Etica, mercato e impresa:

cultura e valori nella società odierna

 

di Giovanni Invitto

 

 

Parlare di etica e di valori in rapporto ad una economia imprenditoriale può apparire, nel contesto attuale, contraddittorio o anacronistico. Infatti, in un mondo sicuramente condizionato dal mercato e dalle sue leggi, che sono le leggi della produttività, dei costi, del profitto aziendale, della competitività e della concorrenza – tutti parametri economici – sembrerebbe non esserci posto per giudizi e scelte di valore etico (cosa è giusto e cosa è ingiusto; qual è il bene comune; come coniugare sviluppo e rispetto delle persone umane…).

Un altro elemento che potrebbe ostacolare una caratterizzazione o integrazione etica della realtà economico-imprenditoriale è costituito dalla caduta di visioni ideologiche di una economia che dovrebbe essere finalizzata a salvare insieme produttività, bilanci sani e condizioni umane di lavoro, rapporto costruttivo con il territorio nei confronti del quale l’azienda si pone come polo di crescita complessiva. Per avere un modello esemplare del genere, dovremmo tornare indietro di mezzo secolo all’esperienza di Adriano Olivetti, della sua industria ad Ivrea, della sua attività di contorno che esaltava la ricaduta sociale e culturale di ogni imprese economica. Istituì accanto alla sua realtà imprenditoriale, una rivista, una casa editrice, un gruppo di “Comunità”. Ma furono esperienze profetiche che non ebbero seguito in altre realtà simili.

Ma oggi, con i processi di mondializzazione e di globalizzazione in atto, è possibile per una logica economicistica e di mercato dare spazio a valutazioni che non siano quelle dell’azienda, della correttezza gestionale, della garanzia dei posti lavoro? Oggi la concorrenza è tanto serrata, tanto dura da poterla definire “senza anima”. Si dipende tanto da equilibri mondiali che spesso sfuggono perché nascosti e che potrebbero, nel giro di 24 ore, richiedere inversioni di strategie aziendali di 180 gradi, pena l’estinzione drastica dell’attività produttiva.

Allora potrebbe nascere una “doppia morale”, tanto pronosticata quanto deprecata dal nostro Tonino Bello, il vescovo pacifista di Molfetta. Cioè, ci sarebbero una morale privata del singolo operatore economico, “in foro interiore” come dicevano gli antichi: nella sua coscienza; ed una morale pubblica diversa, nella quale valgono quegli altri valori economicistici che abbiamo ricordato prima. Il conflitto e l’eventuale sua soluzione sarebbero lasciati alla responsabilità, alla sensibilità, alla cultura del singolo imprenditore. Il che creerebbe scompensi, disagi, zone d’ombra.

Una prima risposta: non basta la buona volontà dei singoli. Ci dovrebbe essere una sovranità politica ed economica in genere, un tavolo etico mondiale (Onu, Unicef, i maggiori paesi industrializzati…) che vigili, dia le regole e abbia forza cogente e autorità etico-politica per segnalare situazioni nelle quali non è garantita o, addirittura, è compromessa una serie di valori universali, cioè normalmente riconosciuti da culture, religioni, popoli e ideologie. Penso all’ambiente, alla qualità della vita, a prodotti che non compromettano la salute del singolo e della comunità, ad un progetto di sviluppo che eviti la cultura dell’assistenzialismo nei confronti dei popoli in via di sviluppo, ma li accompagni sulle strade dell’innovazione.

Dovrebbe essere, il mondo della produzione e della economia, un mondo prioritariamente attento al fenomeno invadente delle nuove povertà, e non perché con esse si tagliano grandi aree di potenziali consumatori, ma perché un mondo povero è il risultato opposto a quello per il quale è sorto, secoli fa, il capitalismo occidentale, la cui nascita non a caso fu ricondotta dai maggiori studiosi (Max Weber) ad un’etica religiosa dell’impegno che produceva valori nella coscienza dell’imprenditore e valori nella comunità umana.

Il problema posto è un problema di primaria importanza. Dalle risposte che l’umanità saprà dare ad esso dipenderà quale umanità noi avremo nel terzo millennio, dopo che l’ultimo secolo da poco concluso ha visto un dissennato sperpero di risorse e di ricchezza naturali. Quello che è avvenuto ha dimostrato come una nuda teoria dello sviluppo economico, scollegata da un quadro etico e valoriale di riferimento, possa compromettere in maniera drammatica lo stesso habitat umano e la stessa possibilità di sopravvivenza dell’uomo. Una “moralizzazione” laica dell’economia e del mercato non è richiesta solo delle esigenze di alcune coscienze illuminate, ma è, oramai, un calcolo che occorre fare, un calcolo a sua volta paradossalmente anche economico, ineludibile per guardare e attendere un futuro.

Ma in che modo era nata l’economia come termine e come pratica, se con come gestione e governo dell’oìkos, della “dimora”, della nostra “casa”? Una dimora che la stessa economia e le attività ad essa collegate e da essa discendenti debbono salvaguardare se non si vuol tornare all’era dell’uomo sradicato e solo di fronte a una dimora, ad una natura tornata matrigna. Con la consapevolezza che è stata la cattiva responsabilità dell’uomo a renderla tale.

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