Terroni alla riscossa 

di Lino Patruno

di Giuseppe Vacca*

Questi scritti dell’ultimo decennio che Lino Patruno opportunamente raccoglie non sono solo cronache e neppure solo la testimonianza di una doverosa difesa degli interessi della Puglia, della Basilicata e del Mezzogiorno. Sono anche questo, ed era giusto che il direttore del maggiore quotidiano pugliese e lucano assolvesse questo compito. Ma sono molto di più: sono il ripensamento della questione meridionale come questione nazionale nel decennio in cui, espunta la ‘questione’ dall’agenda politica italiana, l’unità del Paese sembra definitivamente compromessa. Se si vuole venire a capo di quell’insieme di problemi che generano il «declino dell’Italia», da dove si deve ricominciare? A me pare questo l’assillo di questi scritti solo apparentemente occasionali. E la risposta di Patruno non solo è del tutto persuasiva, ma, a mio avviso, è anche l’unica possibile: si tratta di riproporre, con i dovuti aggiornamenti, l’eredità del pensiero meridionalistico.

Il meridionalismo non va confuso con il problema del Mez-zogiorno. Certo, classici ed epigoni del meridionalismo – liberali, cattolici, socialisti, comunisti – partivano sempre da questo. Ma non a caso ho detto pensiero meridionalistico. In realtà, da Pasquale Villari a Giustino Fortunato, da Fran-cesco Saverio Nitti a Luigi Sturzo, da Gaetano Salvemini ad Antonio Gramsci, per ricordare solo i maggiori, il pensiero meridionalistico è il tratto distintivo del pensiero politico nazionale. Non esiste un pensiero politico italiano, dopo l’unità, che possa prescindere dai problemi affrontati in quella ‘tradizione’ pur così composita e differenziata. Il meridionalismo è stato il solo continuatore del pensiero politico risorgimentale poiché, se questo aveva affrontato il problema dell’unità d’Italia, il meridionalismo ha scavato nelle cause della sua fragilità e della sua congenita, debole competitività.

Se dovessi scegliere uno di questi editoriali come prefazione al libro, sceglierei quello dell’8 gennaio 2006, Sud buono anzi fin troppo. Con una sintesi mirabile per lucidità e semplificazione comunicativa, Patruno scandisce in sei ‘atti’ la vicenda meridionale dall’unità al secondo dopoguerra. Ma non è la storia del Mezzogiorno, è la storia d’Italia. Non v’è dubbio, se non si pone al centro della storia d’Italia la questione del dualismo Nord-Sud, non solo non si capisce la storia del nostro Paese, ma viene anche a mancare il fondamento di qualsiasi programma politico nazionale. In fondo anche il ‘blocco nordista’ che ha preso il sopravvento nell’ultimo quindicennio pensa e opera secondo il paradigma meridionalistico, connaturato alla realtà del Paese.

Infatti, solo chi dà per persa la sua unificabilità e non pensa che l’Italia possa più dare battaglia per migliorare la sua posizione internazionale, ripiega sulla parte più ‘forte’ credendo di poter rimuovere (o continuare a gestire demagogicamente) i problemi dell’altra parte. Non è un paradosso perché anche il ‘blocco nordista’, rinunciando ad assolvere una funzione nazionale, parte dal problema del dualismo; solo che lo considera irrisolvibile. Patruno descrive questo molto bene nell’editoriale del 27 luglio 2003 Quel vento che fa male solo al Sud.

Rimettere all’ordine del giorno nei suoi giusti termini la questione del dualismo è un compito arduo, culturale prima ancora che politico. Sono almeno trent’anni che la ‘questione’ è stata derubricata: prima dalla vita intellettuale, poi dalla vita politica. La querelle cominciò nella seconda metà degli anni Settanta, quando fu dichiarata la fine della questione meridionale. E la dichiarazione di morte presunta veniva pronunciata da punti di vista solo apparentemente opposti. Le élite politiche partivano dall’idea che l’Italia era sostanzialmente unificata e le classi dirigenti avevano forza e consapevolezza sufficienti per affrontare i problemi delle «aree in ritardo». In fondo si trattava di correggere le patologie d’uno sviluppo «distorto» e l’Italia, divenuta ormai la quinta (o sesta) potenza mondiale per produzione di reddito, era pronta a farlo. Le nuove scuole di pensiero economico-sociale partivano da un’analisi opposta, ma implicitamente concordavano con quella visione.

