I sacerdoti della scienza

Riflessioni a margine del dibattito sul nucleare, sull’educazione e sul futuro della democrazia

 

di Andrea Tagliapietra

1. Retorica del sacerdote della scienza. Un esempio

«È vero - ed è scienti camente vero - che senza l’energia nu- cleare il nostro pianeta, con tutti i suoi abitanti, non sopravviverà». La citazione è tratta dalla ri essione, anzi dal “ripensamento” che Umberto Veronesi, dopo il disastro di Fukushima e quando siamo ben lungi da averne chiara l’intera portata, af da alle pagine di “Repubblica” di sabato 19 marzo 2011. Veronesi ci tiene a riba- dire che parla come «scienziato e presidente dell’Agenzia per la sicurezza del nucleare» italiana. La sua proposta è quella di una moratoria, di una pausa di ri essione da impiegare per trarre in- segnamento dalla catastrofe giapponese. Per il famoso oncologo si tratta di progettare impianti nucleari di nuova concezione, anche rivedendo i principi tecnologici che n qui ne hanno guidato la costruzione. Per esempio sostituendo ai grandi reattori, evident- emente più rischiosi, una rete di “mini” reattori e, insieme, met- tendo in campo studi e ricerche per garantire una sicurezza anche

in caso di «errori di progettazione», così da ideare una nuova gen- erazione di «impianti super sicuri». Veronesi, infatti, distingue, a proposito dei principali incidenti nucleari di cui si ha notizia (in re- altà, nella storia del nucleare civile, c’è documentazione di almeno 150 incidenti rilevanti con rilascio importante di radiazioni), quelli dipendenti da «errori umani», come Chernobyl e Three Miles Is- land, da quello, mentre scrivo ancora in corso, del Giappone. «A Fukushima», scrive Veronesi, «non c’è stato nessun errore ricon- ducibile al personale addetto, ma un errore di progettazione: le centrali non erano programmate per resistere a uno tsunami della portata di quello scatenatosi la scorsa settimana. Le fonti tecniche dicono che la progettazione teneva conto di tsunami di intensità minore. Ma questa è comunque una mancanza perché nel costruire una centrale nucleare sul Paci co non si può non tenere conto della massima potenza delle forze del mare e della terra». Ho riportato al- cuni stralci dell’articolo di Veronesi perché coloro che non avessero avuto modo di leggerlo possano tenerne presenti le parole precise e la posizione, per altro ribadita con la seguente frase, che ha il pre- gio di riassumere il succo dell’intero pezzo: «La scelta dell’energia nucleare è dunque inevitabile e il nostro compito è ora quello di garantirne al massimo la sicurezza per l’uomo e l’ambiente».

Umberto Veronesi è un medico di chiara fama e, nel suo campo, senza dubbio un autorevole esponente del sapere scienti co della medicina e dell’esperienza clinica prodotta nella cura dei tumori. Mi chiedo, tuttavia, quali siano le idee di “scienza” e di “verità sci- enti ca” che possono sostenere affermazioni come quelle per cui:

1) senza l’energia nucleare il nostro pianeta con tutti i suoi abitanti non sopravviverà;
2) bisogna progettare centrali in grado di tener conto della massima potenza delle forze del mare e della terra.

L’affermazione 1) mi pare degna del peggior catastro smo che, in genere, viene attribuito al campo avverso degli antinuclear- isti e degli ecologisti. Verrebbe da chiedersi quali siano i dati e quale disciplina scienti ca consenta a Veronesi di formulare una profezia così drastica e inappellabile su uno scenario così complesso e mul- tifattoriale come il futuro che ci attende. Può darsi che una crisi en- ergetica su vasta scala porti a grandi mutamenti sociali e politici, a guerre e distruzioni, a cambiamenti del tenore di vita e del benessere di molti degli esseri umani che abitano il pianeta, ma arrivare a dis- egnare il quadro di un’umanità che non sopravvive perché non può contare sul nucleare da ssione mi sembra un ragionamento assai poco scienti co. Semplicemente, qualora non ci siano modi cazi- oni del quadro attuale e l’energia prodotta dall’uomo mediante gli strumenti del “sistema terra” non sia inde nitamente incrementa- bile (facciamo questo sforzo almeno teoricamente, in memoria di Ivan Illich e del suo Energie et équité (1973), tradotto in italiano col simpatico titolo di Elogio della bicicletta (Bollati Boringhieri 2006)), l’umanità dovrà adattarsi alle nuove condizioni, magari affrontando seriamente il problema della regolazione demogra ca, modi cando

