Sull’Odio

di Massimo Donà

1.

Sorprendente! Lo rilevava già il giansenista  Manzoni – nel quarto capitolo del suo capolavoro letterario: “I promessi sposi” – che: “è uno de’ vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi”.  

In che senso dovrà però essere intesa un’affermazione di tale portata? E soprattutto: quali sarebbero le sue ‘ragioni’ più profonde? 

Ovvero, in che senso il poter odiare senza conoscere l’oggetto di tale sentimentosarebbe per Manzoni un vero e proprio “vantaggio”?

D’altro canto, che il poter odiare (e conseguentemente il poter essere-odiati) potesse costituire un vantaggio, lo pensava anche Lord Byron – che giunse a riconoscere che l’odio è il piacere più duraturo.

Insomma, si tratterebbe di un liquore prezioso perché fatto con il sangue umano… ma anche con l’amore. Sì, quello che lega e spesso travolge le nostre vite; come sapeva bene Baudelaire, insuperato cantore di una crepuscolare ma non ancora tramontata modernità.  

Si tratterebbe cioè di un liquore capace di tonificare; una sostanza che rinsalderebbe la vita e le sue pulsioni originarie. Se ne sarebbe convinto anche Honoré de Balzac.

Insomma, ad esser così prezioso, secondo tutti questi grandi protagonisti della cultura moderna, sarebbe un sentimento bello e fortificante, in quantorigorosamente ingiustificato e inguaribilmente  ingiustificabile. 

Per parafrasare un proverbio noto a tutti, potremmo anche dire che esso è così forte proprio “perché è cieco” – insomma, esso è cieco come l’amore. 

Come dire che, per esso, non ci si rivolge mai a un determinato oggetto in virtù di quanto quest’ultimo sarebbe in grado di mostrare di se medesimo. Ovvero, per una ragione in qualche modo fondata sulla sua natura intrinseca (sulla natura dell’oggetto che ci fossimo eventualmente ritrovati a odiare). 

Se poi volessimo ritornare con la mente ad alcune figure topiche disegnate dai testi fondativi della nostra civiltà, incontreremmo sicuramente, prima o poi, l’eroe omerico, maestro negli inganni e nella scaltrezza: Ulisse. Sì, perchè anche Odisseo era maestro d’odio. 

Certo, egli veniva chiamato polytropos – ma era anche seminatore d’odio. Non a caso odyssesthai significa “adirarsi”. 

Ulisse, insomma, semina odio e viene fatto oggetto d’odio. Come nel caso del Sole Iperone, al quale i compagni del nostro eroe avevano sottratto i buoi per potersene cibare. 

Ma si potrebbe chiamare in causa anche l’odio di Poseidone; il cui figlio, ovvero il ciclope Polifemo, sarebbe stato brutalmente accecato dall’eroe omerico. Che non a caso si era annunciato al mostro monoculare come ‘Nessuno’. Outis… ‘nessuno’, che è dunque sinonimo di metis – che dice sì ‘astuzia’, ma nel senso di arte dell’inganno. Quell’inganno che avrebbe provocato l’ira funesta di Poseidone; che peraltro odiava già quel ‘Nessuno’,… avendo imparato a odiarlo sin dai tempi del suo decisivo contributo alla conquista di Troia. 

Per rimanere all’interno di una dimensione in qualche modo aurorale, potremmo poi riferirci ad Empedocle. Il quale vedeva nell’odio una forza capace di generare la vita; producendosi, quest’ultima, per una radicale rottura dell’astratta unitàoriginariamente garantita da un amore ancora totalmente privo di pathos e determinazioni, di movimento e dinamica. 

Certo, egli aveva distinto questo odio produttivo da un odio, al contrario, altamente distruttivo e sostanzialmente mortifero – quello destinalmente sopraggiunto a far naufragare il precario equilibrio costituitosi tra amore e odio, in seguito alla  dinamizzazione (operata dall’odio “buono”) dello sfero immobile antecedente la vita. 

Un odio generatore di quel chaos che solo una rinnovata e gratuita irruzione dell’amore avrebbe potuto ricondurre a nuova vita. 