Ricognizioni minute dello sviluppo economico mettevano a fuoco i processi di differenziazione territoriale in termini sempre più sofisticati. Il Mezzogiorno appariva una realtà talmente diversificata da renderne impossibile una nozione unitaria. Il paradigma sociologico prendeva quindi il posto di quello storico-politico. Non c’erano Nord e Sud, ma tanti Nord e tanti Sud, e le disuguaglianze di sviluppo avevano matrici multiple e radici lontane, che risalivano alle oscillazioni secolari del mercato mondiale. L’Italia non era quindi una formazione economico-sociale storicamente determinata, ma un ritaglio geopolitico occasionale, in balia dei flutti dell’economia internazionale. Figurarsi se aveva senso mantenere una visione unitaria di una parte di essa! Il punto d’arrivo era già scritto: se tutto si riduce ai processi di differenziazione territoriale, è ovvio che le parti più forti impongano alle parti più deboli i loro interessi e la loro visione del Paese. Così si è arrivati all’assurdo che la tematizzazione oggi in voga del ‘problema italiano’ è la «questione settentrionale». In altre parole, le priorità che s’impongono nell’agenda politica sono dettate dalla parte più forte e Patruno opportunamente ricorda che, mutatis mutandis, questo è sempre accaduto. Ma non è la stessa storia che si ripete. Rappresentare il problema italiano come «questione meridionale» vuol dire quanto meno proporsi di unificare un Paese diviso; declinarlo invece come «questione settentrionale» vuol dire giocare una parte contro l’altra, logorando quello che resta dell’unità dell’Italia. Non credo di forzare il pensiero di Patruno. Da parte mia sottolineo che la visione accennata, e soprattutto la cultura che la sottende, non appartiene solo alle forze che ho sinteticamente indicato come ‘blocco nordista’, ma è ormai introiettata – nei comportamenti concreti quando non nella retorica politica – da quasi tutta la classe dirigente ed è divenuta senso comune. Ma, a differenza del passato, non si tratta del prevalere d’una parte sull’altra dentro un Paese che si vuole unito, ma di compromettere le possibilità persino di pensare unitariamente il futuro dell’Italia come nazione.

Questa situazione non si è creata dall’oggi al domani. Per risalire all’origine bisogna ricostruire un processo lungo e ciò richiede conoscenza storica e consapevolezza critica. Negli editoriali di Lino Patruno ci sono l’una e l’altra. I suoi scritti non sono opera di denuncia, sono stati, invece, un lavoro paziente e tenace di indirizzo politico e direzione intellettuale. Le risposte sono già in essi e ne cito ancora uno, a titolo d’esempio. La grande beffa, 29 marzo 1998, contiene le indicazioni essenziali per capire come si è giunti al punto in cui siamo. Con la nascita della Repubblica, la «questione meridionale» fu posta per la prima volta al centro della vita politica e l’Italia intera visse una stagione di sviluppo e di progresso che non aveva mai conosciuto prima. Tuttavia, la modernizzazione industriale e civile dell’Italia repubblicana si fondava su un compromesso fra Nord e Sud che teneva unito il Paese, ma ne riproduceva il dualismo, perché nell’Italia del ‘miracolo’, dell’economia mista e dell’intervento straordinario, il Nord aveva interesse a favorire il passaggio del Mezzogiorno da ‘colonia interna’ a mercato di sbocco dei prodotti della sua industria. Le matrici strutturali del dualismo non furono quindi aggredite e quando quel modello di sviluppo si esaurì il Mezzogiorno venne «lasciato solo dallo Stato in condizioni tali da non poter mai competere con il Nord» scrive Patruno «perché ha meno strade, ha meno porti, ha meno aeroporti, ha meno università, ha meno centri di ricerca». Non è difficile mettere nomi e date a questa vicenda. Vorrei aggiungere, però, che il problema non riguarda solo la competitività del Sud, ma la competitività dell’Italia nel suo insieme. Perciò vorrei allargare l’orizzonte della riflessione. Il «compromesso» fra Nord e Sud di cui parla Patruno s’incrinò alla metà degli anni Settanta perché si stava concludendo il lungo ciclo della regolazione politica dello sviluppo nazionale. L’economia mista, da motore d’una esperienza di modernizzazione eccezionale, divenne una gabbia in cui si consumava la deriva del Paese: declino della grande impresa, emarginazione dalle nuove frontiere industriali, liquidazione di un’industria culturale fra le più significative dell’Europa continentale, politiche industriali ridotte a salvataggio di aziende decotte, infeudamento dell’economia pubblica a un sistema partitico anacronistico e bloccato. I commentatori più influenti indirizzarono il colpo contro la «razza padrona» e i «bo-iardi di Stato», e la più qualificata schiera di manager che il capitalismo italiano avesse mai conosciuto, generata dal settore pubblico dell’economia, uscì di scena in silenzio quando non nel dileggio. Certo, il controllo partitico delle Partecipazioni Statali aveva allevato anche folte schiere di tirapiedi. Ma dov’erano i ‘capitani coraggiosi’ pronti a subentrare per rilanciare le sorti del Paese? L’altra metà del paesaggio economico e industriale – quella privata – era punteggiata di avventurieri e profittatori di regime che un primato l’avevano sicuramente conquistato; ma era quello di primeggiare nella gara a far deragliare le grandi imprese, con finalità e comportamenti molto meno nobili di quelli esibiti dai «boiardi di Stato». Il momento della verità venne quando si dovette smantellare l’economia mista e non s’è visto nessun gruppo privato in grado di valorizzare i ‘gioielli di famiglia’ che gli venivano generosamente regalati. È una vicenda amara, che ha chiuso ingloriosamente il lungo ciclo in cui l’Italia aveva saputo completare la sua matrice industriale e mutare sensibilmente il suo ruolo nella divisione internazionale del lavoro.