le forme di produzione e di consumo, ecc. Il buon senso, prima del sapere scienti co, si augura che ciò avverrà in modo razionale e pa- ci co, ma non si può escludere anche un esito con ittuale, che rien- trerebbe comunque nella capacità evolutiva e di adattamento della specie, già mostrata in altre congiunture storiche, meno munite, fra l’altro, della panoplia di saperi scienti ci e strumentali di cui di- sponiamo. Invece, Veronesi sembra identi care tout court l’attuale sistema energetico e produttivo, basato sul postulato, tutt’altro che razionale, dell’incremento inde nito della produzione di energia e di manufatti, come “il pianeta, con tutti i suoi abitanti”, decretandone l’inevitabile estinzione. Ecco allora che da questa inevitabilità della catastrofe si deduce, per simmetria logica inversa, l’inevitabilità del nucleare. Veronesi è qui più catastro sta dell’astro sico britannico Stephen Hawking che, qualche tempo fa e, quindi, non in relazione al disastro di Fukushima, formulava a sua volta la profezia di una migrazione di massa dell’umanità su altri pianeti, da datarsi fra circa duecento anni. Per Hawking, infatti, che parlava, come Veronesi, da scienziato di chiara fama, gli esseri umani, intorno a quella data e an- che con il concorso di tutta l’energia nucleare disponibile, dovranno comunque lasciare una Terra «dove non ci sarà più spazio per tutti e dove le risorse saranno sempre più scarse per via dell’aumento della popolazione». Hawking, poi, aggiungeva un’affermazione che non posso leggere se non ironicamente: «La razza umana non deve met- tere tutte le sue uova in un unico paniere, né su un solo pianeta». In effetti, l’idea che la razionalità umana non sia in grado di adattarsi alle risorse di un pianeta e l’umanità si sviluppi esponenzialmente in modo inerziale fa pensare ad animali che colonizzano con le loro uova ambienti diversi, l’uno dopo l’altro, portandoli progressiva- mente a saturazione distruttiva: insomma, più fameliche locuste o pidocchi del cuoio capelluto che placide galline. Eppure, dai dis- corsi di Hawking e di Veronesi è questa l’idea di umanità e di razi- onalità umana che si ricava, lontana anni luce dalla razionalità di un sapere scienti co che può imparare dagli errori solo se è in grado di mettere realmente e radicalmente in discussione i suoi pregiudizi e soprattutto basarsi sui fatti, sugli eventi storici, distinguendoli dalle opinioni e dalle aspirazioni personali, che pur essendo proferite da uno scienziato, non sono scienti che. Ecco allora che l’affermazione 1) di Veronesi dev’essere riscritta “scienti camente” e non dogmati- camente in questa forma:

1) senza l’energia nucleare il nostro pianeta con tutti i suoi abitanti sopravviverà diversamente.

Detto questo, si vorrà concedere che le speranze che Veronesi ripone nella costruzione di centrali nucleari composte da una rete di “mini” reattori (di concezione, per altro, tutta da ripensare e per ora solo ipotizzate) sono altrettanto legittime e glie di congetture delle speranze riposte dagli antinuclearisti nel miglioramento tecnologi- co delle fonti alternative solari, geotermiche ed eoliche e, di conse- guenza, appare altrettanto non scienti co escludere le seconde per indicare soltanto nelle prime la via d’uscita collettiva al problema energetico.

Ma veniamo all’affermazione 2) di Veronesi riguardante la ca- tegoria dell’«errore di progettazione». Per il presidente dell’Agenzia italiana per la sicurezza del nucleare - si diceva -, l’errore di proget- tazione che starebbe a monte della catastrofe di Fukushima si di- stingue dall’errore umano inteso come semplice sbaglio e imperizia degli operatori della centrale. È una precisazione importante, per- ché in un certo senso anche un errore di progettazione può essere un errore umano. Per esempio, se un ingegnere sbaglia un calcolo o imposta erroneamente una delle soluzioni tecniche della struttura, questi errori umani incidono evidentemente sul risultato del pro- getto e possono persino portarlo al fallimento. Qui, invece, si tratta di altro, ovvero di una carenza cognitiva. Veronesi sostiene che nel concepire la centrale e i sei reattori di Fukushima i progettisti, con la scusante ovviamente dell’epoca – gli anni ’70 - in cui l’impianto è stato costruito, avrebbero dovuto tener conto «della massima po- tenza delle forze del mare e della terra». Evidentemente, infatti, la crisi nucleare che stiamo vivendo è glia del terremoto e del conseg- uente tsunami, e la struttura giapponese, pur progettata per resistere ai terremoti e agli tsunami, non è stata all’altezza di “questo” terre- moto e di “questo” tsunami. Si tratta, allora, di rimboccarsi le man- iche e di costruire impianti «super sicuri», che sappiano sopportare lo scatenarsi di immani sismi e maremoti, anzi di quelli, come dice Veronesi, della «massima potenza». Anche in questo caso verrebbe da chiedersi quale geologo e quale ingegnere specializzato in costru- zioni antisismiche sarebbe in grado di fornire i dati di partenza per queste nuove progettazioni. Quale scienza prognostica può stabilire la forza massima raggiungibile da un fenomeno naturale distruttivo e complesso come un terremoto con successivo tsunami in una delle zone più sismiche della terra? In assenza dei dati profetici, gli in- gegneri giapponesi e gli scienziati degli anni ’70 avevano costruito la struttura di Fukushima basandosi sui dati storici disponibili – di solito si fa così – e, infatti, questa struttura è stata travolta da un evento imprevedibile e Veronesi stesso riconosce che ciò è stato causato da una «mancanza» conoscitiva, non da un errore proce- durale. Tuttavia, questa conoscenza ha una caratteristica storica, ossia è basata su ciò che è avvenuto, ma non può plausibilmente prevedere ciò che avverrà. Il sisma di venerdì 11 marzo ci ha fornito una prova della forza del mare e della terra superiore alle aspetta- tive degli ingegneri giapponesi, ma non ha escluso, per il futuro, che tali forze possano esercitare una forza ancora maggiore. La forza di un terremoto è ipotizzabile per importanza (a seconda della dis- posizione e delle dinamiche delle placche continentali, delle faglie, dei conseguenti punti caldi, ecc.), ma è, allo stato delle conoscenze attuali, imprevedibile. Insomma, la scienza, come dovrebbe sapere Veronesi, ci può dire che in un’area ci sarà molto probabilmente un sisma e che, altrettanto molto probabilmente, sarà violento, ma non è in grado di dire né quando, né quanto.