In questa polarità tematizzata da Empedocle, Aristotele avrebbe riconosciuto l’azione complementare di due forze il cui vero nome sarebbe stato da un lato ‘bene’ e dall’altro ‘male’. Amore come Bene e odio come Male, insomma – questo, l’esito della lettura aristotelica del testo empedocleo. Di quel testo a partire dal quale ci si sarebbe progressivamente convinti che l’universo s’era potuto ricostituire solo per il prevalere dell’amore sull’odio; ossia, per la vittoria di philìa nei confronti di quella forza astrattamente distruttiva che non avrebbe di certo consentito il formarsi dei pianeti che tutti conosciamo… e che possiamo ri-conoscere solo in quanto ci troviamo inscritti in una sorta di fase intermedia – caratterizzata appunto dalla contemporanea presenza di odio e amore, reciprocamente equilibrantisi, e dunque non ancora travolti dal rinnovato prevalere dell’odio… quello stesso da cui l’universo sarà costretto a incontrare un’ennesima e tragica fine. 
Per ricominciare comunque a vivere, in seguito, in virtù di una eternamente rinnovantesi spinta erotica. La stessa che sembra destinata a riattivare all’infinito quel ciclo di nascite e morti da cui sarebbe essenzialmente costituita un’idea di temporalità come quella tanto cara allo spirito greco. 

Forse aveva proprio ragione Gunther Anders, dunque, a ritenere chel’uomo è antiquato; perché le sue emozioni, di fatto, sarebbero rimaste le stesse che lo caratterizzavano quando la tecnica non aveva ancora così potentemente rideterminato il mondo.

L’intellettuale ebreo-polacco ci ha fatto comprendere molto bene almeno uno dei paradossi caratterizzanti la modernità: mostrandoci come proprio l’odio, inteso quale originario impulso alla violenza, avesse fatto da alimento e spinta essenziale alla definizione di tecnologie belliche sempre più potenti, di cui oggi quasi tutti dispongono, ma che ormai possiamo tranquillamente utilizzare e mettere in funzione senza alcun bisogno di provare odio, e dunque senza doverci necessariamente sentire responsabili di una violenza che da ultimo finisce per essere percepita come semplice effetto mediatico (da vedere in tv come se fosse il prodotto delle azioni di qualcun altro).

L’odio, quindi, parla di un sentimento dagli esiti assolutamente paradossali; un odio che Nietzsche, peraltro, aveva visto crescere e diffondersi anche in virtù di una progressiva trasmutazione del senso originario del messaggio cristiano. Il filosofo dell’eterno ritorno, comunque, aveva individuato il momento decisivo di tale trasformazione nella traduzione che, delle parole di Gesù, sarebbe stata operata da Paolo. 

Ossia, da un vero e proprio genio dell’odio che, nella visione dell’odio e nella spietata logica dell’odio ereditato dall’istinto sacerdotale ebraico – sempre secondo il Nietzsche del paragrafo 42 dell’Anticristo –, avrebbe trasformato la “buona novella” nella peggiore fra tutte. Per questo aveva falsificato la storia di Israele affinché apparisse come vera e propria preistoria della propria azione. Ricordandoci peraltro che tutti i profeti avevano parlato del suo “redentore”. 

Così, sempre secondo Nietzsche,  la chiesa aveva falsificato la storia dell’umanità, istituendo un ‘prima’ valevole come semplice preistoria del Cristianesimo. 

D’altro canto, come ogni sacerdote, Paolo aspirava alla potenza e, per ottenerla, si sarebbe servito finanche della menzogna. 

Non a caso, quel che lui stesso non credeva, gli idioti, tra cui egli seminò la sua dottrina, lo credettero. 

Insomma, sempre secondo il filosofo dell’oltre-uomo,  Paolo sarebbe riuscito a realizzare la tirannia dei sacerdoti; e, per formare delle mandrie, avrebbe inventato la fede nell’immortalità – vale a dire la dottrina del “giudizio”.

Così, secondo il Nietzsche del paragrafo 42 dell’Anticristo.

Ma forse val la pena ricordare anche questo: ossia, che, forse, amore e odio non si sono mai rapportati da veri e propri opposti. Opposta all’amore sembrando, piuttosto, la semplice “indifferenza”. Questo, ciò che ci viene suggerito, ad esempio, dal pedagogista Alexander S. Neill, nel suo Il fanciullo difficile. 