È anche una vicenda conclusa; allora, perché rivangarla? Perché non c’è né consapevolezza, né accordo sulle ragioni per cui è andata così. E non si tratta di individuare capri espiatori, quanto piuttosto di rimarcare i limiti di un’intera classe dirigente (innanzi tutto politica, dato il regime di regolazione di un’economia mista con un settore pubblico molto vasto) per il modo un cui ha affrontato il passaggio degli anni Settanta e Ottanta, durante i quali cambiò radicalmente la regolazione dell’economia mondiale. In estrema sintesi, con la fine del sistema Bretton Woods tutte le economie nazionali si trovano nella necessità di orientare le maggiori imprese alla competizione internazionale. Non era questione che si potesse affrontare contrapponendo pubblico e privato, anzi, quanto più ampio e più solido era il settore pubblico, tanto più agevole sarebbe potuta essere l’internazionalizzazione dell’economia. Gran Bretagna, Germania, Francia, (per citare i nostri principali partner e competitori), con strumentazioni diverse che rispecchiavano le rispettive storie nazionali, imboccarono questa prospettiva. L’Italia, invece, scelse la strada del protezionismo, dell’irresponsabilità finanziaria e di un dirigismo anacronistico e inefficace. Con estrema approssimazione, direi che le élite del Paese non furono in grado di comprendere il mutamento dello scenario internazionale. Scambiarono l’avvio della ‘globalizzazione asimmetrica’ e del ‘conflitto economico mondiale’ per una ‘crisi dello sviluppo capitalistico’. E non furono capaci di ricollocare degnamente l’Italia nel concerto delle nazioni: non furono capaci – governo e opposizioni – di rigenerare quella visione del nesso nazionale-internazionale che aveva permesso il grande balzo degli anni Cinquanta.