Ecco allora che, escludendo che l’oncologo intendesse dire che bisogna progettare centrali con sistemi di sicurezza in grado di prevedere l’imprevedibile, l’affermazione 2) di Veronesi suona, riscritta scienti camente, così:

2) bisogna progettare centrali in grado di tener conto della massima

potenza delle forze del mare e della terra che no ad ora si è regis- trata nei siti presi in esame per la loro costruzione.

Si tratta, evidentemente, di una rassicurazione importante, ma che non aggiunge niente di nuovo se pensiamo in buona fede che i costruttori di centrali nucleari intendano fare tutto il possibile per scongiurare l’evenienza di un incidente catastro co. Tuttavia, le parole di Veronesi e l’implicito elemento autocritico evocato dalla categoria dell’«errore di progettazione» ci fanno ritenere che per l’oncologo a capo dell’Agenzia italiana per la sicurezza del nucleare questo non sia ancora patrimonio tecnico, intellettuale e valoriale condiviso da coloro che intendono oggi costruire centrali nucleari, al punto da motivare proprio con questo argomento l’appello a una moratoria o pausa di ri essione che dir si voglia.

2. La gura del sacerdote della scienza e la sua “favola”

Mi sono soffermato con questo articolo sull’intervento di Um- berto Veronesi su “Repubblica”, personalità che gode di indubbia stima collettiva per la sua professionale lotta contro il cancro e che ha dato vita in vita (scusate il bisticcio) ad un’importante fondazio- ne scienti ca che porta il suo stesso nome, per segnalare un reale pericolo del dibattito pubblico nelle democrazie contemporanee, in cui sempre più spesso emerge come protagonista la gura di quello che potremmo chiamare il “sacerdote della scienza”.

I “sacerdoti della scienza” sono scienziati che parlano “in nome della scienza” ma che, molto spesso – e credo, per quanto concerne l’intervento di Veronesi, di averlo dimostrato a suf cienza – in realtà esprimono opinioni personali, prospettive ideologiche legittimamente discutibili, se non persino veri e propri pregiudizi tutt’altro che scienti ci. Inoltre, una delle caratteristiche del “sa- cerdote della scienza” è l’uso essenzialmente dogmatico, manifesta- mente religioso, della cosiddetta “scienza”. Un impiego che, nella sua assertività strategica, zittisce ogni dibattito. Se, senza l’energia nucleare, il nostro pianeta con tutti i suoi abitanti non sopravviverà, di cosa stiamo parlando? Perché discutiamo? È evidente che chi so- stiene l’opinione contraria ed è contro il nucleare vuole l’estinzione del pianeta con tutti i suoi abitanti ed è un pericolo pubblico. Af- frettiamoci, quindi, a costruire le nostre centrali e che, anzi, la pausa di ri essione non duri troppo, per carità! Non solo, ma se la con- vinzione intellettuale del capo dell’Agenzia italiana per la sicurezza del nucleare è la seguente, ovvero che senza il nucleare l’umanità e il pianeta non sopravviveranno, è ragionevole pensare che, per il principio di scelta del “male minore”, anche una qualche contami- nazione, anche un qualche incremento delle radiazioni, anche un qualche migliaio, o milione, o persino centinaio di milioni di morti, di bambini deformi, di feti abortiti e di malattie tumorali e dege- nerative, siano comunque accettabili rispetto alla prospettiva apo- calittica della ne della specie umana. Non c’è che dire, certo: una splendida garanzia per i cittadini che dovessero con dare nell’opera di vigilanza di un’Agenzia il cui responsabile capo la pensa in questi termini. È come dare il compito di frenare una macchina a qualcuno che ritiene che la macchina esploderà se mai dovesse fermarsi. Non

ci andrà certo giù duro sul freno, quand’anche servisse!
Del resto i “sacerdoti della scienza” non ci espongono idee o opinioni, ma pretendono di presentarci il “ragionamento scienti - co” così come deve essere, la razionalità scevra da tutte quelle emo- zioni e passioni che invece caratterizzano ogni decisione umana e il senso stesso di ciò che è soggetto a decisione. La democrazia con- temporanea, quando si libera delle ipoteche confessionali, cresce all’ombra di questi “tutori” che non partecipano a una discussione, perché non opinano: semplicemente sentenziano e indicano il meto- do e il risultato. Il “sacerdote della scienza” parla dal pulpito senza tempo del così è e così dev’essere (e solo a bassa voce sussurra, a bene cio degli epistemologi, “ no a prova contraria”). Grazie ai “sacerdoti della scienza” dei nostri tempi possiamo aggiungere una versione aggiornata alla casistica di quell’uso politico del mito di cui ci parlava Ernst Cassirer ne Il mito dello Stato (1945), là dove, in riferimento al totalitarismo nazista, il losofo scriveva: «la profezia è un elemento essenziale della nuova tecnica di governo. Vengono fat- te promesse più improbabili, o addirittura impossibili; l’età dell’oro viene annunciata di continuo». Oggi, nella versione postmoderna e scientista del mito politico – che pure, in altre occasioni, alimenta anch’esso aspettative immagini che per la soluzione di tutti i pro- blemi dell’umanità piuttosto simili a quelle di cui parlava Cassirer -, l’elemento della promessa dell’età dell’oro, come abbiamo visto nelle parole di Veronesi, lascia sempre più spesso il posto alla paura (passione che non hanno in appannaggio i soli antinuclearisti) e alla conseguente minaccia della catastrofe. Ecco allora che se non ci si adeguerà alle parole del “sacerdote della scienza” di turno, che par- la, come afferma Edorardo Boncinelli in un articolo comparso sul “Corriere della sera” mercoledì 16 marzo 2011, «in nome del futuro e della razionalità», il nostro avvenire «cementati al presente» non sarà roseo, anche se lo studioso orentino, nello stesso pezzo, si la- scia sfuggire che «nessuno sa che cosa il futuro ci potrà riservare». Nel corso della stessa argomentazione il “sacerdote della scienza” sa, tuttavia, che questo futuro sarà nucleare e non delle energie al- ternative, le quali, aggiunge il nostro profeta, sono «un’alternativa inesistente», ma anche fossero praticabili, non sarebbero esenti da rischi (certo, un pannello solare mi potrebbe cadere in testa dal tet-