Stando alla prospettiva elaborata da Neill, infatti, l’odio non sarebbe altro che amore… o meglio, amore rovesciato; rovesciato, forse, proprio perché contrariato. Non a caso l’odio sembra comportare sempre anche un certo timore. Come nel caso del fanciullo di S. Neill, per l’appunto; che odia il fratellino più piccolo, sentendosi angosciato vuoi per la possibilità di perdere l’amore della madre, vuoi per un insostenibile senso di colpa riconducibile ai pensieri cattivi e invidiosi maturati nei confronti del fratello più piccolo.

 

 

2.

 

 

Dunque, l’odio, come l’amore, è cieco; almeno, così si dice. Ovvero, l’antica saggezza popolare riposta nei proverbi, ci dice appunto che l’odio non ha occhi. Chi odia, insomma, è come se non vedesse l’oggetto del proprio odio. 

Ma, di cosa ci parla, da ultimo, tale verità ? 

Che si tratti di una verità, è noto a chiunque. 

Tutti sappiamo infatti che l’odio non ha affatto bisogno di una ‘causa’ scatenante, per attivarsi. Da ciò la sua costitutiva “cecità”. 

Anzi, a dire il vero, le cose non stanno neppure in questi termini… un po’ troppo vaghi e per ciò stesso impropri. Non si tratta, cioè, solo di riconoscere il fatto che sarebbe possibile odiare senza sapere bene cosa potesse aver pro-vocato tale sentimento in noi. 

Più precisamente, e in primis, si tratta di riconoscere che, quando si odia, si riesce a odiare davvero, solo là dove, davanti ai nostri occhi, non si disegni nulla di ragionevolmente odiabile; ossia, di odiabile per quel che di esso si darebbe appunto a vedere.

Questa, la verità dell’odio. Una verità che conosceva bene anche il nostro ‘non sempre amato’ Manzoni; che proprio perciò poteva ritenere – come abbiamo già visto – che “uno de' vantaggi di questo mondo sia proprio quello di poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi”.

Strana situazione, dunque, quella dell’odio. Un sentimento che non sorge in modo reattivo – fermo restando che, riferirsi ad un modo del ‘sentire,’ dovrebbe comunque valere come evocazione di una forma del ‘patire’. E dunque come chiamata in causa di un “essere-mossi” – di un esser mossi  da qualcosa che, per l’appunto, sentiremmo e che, proprio in quanto “sentito”, o meglio “patito” – con maggior o minor forza (in relazione alla potenza di tale ‘urto’ su di noi) –, provocherebbe un sentimento più o meno intenso e destabilizzante. Sì, perché il sentire è sempre un essere in qualche modo destabilizzati. 

Perché l’urto di ciò che viene a noi, facendoci pazienti, ovvero senzienti, mette in ogni caso a soqquadro l’equilibrio che avevamo in qualche modo raggiunto – in modo più o meno devastante, evidentemente.

Ma se l’odio non vede (essendo cieco), esso non può neppure consentirci (per ciò stesso) di ri-conoscere qualcosa come un oggetto nei cui confronti si possa o si debba reagire – bene o male (non ha alcuna importanza). Nei cui confronti, cioè, si possa o si debba reagire.  

Ecco, dunque… Manzoni ci dice che né l’odio né l’amore vedono davvero chi sarà da odiare o da amare. O meglio, possono anche far riferimento a un oggetto (quel che diciamo di odiare o di amare), ma – e qui la cosa si fa più sottile, e dunque più complessa – non vedono mai, in quell’eventuale oggetto, quel che avrebbe davvero scatenato l’odio o l’amore (ossia, quella certa reazione, positiva – nel caso dell’amore – o negativa – nel caso dell’odio). Non vedono mai in esso la vera causa del sentimento in questione. Nulla di quell’oggetto, infatti, sembra potersi costituire come elemento scatenante il nostro sentire. 

Dunque, concentrandoci su quell’oggetto, mai riusciremo a riconoscervi la vera e propria causa del nostro sentimento – nulla, cioè, può  fungere in essoda ragione del nostro odio. 