Tuttavia l’Italia non è sostanzialmente arretrata dalle posizioni conquistate nel primo trentennio repubblicano nella produzione di reddito e nei consumi, e questo ha favorito la rimozione degli errori strategici commessi negli anni Settanta e Ottanta. La fine di Bretton Woods spingeva le élite politiche più avvertite ad accelerare il processo d’integrazione europea. Anche in Italia una manipolo di leader illuminati fece sì che il Paese non ne fosse tagliato fuori. Ma come si ricollocava l’Italia in Europa? Alla crisi della grande impresa e alla involuzione dell’economia mista l’Italia reagiva con l’exploit delle piccole e medie imprese: una novità significativa, che destava l’attenzione degli studiosi, dei politici e degli operatori economici in tutto il mondo perché sembrava riprodurre con successo un modello di sviluppo export-led molto vitale. Ma restavano nell’ombra i magheggi: certo che quel modello di sviluppo sembrava solido, ma si fondava sulle svalutazioni competitive e sull’elusione fiscale, mentre la coesione territoriale e sociale era finanziata con la crescita esponenziale del debito pubblico. Ma forse ancora più dannosa fu la rappresentazione del Paese che sull’exploit delle Pmi fu costruita. Il focus si spostò dallo sviluppo nazionale allo sviluppo locale. Altro che ‘problema italiano’! Non due, ma tre Italie, in cui quella delle Pmi e dei distretti industriali indicava il percorso anche alle altre. Naturalmente gli economisti più avvertiti sottolineavano che la vitalità della piccola impresa si fonda sulla rendita ricardiana. In altre parole, su un complesso di condizioni favorevoli esterne, italiane e internazionali, che non è facile riprodurre. Chi studia l’economia in prospettiva storica – e in Italia ci sono eccellenti Cassandre che possiedono questa qualità – ha sempre avvertito che l’exploit delle Pmi aveva alle spalle il poderoso processo di industrializzazione promosso dalla mano pubblica. Che ‘l’Italia dei distretti’ era figlia di una grande tradizione artigiana accuratamente accudita da una buona scuola tecnica e professionale, e favorita da amministrazioni consapevoli ed efficienti. Insomma, il fenomeno non era estrapolabile, né generalizzabile: era strettamente legato a particolarità territoriali generate da una storia secolare, che non si potevano facilmente riprodurre e diffondere a scala nazionale. Ma questa era la realtà economica più vitale che s’era creata in Italia e quando, dopo Maastricht, si è posto nuovamente il problema della regolazione dello sviluppo, parve che non vi fosse altra via che quella della «nuova programmazione». Che questa fosse la chiave di un ‘nuovo meridionalismo’ è stato smentito dalla realtà e non è tema da approfondire in questa sede. Rinvio ai numerosi editoriali che Patruno dedica soprattutto alla Puglia, per richiamare l’attenzione su due dati fondamentali: malgrado la vitalità e la relativa diffusione dei suoi sistemi d’imprese, che la fanno così ‘diversa’ dalle altre regioni meridionali, la Puglia è una regione del Mezzogiorno e non può spiccare il volo da sola. Inoltre, malgrado i grandi mutamenti verificatisi nella società meridionale nell’ultimo cinquantennio, il Mezzogiorno continua a essere terra di incongruenze e di ristagno, e non è alle viste il decollo d’una classe amministrativa – politica e burocratica – capace di ottimizzare i fondi europei, che hanno preso il posto dell’intervento straordinario, malgrado la catena di comando che vi presiede sia costruita molto meglio del vecchio intervento straordinario. 