to!).
Un tòpos della retorica del “sacerdote della scienza” è l’accusa

all’avversario di emotività e di irrazionalità. Nell’articolo di Bonci- nelli questa gura retorica scatta in maniera talmente automatica che la paura e la partecipazione emotiva, assolutamente legittime nei confronti del disastro giapponese, divengono, sin dall’inizio del pezzo, «inopinate» - cosa dovrebbe fare un essere umano degno di questo nome, correre con la cazzuola a costruire subito un nuovo impianto nucleare? – e, sentenzia il “sacerdote”, con il solito cen- no di arrogante disprezzo per le opinioni altrui, si traducono, nel nostro Paese, in «una tremenda, paralizzante paura delle novità tecnico-scienti che». Caro il mio “sacerdote” Boncinelli, il nucle- are da ssione non è certo un’avanguardia della ricerca scienti ca contemporanea, né i tecnici che vi lavorano sono questi gran scien- ziati se il genio del cartoonist statunitense Matt Groenig ha potuto far lavorare nella centrale atomica di Spring eld quel simpatico ar-

chetipo della stupidità umana che è Homer Simpson! Le ragioni per cui il nucleare è temuto da così tante persone non hanno nulla a che fare con la paura delle novità della scienza e della tecnica, ma con la modalità assolutamente particolare di ciò che accade in seguito ad un disastro a una centrale, con la segretezza che circonda, certo anche per motivi di sicurezza, un impianto rendendolo opaco alla pubblica opinione almeno quanto l’invisibilità delle radiazioni e la loro duratura capacità di produrre danni nell’arco del tempo. In ne è innegabile che le paure degli effetti negativi del nucleare siano col- legate, per usare un’espressione di Susan Sontag, alla stessa malattia come metafora dell’età contemporanea, vale a dire al cancro, colle- gamento esplicitamente confermato anche dalla scelta dell’oncologo Veronesi come presidente dell’Agenzia italiana per la sicurezza del nucleare.

Ecco, se mi fosse concessa una distinzione prettamente loso- ca, che Boncinelli dovrebbe apprezzare visto che, quando non fa il “sacerdote della scienza”, losofeggia sul bene e sul male e traduce Eschilo e i lirici greci, quella che genera il nucleare non è de nibile in termini di paura di qualcosa, ma di angoscia. L’angoscia è peggio della paura perché ciò che essa teme non può essere ricondotto alla prevedibilità ragionevole e determinata dell’oggetto della paura. Se il nucleare genera angoscia è perché, proprio in base alle conoscenze scienti che, possiamo affermare che, al di là del problema pluriseco- lare delle scorie e della dismissione delle centrali (che hanno costi di gran lunga superiori alla loro costruzione), molti degli effetti e delle conseguenze di un disastro nucleare rimangono imprevedibili n- ché esso non accade, condizionano le biogra e degli esseri viventi che ne venissero coinvolti ben oltre la durata temporale accetta- bile psicologicamente ed esistenzialmente, e, in ne, non sono facil- mente circoscrivibili persino molto tempo dopo l’accadimento. Lo mostra in modo emblematico il caso di Chernobyl, dove il sarcofago di cemento che imbriglia il reattore radioattivo si sta riempiendo di fessure e contemporaneamente, per il peso, l’intera struttura sta sprofondando nel terreno. Un analogo trattamento, ossia quello del sarcofago di cemento, potrebbe essere necessario per i reattori di Fukushima... per poi stare a vedere che cosa accadrà al prossimo terremoto.

Quando la loso a della scienza era la disciplina con cui si faceva loso a e critica della scienza e non era ancora diventata, come ormai è nella maggior parte dei casi, testimonianza ancillare di un genitivo soggettivo, Paul Feyerabend scriveva che «i fatti da soli non sono abbastanza forti da farci accettare, o ri utare teorie scienti che, e il campo che essi lasciano al pensiero è troppo vasto; la logica e la metodologia eliminano troppo, sono troppo ristrette. Fra questi due estremi è compreso l’ambito sempre mutevole delle idee e dei desideri umani. E un’analisi più particolareggiata delle mosse che hanno successo nella partita della scienza (che “hanno successo” dal punto di vista degli scienziati stessi) dimostra in effetti l’esistenza di un ampio ambito di libertà che esige una molteplicità di idee e permette l’applicazione di procedimenti democratici (di- scussione democratica e voto), ma che di fatto è chiuso dal potere politico e dalla propaganda. Proprio a questo punto la favola di un metodo speciale assume la sua funzione decisiva. Esso occulta, me-

