’incursione in direzione di due temi collegati. Il primo riguarda il contesto dal quale questa crisi è emersa e che a sua volta è caratterizzato da due altre crisi di fondo.

Quella della leadership mondiale del capitalismo e quella della sostenibilità ecologica della crescita. Il secondo, che a me appare dominante e decisivo, è quello della crisi etica del capitalismo; e si presta ad alcune considerazioni sulle vicende politiche del nostro Paese. Il messaggio centrale del documento è l’origine reale, non finanziaria, dell’attuale crisi. La crisi finanziaria è un modo di svolgimento della crisi che ha origini nell’economia reale e torna all’economia reale.

La natura reale della crisi riguarda due aspetti cruciali. Lo squilibrio nella allocazione delle risorse (tra beni privati e beni sociali). Lo squilibrio nella distribuzione delle risorse (tra redditi di lavoro e redditi di capitale: profitti e rendite). Questi squilibri hanno generato la necessità di ricorrere in forma massiccia all’indebitamento per finanziare, soprattutto, consumi privati. Il ricorso all’indebitamento è diventato endemico e sistematico. L’economia è stata rifondata sul debito. Le banche e il sistema finanziario sono diventati il pivot attorno al quale ruotava il sistema. Si potrebbe dire che si tratta di una strategia keynesiana generalizzata. Quella poneva l’accento sull’indebitamento pubblico, sotto il controllo dello Stato; questa, sull’indebitamento totale, sotto il controllo di nessuno.

Era, questo, un modo sicuro per conciliare la crescita con la diseguaglianza e con il consenso politico all’interno degli Stati Uniti, Paese centrale del sistema mondiale. A questo esito ha dato un contributo decisivo la finanziarizzazione della grande impresa. All’impresa fordista più simile a una comunità di gruppi associati (stakeholders) rivolta all’espansione delle sue quote di mercato (del suo territorio) è subentrata l’impresa dominata da una stretta alleanza tra i grandi azionisti (shareholders) e i grandi manager manager, e rivolta alla massimizzazione del profitto nel più breve termine.

La strategia dell’indebitamento sistematico non ha investito solo i rapporti tra il credito e la produzione all’interno degli Stati Uniti, ma si è estesa a livello dell’intera economia americana che si offriva ‘generosamente’ di assorbire il «surplus» di risparmio, indebitandosi con il resto del mondo.

Politiche monetarie espansive alimentavano questo circuito singolare per cui il risparmio dei Paesi poveri finanziava i consumi del Paese più ricco del mondo.

La bolla è scoppiata in un punto del sistema, quello immobiliare, investendo poi con incredibile violenza l’intero settore del credito, minacciato da una paralisi che è stata evitata a costo di formidabili flussi di liquidità dallo Stato americano, e poi dagli altri Stati dell’Occidente a mano a mano che la macchia si estendeva. Finora questa risposta, per quanto poderosa, è apparsa insufficiente. E si profila sempre più il rischio che essa degeneri in una altra risposta di tipo statalistico, nazionalistico, protezionistico.

Come si affronta e chi affronta una crisi così globale?

Un’azione coordinata e concordata tra le grandi potenze economiche mondiali, si dice. E in effetti, mai come di questi tempi i leader del mondo si sono frequentati con tanta assiduità in appuntamenti di portata variabile: G7, G8, G20…

Ogni volta, per darsi un appuntamento successivo. Qualche cosa di simile accadeva nelle diete feudali. I grandi feudatari si riunivano per giurare fedeltà al re. Dopo di che ciascuno tornava a governare a casa sua. Qui non c’è neppure il re. Il capitalismo, nelle sue varie fasi storiche, un re lo aveva.

La sua funzione era svolta dal Paese economicamente dominante, che esercitava, più o meno responsabilmente una sua egemonia.

L’ultima, quella americana, ha assunto le forme di una vera e propria ideologia: l’esportazione della democrazia occidentale (in pratica, americana) in tutto il mondo. Questa ideologia è diventata, nell’era Bush, una teologia. Si sa come è andata a finire: in un fallimento. E meglio di tutti lo sa il nuovo Presidente degli Stati Uniti che di quel fallimento eredita le conseguenze.