Il sommario excursus che ho tracciato conduce ai problemi dell’oggi sui quali vorrei segnalare le altre due questioni nodali messe a fuoco da Patruno: l’inquadramento della «questione meridionale» in prospettiva europea e il problema delle nuove classi dirigenti. Dopo Maastricht, e ancora di più dopo l’ultimo allargamento dell’Ue, il criterio che distingue gli schieramenti politici nazionali è divenuto, molto più che nel passato, il confronto fra «europeisti» ed «euroscettici». Il confronto ha alle spalle la contrapposizione fra sostenitori dell’Unione come grande area di libero scambio e fautori dell’Ue come nuovo attore politico globale (l’Europa come ‘potenza civile’). Non è un caso che in Italia lo schieramento ‘euroscettico’ sia incentrato sul ‘blocco nordista’ che propugna un neomercantilismo a scala continentale. L’economicismo che impronta la concezione europea di queste forze è speculare a quello che ispira la loro visione dell’Italia, nella quale il Mezzogiorno è considerato, come ai primi del Novecento, una ‘palla al piede’ che si potrebbe anche lasciar rotolare fuori dalla storia. Negli scritti di Patruno l’inquadramento della «questione meridionale» nella prospettiva europea non è frutto di grandi teorizzazioni, ma oggetto delle battaglie concrete sostenute nel decennio e di proposte politiche fondate su una visione strategica altrettanto concreta. Le battaglie più significative hanno riguardato l’Euro e l’Allargamento. Si leggano gli editoriali del 1° febbraio 2004, In difesa dell’euro cioè del Sud, e quello del 27 maggio 2001, Sud, meglio scegliere il mare aperto. Il 2004 era il terzo anno del secondo governo Berlusconi e molti suoi ‘capi’, dallo stesso premier, a Tremonti e a Bossi, dopo aver gestito con spregevole negligenza il passaggio dalla lira alla moneta unica, tuonavano contro l’euro accusandolo della lievitazione dei prezzi. Era anche l’anno in cui non solo il deficit, il debito e la spesa pubblica tornavano a impennarsi, ma il governo aveva anche prosciugato l’avanzo primario ereditato dal governo precedente, crollavano i consumi e l’Italia si stabilizzava nella crescita zero. Infine, era l’anno in cui la Commissione europea avviava una procedura contro il nostro Paese per la crescente inadempienza del patto di stabilità. Patruno denuncia senza mezzi termini la demagogia del governo: «Certi ministri che sull’euro continuano a sparare, si guardano bene dal trarne le conseguenze: uscire dalla moneta unica». E va al cuore del problema: la lievitazione incontrollata dei prezzi s’era verificata soprattutto nel settore dei servizi, serbatoio dei voti di Forza Italia. Dunque il lassismo del governo non era né casuale, né innocente, e Patruno centra bene il bersaglio: «Sappiamo tutti che chi ha potuto aumentare quei prezzi senza motivo si è arricchito alla grande, anche se ora è tanto spudorato da lamentarsi per il calo dei consumi». Mi viene a mente un passo dei Quaderni del carcere sul liberismo come ideologia. Postulando la separazione di economia e politica, dice Gramsci, il liberismo di solito maschera un programma politico ben preciso: «Afferma che l’attività economica è propria della società civile e che lo Stato non dovrebbe intervenire nella sua regolamentazione. Ma … anche il liberismo è una “regolamentazione” di carattere statale, introdotto e mantenuto per via legislativa e coercitiva ... . Il liberismo è un programma politico, destinato a mutare … il programma economico dello Stato stesso, cioè a mutare la distribuzione del reddito nazionale» (A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 1975, p. 1590).

Ma quello che in questa sede importa di più sono gli argomenti in difesa dell’euro. L’euro, scrive Patruno, vuol dire Europa, e l’essere in Eurolandia comporta «bilanci in ordine» e «deficit non più alto di una certa percentuale»; «significa anche inflazione minima e difesa di una moneta che altrimenti sarebbe sbattuta ai quattro venti», e tassi di interesse contenuti; «significa arrivo al Sud dei fondi europei anzitutto per le infrastrutture»; «significa infine nuovi mercati a disposizione delle imprese meridionali». In conclusione, sparare a zero sull’euro è l’altra faccia della demagogia sul Sud ‘palla al piede’ e su «Roma ladrona». Ma denunciarla mettendo in campo gli interessi del Mezzogiorno non è ‘leghismo sudista’, bensì riattivazione del paradigma meridionalistico per dimostrare ancora una volta che non si può pensare la nazione italiana e rappresentarne gli interessi se non si ha la volontà di renderla più unita e più forte tutta intera, Nord e Sud insieme. Questo oggi appare con chiarezza persino maggiore se si iscrive il problema del dualismo italiano nella dimensione europea. Come può l’Italia che è ‘due’ competere efficacemente e dare un contributo rilevante alla costruzione europea se quel ‘due’, invece di provare a essere ‘uno’, si riduce a metà?

Ma oltre all’euro il ‘blocco nordista’ attaccò anche l’allargamento, agitando demagogicamente l’argomento che l’ingresso nell’Ue di tanti nuovi Paesi poco sviluppati avrebbe finito per tagliare fuori il Mezzogiorno dai fondi europei. È il tema dell’editoriale Sud, meglio scegliere il mare aperto, già citato. L’argomento principale di Patruno è che l’allargamento non è un ‘pericolo’, ma una ‘opportunità’, perché crea nuovi mercati, più idonei alla proiezione internazionale delle imprese meridionali. La risposta alla sfida dell’allargamento non può essere un nuovo protezionismo, peraltro improponibile, ma la modernizzazione dell’economia meridionale, per la quale internazionalizzazione e competizione sono leve essenziali. È, ancora una volta, la lezione del pensiero meridionalista, che combatteva il protezionismo in quanto impalcatura del patto leonino fra i ‘poteri forti’ del Nord e del Sud fondato sulla soggezione del Mezzogiorno prima come ‘colonia interna’, poi come ‘mercato di sbocco’ del Nord industriale: due soluzioni che, come abbiamo detto, hanno riprodotto il dualismo e magari l’hanno spostato più avanti, ma non ne hanno aggredito le matrici. È la lezione di un liberismo non ideologico, consapevole della realtà del Novecento, il secolo nel quale la storia è divenuta storia mondiale, i nazionalismi sono stati l’origine delle più grandi catastrofi, interdipendenza e globalità sono i paradigmi necessari per maneggiare realisticamente i problemi delle grandi e delle piccole nazioni, la storia d’Italia è una convenzione culturale e si può scriverla correttamente solo ripercorrendone le interazioni con la storia europea e mondiale. 