diante l’esposizione di criteri “oggettivi”, la libertà di decisione che gli scienziati creativi e il pubblico in generale hanno anche all’inter- no delle parti più rigide e più avanzate della scienza, proteggendo così i grossi calibri (premi Nobel, direttori di laboratori, di ogra- nizzazioni come l’Ordine Americano dei Medici, di scuole speciali; “educatori”, ecc.) dalle masse (profani; esperti in campi non scien- ti ci; esperti in altri settori scienti ci): contano solo quei cittadini che si sono sottoposti alle pressioni di istituzioni scienti che (che si sono assoggettati a un lungo processo di apprendimento), che hanno ceduto a queste pressioni (hanno superato i loro esami) e che ora sono fermamente convinti della verità della favola scienti ca. In questo modo gli scienziati hanno ingannato se stessi e tutti gli altri sulla loro attività, ma senza alcun vero svantaggio: essi hanno più denaro, più autorità, più sex appeal di quanto non meritino e anche i procedimenti più stupidi e i risultati più risibili nel loro campo sono circondati da un’aura di eccellenza. È ormai tempo», concludeva Feyerabend, «di ridimensionarli e di assegnar loro una posizione più modesta nella società».

In realtà il processo che Feyerabend descriveva nelle pagine di Contro il metodo, del 1975, nella fase storica attuale si è fatto più stringente ed è stato tutt’altro che ridimensionato. Gli ingenti nanziamenti di cui ha bisogno la “ricerca scienti ca” fanno del “sacerdote della scienza” un catalizzatore ideale di risorse. Così il modello di una scienza “singolare plurale”, contraddistinta da un general generico “metodo unico” di cui già l’epistemologo austro- americano denunciava il carattere di “favola”, è divenuto, con l’af- evolirsi della presa delle religioni tradizionali e con il permanere di bisogni di senso insoddisfatti nelle masse laicizzate ma non demi- tizzate della società dello spettacolo, funzionale alla costruzione dei dispositivi di potere e di controllo. La nta neutralità dei “sacerdoti della scienza” serve al potere politico per perpetuare modelli socia- li basati sullo sfruttamento inde nito di uomini e risorse e su una visione del mondo sostanzialmente conservatrice. In cambio, come si diceva, le lobbies nanziarie e industriali e gli Stati si orientano a fornire fondi quasi esclusivamente quella “scienza” che restituisce loro capacità di controllo e continuità nel dominio economico delle popolazioni. Assistiamo così al circuito di consenso per cui, innanzi ad ogni problema del mondo contemporaneo, si può rimodernare il vecchio adagio per cui “qualche santo provvederà!” in “qualche scienziato provvederà!” e gli Stati attribuiscono alla non meglio pre- cisata “ricerca scienti ca” il carattere escatologico di investimento per l’avvenire e di panacea per tutti i problemi politici, sociali e per- sino morali. A patto, s’intende, che questo futuro sia il più possibile identico, dal punto di vista dell’identità dei centri del potere e sulla sua forma d’esercizio, al presente che stiamo vivendo.

3. Mitologia della scienza, educazione e democrazia

La grande ricon gurazione strutturale dell’educazione e della formazione occidentale, di cui le varie riforme subite dalla scuola e dall’università italiane sono, in buona parte e al di là dei nti mo- ralismi meritocratici ministeriali, la proiezione provinciale italiana, mira ad una irreggimentazione dei saperi e delle critiche all’interno

del principio di prestazione di questa speci ca “ricerca” orientata alla pura riproduzione della forma attuale del potere. Si tratta di uno spostamento mirato, che smantella i potenziali focolai del sapere cri- tico, trasferendo tutte quelle discipline che li ospitano fuori della “favola” del “metodo unico” della scienza “singolare plurale”. Ecco il taglio massiccio di nanziamenti e, parallelamente, la progressi- va marginalizzazione dei discorsi e delle forme di sapere di queste discipline dall’ambito mediatico, in cui, invece, sempre più spesso prendono parola, spendendo la loro autorevolezza, i “sacerdoti della scienza”.

Uno dei temi chiave di questo processo di ricon gurazione strutturale dell’educazione e della formazione occidentale è la cosid- detta “internazionalizzazione”. Chi non è favorevole all’internazio- nalizzazione? È ovvio, il sapere non ha e non deve avere con ni e si nutre del confronto e dello scambio come la sua materia prima. Ep- pure l’internazionalizzazione è sempre a senso unico, unidirezionale e, nella pratica, si traduce nel ltro più ef cace per il trasferimento di interi settori del sapere fuori dalla “favola” del metodo di cui si diceva. Infatti, non si tratta solo di tradurre in inglese saggi, articoli e produzioni intellettuali varie o di impiegare l’inglese come lingua di mediazione, ma questa operazione costringe contemporaneamen- te anche ad adeguarsi a strutture burocratiche modellate su deter- minati criteri – prevalentemente applicativi e pragmatistici - e non contempla preventivamente e pregiudizialmente l’amissione di altri. Il primo risultato, che si può vedere, sia nella riforma Gelmini (da buon ultima, ma in piena coerenza con le riforme universitarie ita- liane degli ultimi vent’anni) che nell’orientamento dei nanziamenti europei, è una forte riduzione dello spazio e delle risorse per le co- sidette Humanities e un loro trattamento, per così dire, decorativo e accessorio. Questo processo di marginalizzazione e de nanziamento viene accettato con fatalistica rassegnazione e senza nessuna reale trasparenza, in proposito, dei conti dello Stato, rubricato nella ca- tegoria inde nitamente estensibile del taglio agli sprechi, e recitato come un “mantra” anche da molti esponenti della cosiddetta oppo- sizione.

