Lo Stato democratico

e i problemi etici

di Andrea Poma

 

Il carattere laico e democratico dello Stato è un bene prezioso, che l’Italia si è conquistato con la lotta di liberazione della Resistenza e che deve difendere ad ogni costo. E’ chiaro, tuttavia, che il significato di questi due attributi fonda-mentali è tutt’altro che semplice e univoco, che esso anzi deve essere conti-nuamente interpretato ed elaborato anche in funzione dei tempi e delle circo-stanze storiche. E’ un fatto che per molto tempo nell’opinione pubblica come in coloro che di volta in volta hanno avuto responsabilità di legiferazione o di governo, tali fondamentali caratteristiche dello Stato sono state intese nel senso di una assoluta neutralità ideologica, che sembrava l’unico modo praticabile per garantire l’espressione pluralistica e la libera dialettica tra le diverse ideologie rappresentate ed espresse nella società. Del resto l’unica alternativa possibile sembra essere lo Stato etico, che assume come propria una specifica ideologia e legifera e governa in base ad essa. Tale modello ha avuto in Europa, nel secolo XX, realizzazioni così abominevoli (il nazismo in Germania, il fascismo in Italia e altrove, lo stalinismo in Unione Sovietica), che è difficile per noi pensare uno Stato etico senza associarlo al rischio, effettivamente reale, di quelle sue terribili perversioni.

Tuttavia l’interpretazione della democrazia e del suo dovere costitutivo di garantire il pluralismo come neutralità e indifferenza rispetto alle scelte etiche non è di per sé un modello che può funzionare sempre e garantire una effettiva gestione democratica del vivere comune. In Italia essa ha forse funzionato per un lungo periodo, perché l’importante principio “libera Chiesa in libero Stato” si è a lungo sorretto su una condizione storica implicita, cioè sull’appartenenza della grande maggioranza della popolazione italiana alla Chiesa Cattolica.

Ciò ha permesso allo Stato di poter contare su una forte omogeneità del costume etico della società, orientato dal Magistero cattolico, senza intervenire su di esso, e di legiferare sulle questioni generali seguendo semplicemente l’opinione generalmente condivisa, senza particolari difficoltà dal momento che il potere legislativo e quello esecutivo erano gestiti da una maggioranza politica espressione di quella medesima ideologia. La questione del pluralismo si poneva unicamente come problema della difesa dei diritti delle minoranze.

    Da diversi decenni, però, ha avuto luogo un mutamento graduale ma sostanziale, per il quale la società italiana non ha più una identità ideologica di larga maggioranza, ma è costituita da molteplici componenti, nessuna delle quali rappresenta una larga maggioranza ed è in grado di determinare il costume comune. Questo pluralismo di ideologie si esprime, inoltre, in una società largamente confusa e non orientata, facilmente influenzabile dai media e insofferente di fronte ad ogni tipo di identificazione ideologica. Allo stesso tempo, i problemi etici di carattere generale sono sempre più numerosi, importanti e indifferibili; la questione dei “DICO” non è che la più recente e certamente non la più importante: si pensi agli enormi e urgenti problemi nell’ambito dell’etica economica, sociale, medica e biologica, ecc. Il Magistero cattolico sembra voler continuare a orientare secondo i propri principi e le proprie valutazioni la legiferazione su tali problemi, esercitando in ciò evidentemente un indiscutibile diritto, ma sembra talvolta non rendersi conto che, a differenza del passato, le sue prese di posizione rappresentano solo un’opinione tra le altre e non l’opinione di tutti o di quasi tutti. Ad essa si oppone troppo spesso una rivendicazione della laicità dello Stato, che, nei principi e nei fatti, è piuttosto un laicismo aggressivo e di reazione, un unilateralismo ideologico uguale e opposto a quello del Magistero cattolico.

    In questa situazione è ingenuo irenismo pensare che lo Stato possa restare in una posizione di neutralismo e di indifferenza di fronte alle scelte etiche di carattere generale che si impongono con urgenza, pur restando fermo che uno Stato etico del tipo di quelli che hanno tragicamente segnato la storia dell’Europa non è evidentemente auspicabile. Nell’attesa di una via di uscita nuova e produttiva, i problemi etici tuttavia non si sospendono e la società italiana si trova ad affrontarli nel vuoto legislativo o sulla base di leggi mal fatte e mal applicate, frutto di un mero prevalere di potenza di una ideologia o di una complicità di ideologie diverse, che nulla ha a che fare con il nobile metodo del compromesso. Tutto questo avviene attraverso un’acerba lotta tra fazioni, che si accusano e si delegittimano reciprocamente, il che destabilizza gravemente la società italiana, il senso di appartenenza e di solidarietà dei suoi membri. Basta ripercorrere con la memoria gli ultimi decenni della nostra storia politica per constatare come tutte le volte che si è posto un problema di grande rilevanza etica (divorzio, aborto, uso dell’energia nucleare, fecondazione assistita e, ultimamente, la questione dei “DICO”), non si è colta l’occasione importante per una reale e pacata riflessione di tutta la società, per un dibattito rispettoso e convinto, che avrebbe avuto qualche probabilità di trovare una soluzione valida e democratica, oltre che il sicuro risultato di un progresso della cultura etica di tutta la società, ma si è immediatamente scaduti al livello dello scontro di potere, condotto da ogni parte senza riserve e senza scrupoli, con intenzionali misinterpretazioni delle tesi opposte, accuse volgari e tentativi, nemmeno mascherati, di condizionare con ogni mezzo la scelta dell’elettorato.

    Non ho da proporre soluzioni facili per questa situazione, ma mi sembra fuori di dubbio che sia urgente una riflessione di tutta la società sul rapporto tra Stato democratico e pluralista e problemi etici generali, consapevoli che in ciò ne va del significato stesso della democrazia e del pluralismo, sia nel senso che una riflessione produttiva può giungere a risultati importanti per la realizzazione autentica ed effettiva di tali inalienabili valori nel nostro tempo, sia nel senso che la mancanza di tale riflessione rischia di ridurre tali valori a proclamazioni vuote e retoriche, per le quali non è poi strano che le giovani generazioni non provino che indifferenza e disprezzo.

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