Ecco perché l’odio è un sentimento assolutamente ‘infondato’. Che accade e ci afferra (come l’amore, d’altra parte) estrinsecandosi in relazione a questo o quell’oggetto, a questa o quella persona, senza che ci sia in alcun modo consentito trovare in tali oggetti (o persone) la ragione, e dunque il fondamento del suo accadere. Il suo vero e proprio elemento scatenante. 

Perciò, potremmo anche dire che colui il quale viene odiato, viene odiatononostante lui stesso – nonostante che, quel che di lui appare, non renda in alcun modo ragione del suo esser fatto oggetto di odio. E dunque non c’entri nulla con la mia reazione. 

Colui il quale viene fatto oggetto d’odio (così come di amore) è dunque per definizione vittima innocente ! Un po’ come il capro espiatorio tematizzato da René Girard.

Quella determinata persona è cioè chiamata in causa in virtù di un urto che mi ha senz’altro destabilizzato, ma che non proviene da essa; o meglio dalla sua determinatezza. Perciò l’aggressione violenta mossa da odio appare come la più pericolosa; perché non si cura di colpire ciò che dell’oggetto sarebbe in qualche modo colpevole della mia smisurata e cieca aggressività. E dunque non si cura di calcolare l’entità dell’aggressione reattiva, si da poter prender bene la mira, e colpire nella forma più opportuna (e quindi sensata). 

No, l’odio ci fa colpire indiscriminatamente; perché il suo è un colpire da non-vedenti. Che aggrediscono a casaccio, in modo scoordinato (non ordinato). Potendo per ciò stesso ferire anche in modo mortale. 

Ma il fatto è che chi odia – ecco un altro aspetto importante – non può voler condurre a morte l’odiato; ossia, toglierlo di mezzo. Questo, va anche rilevato. Chi odia, cioè, non può voler annientare la pretestuosa fonte del proprio odio. 

Perché, là dove finisse per ucciderla, si ritroverebbe indissolubilmente legato ad essa. Uccidendo l’odiato, insomma, si finirebbe per fare, di quell’oggetto, una sorta di “idolo”; lo si identificherebbe cioè alla vera origine dell’odio – che non risiedeva però in quella persona… pur finendo per identificarvisi. 

D’altro canto, se si conducesse a morte l’odiato, ci si troverebbe in una condizione davvero insopportabile; impossibile, anzi… ché, in tal caso, l’odio si paleserebbe per quel che è: ovvero, nella sua assoluta infondatezza. Di fronte all’annullamento di quella persona, il nostro gesto rivelerebbe tutta la propria assurdità o infondatezza – e non procurerebbe alcuna soddisfazione. Stante il suo inconfutabile non poter essere stato causato da quella persona. Così finiremmo per mantenere vivo ed operante l’odio che aveva motivato la nostra supposta ‘reazione’, come se nulla fosse realmente accaduto. 

Perciò l’eliminazione dell’oggetto supposto ‘odiato’ non potrà mai soddisfarci. Finendo piuttosto per portare alla luce l’irragionevolezza del nostro agire aggressivo – ossia, l’irragionevolezza caratterizzante tutti i modi in cui l’odio può illudersi di trovare soddisfazione. 

Eppure, piuttosto che guardare in faccia tale infondatezza (che rende ragione del proverbio…. secondo cui chi odia, agisce appunto come un cieco), non di rado finiamo per legarci definitivamente alla nostra vittima… ritenendola ‘evidente’ causa del nostro odio, e dunque del nostro gestoinutilmente omicida. E la sua persona finisce per diventare sempre più importante… la sua rilevanza tendendo a farsi “assoluta” (anche se non lo era affatto, importante… per noi, essendo stata prescelto quale vittima sacrificale in modo del tutto accidentale o, meglio ancora, sostanzialmente pretestuoso).

Ma perché, possiamo ancora chiederci, pur non provenendo da essa, l’odio si sarebbe rivolto tutto contro di essa?

Cosa avrebbe fatto sì che, pur non vedendo nulla, in essa, che potesse valere come effettiva ragione del nostro odio, avremmo finito per accanirci con tanta violenza nei suoi confronti?

Da dove, cioè, la necessità di un obiettivo, per quanto puramente pretestuoso… e dunque assolutamente infondato? 