Faccio ora un esempio tratto da un quotidiano che, nel panora- ma della stampa italiana, passa come schierato a sinistra e fortemente critico nei confronti delle politiche del governo, anche in materia di educazione e scuola. A difesa preventiva del pezzo e dell’autore è la volontà redazionale di costruire una recensione “contro”, dichiarata dall’occhiello (“s-correzioni”) e che, purtroppo, spesso si conclude presentando ovvietà conformistiche perfettamente allineate - il ver- bo con ndustriale della “professionalizzazione” dell’istruzione pub- blica me lo sento rimbombare nelle orecchie da quando andavo in quarta ginnasio –, ma propalate come coraggioso anticonformismo.

Leggo da “Saturno”, l’inserto culturale de “Il fatto quotidia- no” di venerdì 18 marzo 2011, una critica piuttosto feroce all’ultimo volume tradotto in italiano di Martha Nussbaum Non per pro tto (Il Mulino 2011) dal titolo inequivocabile: «Cara Martha, basta col pia- gnisteo!» La tesi sostenuta dall’autore del pezzo, Claudio Giunta, è che la difesa delle Humanities, che nel libro della losofa americana viene condotta, con argomenti piuttosto convenzionali, nei confron-

ti del processo di riduzione e traduzione di cui stiamo parlando sia, per l’appunto, “un piagnisteo”. Il Giunta afferma lapidario: «nello spazio di un secolo, la tecnologia ha rivoluzionato il modo in cui viviamo; e la vita è diventata così complessa da sollecitare sempre di più le competenze non di intellettuali capaci di interpretare il mon- do ( loso , storici) ma di tecnici capaci di farlo funzionare (econo- misti, giuristi, medici)». Come ad un aumento di complessità del mondo sia adeguata risposta la rinuncia a interpretarlo (e magari a criticarlo e a smascherarne i presupposti), sì che il pianeta e la società siano abbandonati ai tecnici che li “fanno funzionare” come un meccanismo (automatico?) rimane un’argomentazione piuttosto oscura (e siamo generosi). Vi leggo forse un’eco, mal digerita, di quell’undicesima tesi su Feuerbach di Marx che ai tiepidi loso ottocenteschi che si erano limitati a comprendere il mondo contrap- poneva il compito rivoluzionario di trasformarlo. Qui si tratta, però, di qualcosa di meno, ovvero solo di farlo funzionare, lasciando in- tendere che sia la comprensione che la trasformazione del mondo sono in qualche modo nite, concluse. L’impressione di oscurità è alimentata dagli esempi di tecnici che fanno funzionare il mondo prodotti tra parentesi dall’articolista. Si tratta di giuristi, economi- sti e medici, che non sono certo le prime categorie che vengono in mente con la parola “tecnici” e le cui conoscenze, senza dubbio nei primi due casi, sono innervate, almeno no ad oggi, da consisten- ti apporti dei saperi storici e loso ci. Ma forse si provvederà in un secondo momento (e contro i pii desideri della Nussbaum), con lo sfoltimento dei piani di studio e l’espulsione di storici e loso dai dipartimenti universitari, perché, si sa, per far ben funzionare il mondo così come si deve (e soprattutto per non pensare assoluta- mente di cambiarlo – forse l’evocazione dell’undicesima tesi ha lo statuto psicanalitico di un lapsus?) è meglio non porsi troppe do- mande. Certo, un economista digiuno di storia economica e di eco- nomia politica potrà meglio prevedere le crisi mondiali e indicare rimedi innovativi, mentre un giurista senza memoria né prospettiva storica è perfetto per “limitare” il potere esecutivo, dal momento che potrà, all’occorrenza, attualizzare e adattare al meglio gli artico- li della Costituzione e le leggi dello Stato, senza il fardello del diritto romano o della lettura di Montesquieu, af nché, certo, in questo modo, non si disturbi il ben oliato funzionamento del mondo.

Ah già, lo Stato! Per Claudio Giunta, che concede alla Nus- sbaum il valore delle buone letture che la formazione umanistica prevede, lo Stato non ha i fondi per accollarsi l’educazione dei cit- tadini: «il problema è che la formazione dei cittadini compete e in- teressa agli Stati. In un’epoca nella quale gli Stati diventano sempre più poveri, è dif cile immaginare chi potrebbe accollarsi questo in- vestimento a fondo perduto in cultura disinteressata». Ecco un bel de profundis per l’intero sistema educativo dello Stato democratico che non avrebbe neppure le risorse, né l’interesse (secondo Giunta, ma non secondo il principio di non contraddizione) per riprodurre e garantire la coscienza civica che lo istituisce, mentre i cittadini continuano a pagare le tasse – e tranne i grandi ricchi statuniten- si de scalizzati da Bush jr. e anche da Obama, in tutto l’Occiden- te ne pagano sempre di più. Che cosa impoverisce gli Stati? Per il sistema educativo modellato sulle applicazioni tecniche che ha in

