La crisi avanza. 

Il PD ancora 

nella nebbia

di Andrea Margheri*

Per chi considera ancora la politica una «scelta di vita» e l’iscrizione al Partito democratico un’adesione pragmatica e razionale a valori civili ed etici di libertà e di giustizia sociale, il panorama italiano di questi giorni provoca un senso penoso di soffocamento. 

Mentre il confronto politico nazionale sembra fortemente condizionato dalla vicenda torbida e bizantina della Com-missione di Vigilanza sulla Rai, il Pd disperde le sue forze in una frammentazione di recriminazioni, polemiche, accuse che riducono fortemente lo spazio e l’efficacia dell’analisi e delle scelte sui grandi temi. Di fronte a una realtà mondiale, europea e nazionale che sta cambiando turbinosamente e ci propone rischi e opportunità inediti, la strategia del Pd resta ancora indefinita.

Eppure la crisi globale che dai centri di potere della finanza Usa si è propagata al mondo intero si mostra sempre di più come un passaggio epocale. Essa mette alla prova tutte le nostre scelte. Sempre di più, infatti, essa appare come la conseguenza di un logoramento e di una rottura del modello di sviluppo imposto al mondo come «pensiero unico» dall’egemonia neoliberista e della forza militare, tecnologica ed economica degli Usa. Non già, dunque, l’esplosione di una ennesima «bolla» speculativa che costringe a un passo indietro momentaneo nello sviluppo e a qualche aggiustamento delle regole: è sempre più evidente nelle parole di Obama come dei dirigenti cinesi, europei, latino-americani che non si tratta solo di questo. Sono in gioco, infatti, l’assetto e la governance del mondo, l’equilibrio geopolitico multilaterale, le regole degli scambi internazionali, il rapporto tra economia e potere politico, i limiti della sostenibilità ambientale e sociale dello sviluppo. Il modello è da ricostruire, come la riunione del G20 e la pratica eutanasia del G8 hanno indicato. È da ricostruire con il concorso di tutti i principali soggetti, di tutti i «poli» che già operano nel mondo e che dovranno necessariamente costruire nuove relazioni tra loro. 

Potranno essere relazioni cooperative e non conflittuali? Già rileggere queste parole fa tremare le vene ai polsi: sono un richiamo al carattere cruciale, decisivo, del momento storico che abbiamo davanti, del bivio tra i grandi rischi e le grandi opportunità che il processo di civilizzazione ripropone bruscamente.

Non potranno essere i singoli Stati europei ad affrontare con efficacia questa fase storica, e di questo l’Europa, per la verità, è apparsa consapevole. Che ci sia bisogno di un salto di qualità nel coordinamento della politica economica contro la crisi e nella costruzione di una nuova governance mondiale, basata su un equilibrio multilaterale, è stata la premessa esplicita dell’attuale Presidenza francese.

Riconosciamo a Sarkozy e ai governanti che lo hanno sostenuto, la lucidità dell’analisi. Ma, contemporaneamente, devono spaventare certi rigurgiti che attraversano la destra europea. Innanzitutto riemerge la tesi, di puro stampo neoliberista, che gli Stati debbano solo tirar fuori i soldi per i salvataggi, restare imprigionati in un ruolo meramente emergenziale e del tutto subalterno. Persino un moderato come Samuelson trova «cinica», oltre che sbagliata, questa tesi. Anche in Italia l’abbiamo sentita ripetere. Si è gonfiata con le penne di pavone dei solenni editoriali di Alesina e di Giavazzi.

Si affianca a questa una tesi apparentemente opposta, egualmente perniciosa: il localismo populista sventola la bandiera protezionistica come la cura necessaria della crisi. Sembra immune alla considerazione di semplice realismo che chiudersi nella nostra minuscola fortezza sarebbe solo un suicidio e farebbe arretrare in modo irreparabile la stessa idea dell’unità europea. Se vincesse il protezionismo la Ue sparirebbe dal gruppo dei possibili protagonisti, dei soggetti attivi nel processo di riorganizzazione del mondo.

Di fronte a queste risposte della destra, ancor più pericolose perché demagogicamente efficaci, appaiono più gravi le divisioni delle forze progressiste, socialiste e liberaldemocratiche. Una parte si trincera in schemi e analisi validi nel passato, ma oggi messi fuori gioco dalle trasformazioni mondiali. Molti restano i sostenitori dell’antica trincea socialdemocratica eretta contro gli assalti di quanti nella storia si sono schierati sotto la bandiera dell’onnipotenza benefica del mercato. A essi sembrerebbe un cedimento la ricerca di fondare un nuovo patto tra le forze sociali sulla prospettiva programmatica del «più Stato e più mercato». Eppure, è proprio questa scelta che appare il necessario fondamento non solo della risposta alla crisi, ma anche della costruzione di un nuovo e più solido modello di sviluppo, sostenibile socialmente e ambientalmente nel futuro. Sono in molti gli esponenti che riprendendo l’ispirazione fondamentale del Piano Delors ripropongono il superamento della vecchia antinomia. Tra questi annovero anche il gruppo di «Argomenti umani», soprattutto con gli interventi di Ruffolo e Andriani. Ma è noto che lo stesso dibattito si svolge negli Usa (Stiglitz, Krugman ecc.) e domina il confronto tra i governi dell’America latina.