Dopo la fine di Bretton Woods, della guerra fredda e del mondo bipolare tutti i Paesi si confrontano con una nuova realtà: la produzione, la circolazione e la distribuzione della ricchezza si distaccano dai territori, non rispettano più le frontiere degli Stati nazionali né le barriere amministrative, doganali e persino militari. Di qui l’ultimo aspetto di questi scritti su cui vorrei attirare l’attenzione. Di fronte a tale mutamento, Patruno riprende la lezione di Salvemini e di Sturzo che cercavano la soluzione ai problemi meridionali in una proiezione geopolitica del dualismo italiano. In un mondo aperto e globale una visione realistica dei problemi del Mezzogiorno può fondarsi solo su una proiezione internazionale differenziata delle aree del Paese, saldamente guidata, però, da una classe dirigente nazionale, unitaria, consapevole e responsabile. Una geopolitica della questione meridionale si può oggi fondare sulla nuova centralità del Mediterraneo. «Il Mediterraneo» scrive Patruno nell’editoriale del 30 marzo 2008, Rischio uscita dalla storia «è tornato il cuore dell’Europa. Dal Mediterraneo passano i traffici mondiali come avveniva prima che Colombo partisse da Palos … e spostasse le rotte verso l’America. Ma questi traffici il Sud deve saperli intercettare per evitare che lascino soltanto briciole di passaggio … . Altrimenti il Mezzogiorno si gioca anche una posizione geografica che da marginale è diventata strategica e competitiva». Vedremo fra breve come Patruno individui le nuove responsabilità della classe dirigente meridionale al riguardo. Vorrei prima aggiungere qualche considerazione al brano citato. Che la globalizzazione post-’89 ricollocasse il Mediterraneo al centro dei traffici internazionali era una opportunità percepita lucidamente dalle élite europee che avevano concepito il trattato di Maastricht. Infatti, la creazione dell’euro fu seguita dal varo del Partenariato euromediterraneo (il ‘processo di Barcellona’ del 1995) e venne rafforzata la proiezione mediterranea dell’Ue. È opportuno ricordarlo per alcune ragioni fondamentali.

Innanzi tutto perché solo in questa prospettiva l’Italia può assolvere un ruolo significativo nella costruzione europea. In secondo luogo perché da essa scaturisce una possibilità inedita di modernizzazione del Paese, puntando a farne una grande piattaforma logistica del nuovo Mediterraneo (è la prospettiva in cui Patruno vede giustamente le grandi possibilità che si creerebbero anche per il Mezzogiorno). In terzo luogo perché questa è la bussola d’una politica europea dell’Italia capace di coniugare una visione unitaria dell’interesse nazionale con l’impegno più energico per l’unità dell’Ue dinanzi alle grandi sfide della politica mondiale. Ma vorrei aggiungere qualche riflessione ulteriore.