mente l’articolista di “Saturno” sembra che la domanda non debba neppure porsi. È la crisi, bellezza! È la crisi che va accolta, vista la complessità del mondo moderno, più o meno con lo stesso fatalismo naturalistico con cui si accettavano le carestie dell’antichità e del medioevo, ossia senza porre in questione la “naturalità” del famo- so funzionamento del mondo, allora retto da divinità capricciose o da un Dio geloso, oggi da non si sa bene cosa, ma è meglio non chiederselo se vogliamo che funzioni. Giunta ha buon gioco a iro- nizzare sulla Nussbaum “ losofa da copertina” e sulla sua “political correctness”, così tipica di quella tradizione loso ca anglosassone che ha rinunciato allo stile insieme alla sostanza per essere accolta ai margini di un dibattito pubblico preventivamente anestetizzato. Un dibattito che consente solo di porsi problemi formali e procedurali, per non distrarre il macchinista e disturbare il funzionamento di cui sopra.

Il fastidio - condiviso da chi scrive - per lo stucchevole peda- gogismo puritano della Nussbaum fa dire a Giunta una verità che tuttavia subito si rimangia: «forse per smetterla con il piagnisteo bisognerebbe ridescrivere le cose in modo diverso. Negli ultimi due secoli gli artisti e i loso hanno ben lavorato. Non è solo la tecno- logia ad aver cambiato il nostro modo di vivere: sono anche le loro idee, diventate col tempo sentimenti comuni, nozioni comuni. Le loro opere sono state studiate nelle nostre scuole e hanno contribu- ito a formare quelli che chiamiamo “umanisti”. Anche loro hanno ben lavorato. Ora le cose sono cambiate. È probabile che il curricu- lum umanistico continuerà ad esistere, ma un po’ ai margini rispet- to a quella che si chiama “formazione professionalizzante”. Ma è sempre stato così».

È sempre imbarazzante dover mettere qualcuno in accordo con se stesso. Ma allora, Giunta, le cose sono cambiate o sono sem- pre state così? Anche qui il principio di non contraddizione scric- chiola. Inoltre, se le idee degli artisti e dei loso sono diventate pa- trimonio comune e si sono studiate nelle scuole, quelli che ne sono usciti, alla ne dei rispettivi cicli scolastici ed educativi, non sono gli “umanisti”, ma tutti i cittadini, fra i quali ci sono anche quelli che con la loro intelligenza e con la loro creatività individuale hanno prodotto le innovazioni tecniche. Innovazioni che costituiscono a pieno titolo l’insieme simbolico di ciò che chiamiamo cultura. Di cui fanno parte, cioè, sia la matematica che la retorica, sia la tecnologia che la letteratura per scegliere degli estremi ritenuti erroneamente, a mio avviso, antitetici. In ne, ciò che Giunta concede al lavoro delle idee e degli artisti degli ultimi due secoli, ovvero il grande mu- tamento nei modi di vita e nell’organizzazione stessa della società, improvvisamente dovrebbe funzionare, ora, motu proprio, grazie alla tecnologia. Questa idea, spesso presente nei cantori del mondo delle tecnologie avanzate in cui stiamo vivendo, si accompagna con la percezione per l’appunto di una novità inaudita, di una cesura senza precedenti nello statuto del mondo presente che consente di liquidare la vecchia cultura delle lettere e delle arti. In realtà, si tatta di un tema abbondantemente già visto e che, fra l’altro, assume un particolare signi cato ideologico nel milieu culturale da cui prese- ro le mosse i totalitarismi della prima metà del Novecento, dove si contrappone spesso il vecchio sapere umanistico, connesso con le

decadenti democrazie borghesi, ai bagliori d’acciaio della tecnolo- gia, foriera del “mondo nuovo” del potere vincente. Valga per tutti questo famoso brano, tratto dall’Introduzione del Tramonto dell’Oc- cidente (1918) di Oswald Spengler: «L’uomo euro-occidentale non dovrà più attendersi una grande pittura e una grande musica. [...] A lui sono rimaste possibilità nel dominio dell’estensione. [...] Finora una massa enorme di spirito e di energia è stata sciupata su false vie. [...] Se per effetto di questo libro uomini della nuova generazione si dedicheranno alla tecnica invece che alla lirica, alla marina invece che alla pittura, alla politica invece che alla critica della conoscenza, essi faranno proprio ciò che io desidero, né si potrebbe desiderare per essi nulla di meglio».

L’opinione di Giunta, in assoluta buona fede, suppongo, ma in piena sintonia con i con ndustriali di tutto il mondo, - i quali tendenzialmente non vorrebbero pagare le tasse e, se le pagano, vo- gliono pagarle per ottenere in cambio un servizio privato -, è di tra- sformare il sistema educativo degli Stati in un sistema addestrativo “professionalizzante”, nalizzato a quel famoso funzionamento ben oliato del mondo di cui si è detto e che ha come principio genera- le il dogma economico della produzione per la produzione. Ecco, quindi, la marginalizzazione di tutte quelle discipline e di quei saperi che la parola curriculum umanistico condanna al portafogli vuoto, e l’appello abbastanza stereotipato all’eldorado immaginario della rete e della società dello spettacolo, improvvisamente restituite alla passione per le humanae litterae (non appena, s’intenda, siano esclu- si gli oneri per lo Stato): «forse quello su cui bisogna scommette- re», concede Giunta, improvvisamente riguadagnato alla causa delle Humanities, «è l’umanesimo diffuso, la trasmissione dell’arte e delle idee al di fuori delle aule scolastiche. Se uno si guarda bene attorno – e vede i lm, ascolta le canzoni, legge i blog – qualche tenue segno di speranza lo trova».