Ora, se si passa bruscamente alle cose di casa nostra, si rischia la vertigine. Non perché la crisi italiana appaia come altra cosa rispetto alla crisi mondiale: ogni giorno possiamo constatare che come tutti gli altri Paesi siamo immersi in quella dimensione e in quella problematica. Anche per noi si è aperta una nuova fase storica contrassegnata da maggiore competitività: maggiore perché basata molto più che nel passato su un confronto qualitativo, e non più solo quantitativo, sui diversi terreni (tecnologia, produzione, logistica ecc.). Saranno in gioco l’efficacia e l’efficienza del «sistema Italia» di fronte ai decisivi problemi sociali, ambientali, energetici, alimentari, che impongono la riorganizzazione del mondo su nuove basi e con nuove capacità di scambio.

È questa caratteristica sistemica delle nuove esigenze geopolitiche e geoeconomiche che fa risaltare la gravità delle condizioni del Paese su molti terreni: il funzionamento a singhiozzo delle istituzioni democratiche; il rapporto tra Nord e Sud, che si presentano come due realtà nazionali diverse; la permanenza di privilegi corporativi e di rendite di posizione che da anni richiederebbero una ventata di impegno liberale; le disuguaglianze intollerabili, pari a quelle abissali degli Usa, alle quali si aggiunge però anche una intollerabile rigidità sociale; un ritardo irragionevole della ricchezza collettiva e in primo luogo delle infrastrutture. Un ritratto del Paese ben conosciuto, ma che ora dovrà essere confrontato a una nuova qualità dello sviluppo che la crisi imporrà nel mondo e in Europa, dislocando su terreni nuovi la competizione per i sistemi e per le imprese. 

Da questa breve rassegna dei dati emergenti dalla crisi mondiale si possono trarre interrogativi inquietanti sullo stato dei gruppi dirigenti della politica italiana. Anche del gruppo dirigente del Pd. 

Per la verità non mancano dichiarazioni, proposte, indicazioni programmatiche su singoli aspetti. Il Pd insiste giustamente sulla necessità di difendere i redditi dei ceti medi e bassi, più esposti al rincaro dei prezzi e delle tariffe, e sulla necessità di proteggere le piccole imprese da una ormai evidente restrizione del credito da parte delle banche. Il vuoto maggiore non è nel confronto parlamentare. La nebbia si addensa là dove è più necessaria la chiarezza: qual è l’analisi generale della crisi e delle sue cause profonde che il Partito fa sua? E quale modello di comportamento e di strategie propone alle forze sociali e alle istituzioni, guardando soprattutto alla dimensione internazionale della nuova fase e respingendo le nostalgie neoliberiste come i trinceramenti corporativi? È in gioco oggi la capacità del Partito di dare una risposta globale autonoma agli interrogativi, ai rischi e alle opportunità che la crisi ha aperto, misurando così la sua cultura riformista e innovatrice in una nuova idea dell’Italia e del suo ruolo in Europa.

È proprio da questo punto di vista, che si ripropone il problema tanto assillante della «forma partito». Dal punto di vista, cioè, della cultura politica e del progetto fondamentale. È su questo terreno che sorge un interrogativo di fondo: può essere realmente riformista, ossia capace di promuovere in tutti i campi innovazione, un partito che non garantisca concretamente, nella sua dimensione comunitaria e partecipativa come nei suoi riferimenti sociali, la sua autonomia dal pensiero dominante, dagli indirizzi politici che già si sono radicati nella società? Un partito che si limita a mediare e a rappresentare l’esistente, che non promuove la sua autonomia nell’elaborazione e nei legami con le diverse forze sociali, si condanna a una condizione subalterna. Altro che vocazione maggioritaria, altro che partito di governo!

Il Pd è chiamato non a un astratto rinnovamento anagrafico, ma a un cambiamento di rotta nel modo di organizzare le sue intelligenze, le sue forze intellettuali e operative. E a un cambiamento di rotta, ancora più urgente, nella percezione dei suoi rapporti decisivi tra le persone e i lavori che esse svolgono. Sono questi lavori a definire anche nella società «liquida», anche nella fase postideologica e postfordista, e anzi, ancor più di ieri per il ruolo inedito dei saperi, della creatività, dell’informazione nella produzione e nella società, la funzione che ogni individuo e gruppo sociale può assolvere nelle trasformazioni sociali, sia nella distribuzione del reddito, sia dal punto di vista del suo peso sociale. Si pone ancora, cioè, e ogni giorno ne abbiamo testimonianza, un problema di rappresentanza politica del «lavoro», come elemento determinante della funzione e della libertà degli individui. Così come si pone di conseguenza il problema della partecipazione dei ceti produttivi alla democrazia nell’impresa, nella società, nello Stato. Sottovalutare la naturale vocazione del Pd («prima di tutto il lavoro») può indebolire il suo progetto complessivo: esattamente quello che oggi succede. 

 

* In collaborazione con la rivista Argomenti umani

© 2017 by Associazione Culturale Inschibboleth

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