Quando, nel 2001, Eurolandia decollava e la crescita europea ripartiva, gli Stati Uniti, con l’esplosione della bolla speculativa che aveva sostenuto il ciclo della new economy, entravano in recessione. Non era una normale caduta del ciclo economico ma una nuova forma di crisi: nel decennio precedente gli shockoriginati dalla globalizzazione asimmetrica avevano colpito numerosi Paesi periferici e la Russia di Eltsin. Ora uno shock da globalizzazione colpiva il cuore dell’economia mondiale rivelandone la fragilità e la nuova condizione: gli interessi americani e quelli dell’economia mondiale non coincidono più e anzi divergono in misura crescente. La crisi favorì la vittoria della destra e Bush cambiò la politica internazionale degli Stati Uniti. Dal canto suo l’Ue, colpevolmente, dopo la creazione dell’euro e della Bce non aveva proceduto alla creazione di istituzioni di governo dell’economia che ne garantissero una unità di comando. Non era in grado, quindi, di assolvere il compito di secondo polmone dell’economia mondiale. Seguendo i dettami della sua ‘dottrina’, Bush piazzò una guerra nel cuore del Mediterraneo che non solo inferse un duro colpo alla proiezione dell’Ue verso quest’area, ma provocò divisioni profonde fra i suoi partner che non sono state ancora superate. In quel passaggio l’Italia smarrì la missione unitaria che aveva conquistato come Paese fondatore della Comunità europea, e da allora non l’ha più riconquistata. Mi sembra opportuno ricordare tutto questo perché, se è vero che il Mediterraneo è tornato al centro dei traffici internazionali, è altrettanto vero che questo non può essere fonte di asimmetrie e frizioni con gli Stati Uniti che solo una Ue coesa e capace di agire come attore politico globale può affrontare. È un problema enorme, perché si tratta di costruire una nuova partnership euroatlantica: un nuovo asse fra Usa e Ue orientato al multilateralismo e alla creazione di un ordinamento mondiale multipolare, fondato sul principio d’interdipendenza, il rispetto della legalità internazionale, lo sviluppo sostenibile e l’affermazione dei diritti umani, nella cooperazione e nella reciprocità. Ma è anche lo scenario in cui il Mezzogiorno si potrà giovare della nuova centralità del Mediterraneo e l’Italia svolgere un ruolo dignitoso come nazione autonoma, responsabile e unita.

Se queste sono le sfide della globalizzazione, quale che sia il federalismo che dagli schieramenti politici italiani si propugna, emerge una responsabilità comune delle forze che governano le regioni meridionali. Nel contesto creato dalle politiche regionali europee e dai nuovi poteri dei governi locali la classe politica meridionale ha il dovere di affrontare unitariamente i problemi del Mezzogiorno come se operasse in un’unica macroregione. Il suo primo compito è di mettere insieme le risorse fondamentali dello sviluppo territoriale: acqua, energia, reti, logistica e simili. Per questo nel 2004 Patruno salutava con enfasi giustificata l’iniziativa dei ‘governatori’ meridionali di dar vita a una concertazione macroregionale. Egli scriveva:

 

Certo non sarà la fine dei vizi del Sud, a cominciare dall’incapacità di farsi sentire ad una sola voce. Ma ciò che è avvenuto a Napoli giorni fa, è avvenuto per la prima volta dall’Italia unita. I presidenti di Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Molise decidono di collaborare vedendosi a date fisse e cercando una posizione comune su problemi comuni.

 