Per qualche anno l’equilibrio economico del sistema mondiale ha ruotato non attorno a una egemonia americana, ma al debito americano: il finanziamento dei consumi americani col risparmio cinese. Può essere questa paradossale, e per quanto tempo ancora, la chiave di volta del sistema?

E intanto, chi e per quanto tempo continuerà a finanziare debiti dei quali è ancora ignoto l’ammontare? Si può continuare, con ingegnosi marchingegni, a versare acqua nella vasca, attraverso ricapitalizzazioni, riaccorpamento di debiti, ristrutturazioni di scadenze, senza domandarsi se, in quella vasca, c’è un buco? Una singolare risposta ci è stata offerta in questi giorni da un valoroso economista. A quei debiti, dice, corrisponde non il niente, ma beni reali, che prima o poi riacquisteranno il loro valore il quale non può essere pari allo zero. Se qualcuno si offrisse di ricomprare quei titoli oggi privi di valore a un valore positivo, si ristabilirebbe la fiducia che è la sola cosa che oggi manca. A parte che il ragionamento è privo di qualunque spiegazione del perchè la fiducia sia venuta a mancare, chi ne potrebbe rischiare una puntata così fatidica? ll solo a poterlo fare è lo Stato. In tal caso, la soluzione è stata già inventata da tempo. Si chiama nazionalizzazione.

Insomma: una risposta perfetta a una crisi che è stata definita perfetta si è fatta maledettamente difficile. Il rischio che questa risposta finisca per essere di tipo regressivo e cioè statalistico, nazionalistico, protezionistico comincia a essere alto poiché nessuno è in grado di stabilire un punto supremo dal quale tutte e tre le crisi – quella di liquidità, quella di governabilità e quella di sostenibilità – si possano dominare; e di concentrarvi la riserva di potere necessaria per istituire un sistema stabile. Per la prima volta, dunque, si pone per l’umanità un problema ineludibile e, insieme, disperatamente arduo di governance mondiale rispetto al quale le sue riserve istituzionali e, ancor più, quelle dei suoi valori appaiono allo stato attuale inadeguate.

Non è proprio quest’ultimo, dei valori, il problema vero: la chiave di tutti i problemi? Affrontando questo terzo e ultimo punto, faccio un inciso non inopportuno. C’è un aspetto apparentemente paradossale di questa crisi. Essa costituisce un fallimento clamoroso dell’autoregolazione del mercato, un principio fondante dell’ideologia della destra liberista. Ma la destra politica, al- almeno in Europa non sembra soffrirne alcun danno. Anzi.

Quasi dappertutto essa si trova in vantaggio. Il fatto è che il tema forte della destra, almeno in Europa, non è più, oggi, la speranza dell’arricchimento: ma la paura: la minaccia alla sicurezza rappresentata soprattutto dall’immigrazione.

Ora, la prospettiva aperta dalla crisi, di una disoccupazione massiccia, non può che aggravare questa minaccia, instaurando un clima di violenza e di aggressività. E già successo in Europa, dopo la crisi degli anni Trenta.

Ora, è un fatto che la sinistra, in Europa e soprattutto in Italia, dove il fenomeno presenta caratteristiche più acute, ha gravemente sottovalutato. Certo, non si devono inseguire pulsioni e le fobìe razziste; ma occorre, dove la legge è violata una severa repressione e dove la percezione dell’offesa è particolarmente grave, come nel caso delle violenze sessuali, comportamenti della magistratura che non lascino spazio a interpretazioni indulgenti. Soprattutto occorrerebbe sollecitare non la formazione di ronde punitive, ritorno a concezioni di primitiva rozzezza, ma la cooperazione organizzata delle comunità di lavoro e di residenza dei cittadini immigrati in comuni iniziative di formazione, di informazione di discussione, a tutti i livelli possibili. Se la sinistra continuerà a sottovalutare questa riserva di paura che cova sotto la società io temo che continuerà a perdere terreno, ancor più se e quando la crisi si aggraverà. La crisi non potrà che accentuare questo rischio con l’aumento della disoccupazione e della sottoccupazione. E non varrà allora il discorso giusto sui valori della solidarietà.