Questo pensiero nale è estremamente signi cativo dei ri- sultati già avanzati del processo di marginalizzazione della cultura simbolico-storica e del suo pericoloso potenziale critico rispetto alla formazione dei cittadini, di cui Giunta stesso è vittima. L’articoli- sta di “Saturno”, infatti, vede e apprezza i prodotti di una società in cui la formazione civile della scuola e dell’università, con tutti i suoi difetti e le sue criticità, continua a perseguire, pur de nan- ziata e ostacolata, l’ideale statale della formazione del cittadino e non del funzionario produttore-consumatore e, facendo una chiara omissione storica, li attribuisce al futuro che vagheggia. La margi- nalizzazione della cultura, il suo de nanziamento, non producono nuovi spazi per la cultura. Semplicemente con nano i prodotti cul- turali in un ruolo dopolavoristico e di intrattenimento, perfettamen- te congruente a quell’industria culturale che dà agli spettatori solo ciò che vuole che essi desiderino e comprino. Inoltre, in seguito alla marginalizzazione e all’isolamento tecnico dei percorsi formativi, si può già intravedere il risultato dell’impoverimento culturale e sim- bolico dello scienziato, che sarà sempre più assimilato ad un tecni- co di laboratorio iperspecializzato, la cui preparazione esclusiva e intensiva nirà per compromettere sia la capacità strategica di sal- ti paradigmatici nel sapere scienti co che la partecipazione attiva al dibattito pubblico con posizioni che non siano sostanzialmente

conformistiche nei confronti dei poteri vigenti.mE qui torniamo per chiudere da dove abbiamo iniziato – sono passato al noi perché se un lettore è giunto n qui, seguendo il dipanarsi di questo lungo pezzo, merita di essere coinvolto con la prima persona plurale -, ossia torniamo al “ripensamento” di Umberto Veronesi sul nucleare che, come abbiamo visto, tanto ripensamento poi non sembra. Al termine del suo intervento su “Repubblica” del 19 marzo l’oncologo a capo dell’Agenzia italiana per la sicurezza del nucleare propone, oltre alla moratoria e alla ridiscussione dei criteri di progettazione delle cen- trali, l’internazionalizzazione della gestione dei piani energetici. «La tragedia giapponese», scrive Veronesi, «ci impone inoltre di pensare fuori dalle logiche nazionali. È evidente ora che i piani energetici devono essere discussi a livello internazionale. In Italia ci troviamo nella circostanza favorevole di partire da zero e quindi di poter sce- gliere, senza fretta, il modello strategico migliore». Qualche giorno dopo, alle parole dell’oncologo sembrano accodarsi tutti i principali sostenitori nazionali del nucleare, a cominciare dal governo italiano, lasciando ancora una volta il sospetto che l’internazionalizzazione sia tutt’altro che neutrale rispetto allo sviluppo delle posizioni in campo. Del resto, se i piani verranno discussi a livello internazion- ale, dall’ennesima fantomatica commissione pilotata dalle multinazi- onali dell’atomo, come potremmo scegliere noi il modello strategico migliore? Se continuiamo a non volere il nucleare, con buona pace di Veronesi e della sua “scienti ca” previsione apocalittica, e una qual- che commissione europea o internazionale decidesse diversamente, cosa accadrà? Forse ci verrà imposto, come già avviene per gran parte della politica economica, sottratta alla sovranità dello Stato e af data a nebulosi organismi europei e internazionali - commissioni, sum- mit, vertici, “G-e qualcosa” -, in cui quel controllo e quel dissenso/ consenso dei cittadini su cui si basa il meccanismo democratico dello Stato moderno è per lo meno “rarefatto”, rinviato ad elezioni statali che decidono solo l’identità senza mandato di alcuni individui che si siederanno a quei tavoli e che potranno, a loro volta, scusarsi di fronte agli elettori adducendo ragioni di forza maggiore.

Come già osservava Giuseppe Mazzini di contro all’internazionalismo del movimento operaio dei suoi giorni (è un mio personalissimo omaggio al centocinquantenario dell’unità d’Italia), fra la singolarità concreta dell’individuo e l’astratta uman- ità a cui tutti apparteniamo la funzione dello Stato nazionale è una mediazione indispensabile, pena l’irrilevanza se non la schiavitù del singolo cittadino e, quindi, la ne della democrazia stessa. Coloro che rappresentano le grandi lobbies industriali e nanziarie, infatti, sono già seduti sin dall’inizio al tavolo degli organismi internazionali e aspettano i rappresentanti degli Stati per dettare loro le condizioni. Se non, come talvolta ci è lecito sospettare, per chiedere loro il prez- zo. Nel frattempo, una quantità ogni volta maggiore della ricchezza prodotta elude le scalità nazionali, rendendo gli Stati sempre più poveri e indebitati e i fondi speculativi sempre più potenti. Così una certa idea di “internazionalizzazione” come delega di sovranità senza democrazia né rappresentanza possibile, assieme ad un uso politico della “scienza” che, nello scenario del XXI secolo, svolge quella fun- zione di “mito” tecnicizzato che già era apparsa nei totalitarismi an- tidemocratici del XX secolo, non sono che il volto postmoderno e,

certo, molto “complesso” e, se volete, ben truccato e imbellettato di civili considerazioni, di ciò che nel Novecento prendeva il nome di fascismo.

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