E provava a buttar giù un’agenda incentrata sui temi sopraelencati (Bravo Sud ad una voce sola, 7 marzo 2004) incitando, otto mesi dopo, i governatori meridionali a esprimere un «pensiero» e a far valere un’agenda comune (Ma il Sud dica infine cosa vuole, 7 novembre 2004). L’anno dopo si creò persino una omogeneità politica fra quei governi regionali: il centrosinistra, tranne in Molise, vinse dappertutto e nel 2006 conquistò anche il governo del Paese. Ma, malgrado l’omogeneità politica fra governi regionali e governo nazionale, un’azione comune dei ‘governatori’ meridionali capace di riproporre la «questione meridionale come questione nazionale» non mi pare si sia sviluppata. È necessario provare a darne una spiegazione. E la spiegazione penso che stia nello stato attuale del sistema politico. Sulle ceneri della Prima Repubblica si è impiantata una filiera di leggi elettorali del tutto incongruenti: sette leggi diverse – dalle circoscrizioni al Parlamento europeo – il cui tratto comune consiste nel favorire la personalizzazione della politica e i particolarismi più eterogenei. Questo ha impedito la ricostruzione di veri e propri partiti e favorito la loro frammentazione. Un fenomeno analogo si è originato nelle organizzazioni d’interesse, sempre più corporative e incapaci di adempiere i loro compiti secondo una visione dell’interesse generale. Insomma, non si sono creati veri e propri partiti nazionali, e non sono partiti nazionali neppure i pochi partiti la cui rappresentanza è distribuita più o meno proporzionalmente in tutto il territorio del Paese. I partiti attuali sono costruiti o su un agglomerato di interessi corporativi, o su una retorica dei diritti di stampo parasindacale. E sono partiti che non promuovono la partecipazione, ma al massimo la mobilitazione elettorale. Sono organismi dominati da leadership personali e da cordate di boss che non assolvono alla formazione di nuove classi dirigenti e impediscono al loro interno il ricambio delle élite. La ragione fondamentale è che non sono costruiti su una visione complessiva dell’interesse nazionale perché non si fondano su una interpretazione della storia d’Italia. In generale i partiti, anche quando sono fondati sulla visione dell’interesse nazionale, lo declinano in modo parziale: esprimono visioni di parte e interessi di parte. Ma assolvono la loro funzione solo se in questo modo di operare, che è il sale della democrazia, le parti hanno l’ambizione di giustificare la propria parzialità con una visione realistica dell’interesse nazionale. In altri termini, partiti nazionali sono quelli che fondano i loro programmi su una propria visione delle grandi questioni del Paese, ma per i quali le questioni nazionali sono le stesse, anche se declinate in modi contrastanti. Provo a spiegarmi meglio con un esempio. Se guardiamo al passato, l’Italia ha conosciuto veri partiti nazionali solo con la nascita della Repubblica perché, se ad esempio consideriamo la storia della Dc e del Pci, quei partiti proponevano soluzioni diverse ma agli stessi problemi. Dc e Pci ebbero opzioni contrapposte sulla collocazione internazionale dell’Italia, ma condividevano l’idea che questa dovesse contribuire alla pace e alla collaborazione fra i popoli. Quanto alla politica interna, erano partiti costruiti su interpretazioni diverse, ma componibili, della questione meridionale, della questione cattolica e della questione vaticana. Mutatis mutandis, nulla del genere esiste o è in gestazione nella Seconda Repubblica.

Con l’iniziativa apprezzata da Patruno i ‘governatori’ delle regioni del Sud hanno individuato una strada valida per rimodulare la «questione meridionale», ma per farla avanzare non basta la costruzione d’una agenda fondata sugli interessi comuni. È necessario correggere radicalmente gli indirizzi generali della politica italiana e creare un nuovo spirito pubblico. ‘Una riforma intellettuale e morale’, si sarebbe detto in altri tempi, che senza nuovi partiti nazionali non può avere la forza per affermarsi.

In tutti questi scritti aleggia il fantasma di Bossi, che viene esecrato come personificazione della disunità d’Italia e di tutti i suoi mali. Per necessità comunicativa il giornalismo è ricco di metafore e credo che Patruno abbia scelto Bossi come testa di turco delle sue battaglie per rendere più facile la comunicazione sintetica del suo pensiero. In realtà la Lega Nord è una metafora illuminante dei nostri rischi in modo più profondo di quanto non dica il suo folclore. Sul cadavere dei partiti nazionali, che giaceva lì da tempo non ancora rimosso, alla fine degli anni Ottanta Bossi costruì un partito regionale che, pur agendo come un ‘sindacato territoriale’, ha elaborato una visione del Paese e una politica conseguente. In altre parole, è una risposta, anche se da combattere, al collasso della ‘repubblica dei partiti’. Ma se non rinascono i partiti nazionali la Lega farà scuola; anzi la sta già facendo, con risultati ancora più spregevoli. Cresce a macchia d’olio l’area dei gruppi sociali e dei territori che concepiscono la politica come pura proiezione corporativa dei propri interessi. E cresce il rischio che in altre aree del Paese, che non hanno la consistenza ‘del Nord’, nascano altri partiti regionali molto peggiori, macchine elettorali di avventurieri politici spregiudicati che non hanno neppure lo spessore dei Bossi, dei Calderoli e dei Maroni, né il seguito di classe amministrativa localistica e corporativa, ma efficiente e dignitosa che la Lega Nord bene o male ha allevato.

 

 

 

 

  1. *In collaborazione con la rivista Argomenti Umani diretta da Andrea Margheri.

  2. *Pubblichiamo l’Introduzione al volume di Lino Patruno «Terroni, alla riscossa», che uscirà il prossimo dicembre per i tipi dell’editore Manni di Lecce.

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