Se si vuole puntare sull’integrazione, come è giusto, non bisogna esitare quando viene il momento della repressione. E soprattutto bisogna avere una strategia dell’integrazione, che non c’è. Si tratta di organizzare una grande rete che coinvolga le rappresentanze delle comunità esistenti sul nostro involga territorio in un comune lavoro di informazione, di formazione; sì anche di repressione, ma soprattutto di educazione e di intervento urbano, soprattutto nei quartieri degradati.

La risposta che ci si dovrebbe aspettare dalle forze democratiche della sinistra alla crisi economica deve essere data ovviamente, però, prima di tutto sul piano economico. Bisogna combattere la vergogna criminale dei paradisi fiscali. Bisogna inserire fattori di rallentamento dei movimenti di capitale altamente speculativi, come più volte e da più parti proposto da fonti autorevoli e regolarmente inascoltate. Bisogna reintrodurre politiche dei redditi che proporzionino lavoro e produttività. Bisogna introdurre misure di decenza nella

sfrenata corsa delle rendite manageriali. Bisogna osservare proporzioni programmatiche nella dinamica rispettiva dei consumi pubblici e di quelli privati. Insomma, bisogna passare da una economia priva di limiti – letteralmente sterminata e devastante, sul piano ecologico come su quello morale – a una economia dell’equilibrio della convivenza e della cooperazione. Romano Prodi, in un articolo recentissimo, è tornato su due fondamentali proposte a suo tempo avanzate da Jacques Delors, riguardanti il rafforzamento del bilancio comune dell’Unione europea, ridotto oggi a dimensioni inferiori a una soglia minima di intervento efficace;

• alla possibilità di emissione di titoli europei sul mercato finanziario.

Ecco due modi di realizzare, anche se in dimensioni minimali, un ruolo attivo dell’Unione europea nella gestione della crisi.

In conclusione bisogna che la finanza rientri entro la sfera dell’economia reale e che l’economia rientri nei grandi equilibri della convivenza sociale.

Ciò significa che la sinistra deve uscire dal terreno strettamente economico per misurarsi su quello dei valori sociali.

Giorni fa su «Repubblica» Jean Paul Fitoussi ha parlato di un ritorno dell’etica nel capitalismo. Quasi con le stesse parole un giovane e poi purtroppo immaturamente scomparseconomista inglese, Fred Hirsh, venti anni fa, prima che il vangelo dell’avidità dilagasse per il mondo, ammoniva, in un’opera famosa sui limiti sociali dello sviluppo, sulla assoluta necessità di quella che chiamava la « moral reentry» dell’economia.

Ora che da venti anni dalla pubblicazione di quell’opera il disfrenamento di quei limiti ha prodotto tutti i suoi guasti, abbiamo bisogno di quello che in un mio libro molto meno famoso ho chiamato lo sviluppo dei limiti.

Abbiamo bisogno da una parte, di reintrodurre limiti allo sfruttamento della natura, all’inflazione finanziaria di ricchezze inesistenti, alla corsa forsennata delusiva e distruttiva della gara al successo; e dall’altro a liberare energie vitali

verso gli scopi superiori della conoscenza della ricerca della cultura dell’arte. Una ricerca che non conosce limiti.

È una vita che ripeto la meravigliosa frase di un grande economista liberale, John Stuart Mill. Abbiamo bisogno, diceva, di «coltivare le grazie della vita».

Io non voglio chiudere questo discorso di speranza senza evocare il suo rovescio. Un rovescio che riguarda il nostro Paese, dove spira un’aria ben diversa. Dove a ogni piè sospinto sentiamo ripetere di smetterla con l’antiberlusconismo, una cantilena che trae dalla noia ripetitiva la sua efficacia:

l’avete sempre con lui. È l’invidia, per i soldi che si è fatto, ne siete capaci? Fa delle gaffe che dio lo benedica. Scherza sulle donne. Insomma: via, che male c’è? E invece c’è molto male. Perché questa nuova sindrome tutta italiana inserisce con apparente innocuità nel sangue politico della nostra democrazia un veleno mortale. Il veleno che chiamerei con formula commerciale del privatismo populistico. Una miscela di plebiscitario all’idologia apolitica dei fatti propri, che dissolve la democrazia.

 

Si tratta di una possente offensiva culturale privatistica condotta

in nome degli interessi individuali e familiari contro una politica indicata come sovrastruttura intellettuale e parassitaria della società che produce e lavora.

Questa offensiva si è largamente valsa dell’indebolimento delle organizzazioni di classe e soprattutto del declino del prestigio culturale, parallelo all’aumento del potere di amministrazione e di influenza clientelare e affaristica, dei gran- ministrazione grandi partiti politici della democrazia repubblicana.

Essa ha alimentato un populismo diffuso, base fertile dell’ascesa plebiscitaria di un personaggio avventuroso.

L’Italia è stata, come altre volte, il teatro politico di sollevazione, che raccoglieva, grazie a una alta capacità di manipolazione mediatica, confluenze di varia origine: dal rigetto tardivo di una unità nazionale sofferta come costo economico e soffocamento identitario, ai forti residui dell’esperienza fascista, al diffuso sentimento particulare che ha animato tanta parte della storia di questo Paese.

Ora, in perfetta simmetria oppositiva allo slogan che da ogni parte della saggezza convenzionale e della tradizionale risuona (basta con l’antiberlusconismo) è missione imprescindibile della democrazia quella di denunciare la minaccia mortale che questo mostro mite costituisce per il

nostro Paese. In un momento in cui una crisi totale si profila per il capitalismo

non è la sinistra, come in altri tempi si sarebbe pensato, a profittarne, ma una destra populista retrograda, il peggio della storia italiana, che può emergerne. La disperazione dei disoccupati, la paura suscitata dagli immigrati può innescare una miscela esplosiva. Il genio nazionale, sempre prodigo di avanspettacolo, le conferisce anche i guizzi e i lazzi dell’eterna commedia dell’arte. E non mancano, a contrappeso

di questa che il sociologo napoletano Pasquale Turiello chiamava la scioltezza italiana, la gravitas degli editorialisti del «Corriere», che ci rivolgono pressantemente l’invito a non occuparci delle barzellette di Berlusconi, come

tanto tempo fa, che Dio gli perdoni, Benedetto Croce e certi liberali di allora invitavano gli italiani a non prendere troppo sul serio le «smargiassate» fasciste. Pensate, ci dicono, alle cose serie. Io penso, cari amici, che la cosa seria è l’unità di questo Paese. E che è in pericolo. Io penso, che compito essenziale della democrazia italiana sia quello di ricostruire l’unità d’Italia, anzitutto quella tra il Nord ancora ma sempre meno prospero e un Sud ormai

dimenticato, proprio attorno all’antiberlusconismo, al rigetto di questa antistoria d’Italia, l’assalto proditorio alle sue vere glorie, dal Risorgimento alla Resistenza, l’attacco alla Costituzione, l’ammiccamento esplicito all’evasione fiscale, l’indifferenza scandalosa all’impunità di una corruzione politica pubblicamente accertata. Certamente. È compito di un partito democratico e riformista dare una risposta seria e concreta alla crisi che ci sovrasta. Per questo deve mobilitare le intelligenze, elaborare i progetti, suscitare le alleanze.

I partiti sono personaggi complessi. Non si inventano. Le loro classi dirigenti si rinnovano. Non si azzerano. Né si improvvisano. Il ricorso a procedure di legittimazione diretta di scelte alternative deve essere preceduto da una fase

di chiarimento e di selezione delle scelte, che ha bisogno di informazione, di dialogo, di confronto.

Tra la lista preconfezionata da votare per ovazione e la pagina bianca riempita da un sondaggio c’è l’organizzazione di un dibattito da cui emergano con chiarezza i temi, le proposte, i nomi. Di fronte alla marea populista della destra, la risposta non può essere quella di un populismo della sinistra, ma quella

della mobilitazione di un esercito nuovo, democratico e strutturato. Quello che nel linguaggio della politica si chiama partito. 

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