Da dove, insomma, l’essersi ri-volto proprio verso quella persona, da parte del nostro odio ?

Perché proprio essa io avrei finito per odiare, fino ad ucciderla ?

Impedendomi per ciò stesso di prendere atto, magari anche in ritardo, che ella non c’entrava proprio con l’insorgenza, in me,  di un sentimento tanto profondo – sì da fare, proprio di quella persona, la sacra ragione del mio gesto assoluto e solo apparentemente dirimente. 

Sì perché solo apparentemente, uccidendolo, avremmo finalmente “separato” da noi quella persona; solo apparentemente, cioè, saremmo riusciti a espellerla dalla nostra vita. Ce ne saremmo separati, infatti, in forma del tuttoillusoria– perché in verità, come già abbiamo rilevato, avremmo finito per legarla definitivamente a noi.

Ecco perché l’odio, in un certo senso, ossia da un punto di vista puramente razionale, non dovrebbe mai risolversi nell’assassinio dell’odiato. Eppure… non così raramente, esso finisce per trasformarci in assassini – o meglio, per spingerci ad uccidere. Sì da condurci ad un gesto in radicale contraddizione con l’utilità stessa del soggetto che ognuno di noi è. Ognuno di noi, infatti, vuole soddisfare la propria aggressività, che proprio nell’odio si esprime e si manifesta concretamente, al fine di liberarsi dell’oggetto che sembra essersi fatto ragionevolmente odiabile; ma, proprio soddisfando tale bisogno, non otteniamo affatto quel che avremmo voluto ottenere (ossia, l’allontamento più radicale di tale fastidiosissima presenza), ma proprio l’opposto di tutto ciò. 

Ossia, finiamo per legarci a quella presenza così come, solo in quanto spinti dall’amore, saremmo riusciti a fare – ossia, per sempre ! 

Per quanto diretti a un obiettivo – potremmo anche dire –, l’odio ci spinge ad agire in modo tale da non poter ottenere altro che la negazione più radicale di quel che si sarebbe voluto ottenere. Cioè, il suo contrario. Perciò, qui (nell’odio), il ‘fare’ è un vero e proprio  un dis-fare… quel che si va facendo !!!

 

 

3.

 

Anche Dio, in ogni caso, ‘odia’. Non a caso, nell’Antico Testamento, nel libro di Malachia, ad un certo punto, ci si chiede: “Non era forse Esaù fratello di Giacobbe?” 

   Ed è Dio stesso ad affermare: «ho amato Giacobbe [3]e ho odiato Esaù» (Ml 1, 2-3). Dunque, dei due, il Signore avrebbe scelto Giacobbe. Per quale motivo, però, non è detto. 

Eccola, dunque, la vera e propria “gratuità” della scelta divina. D’altro canto, se così non fosse, non potremmo davvero credere di trovarci nel Regno della grazia.

Questi due fratelli sono tanto simili, che più di così non si potrebbe; ma nello stesso tempo sono in netto contrasto l’uno con l’altro; si corrispondono, perchésono gemelli, ma litigano già nel grembo della madre. E mentre escono dal suo seno, “Giacobbe tiene per il piede Esaù”; in qualche modo c’è una gara nell’uscire, una vera e propria lotta nel disperato tentativo di uscire per primi.

Ecco, tutti questi elementi ci aiutano a cogliere e a riconoscere la ragione delle enormi difficoltà che tanto spesso minano il rapporto familiare tra simili. I fratelli sono simili, ma il fatto di essere simili, non elimina affatto il problema. Anzi… proprio per  la loro somiglianza, finiscono per farsi animare da infinite tensioni; che possono addirittura sfociare in un vero e proprio conflitto. Anzi, in una dura e mortale opposizione.

Anche Dio odia, insomma; e odia senza ragioni. Odia uno dei due gemelli (che era fratello “gemello”, addirittura): odia, cioè, Esaù. Ma non v’è alcuna ragione per tutto ciò. Anzi, per quanto Giacobbe abbia derubato con l’inganno la primogenitura ad Esaù, è proprio lui il prediletto !

Prova, questa, del fatto che, colui il quale viene odiato, non custodisce  mai in sé stesso la ragione di tale odio; stante che, anche là dove l’amato e l’odiato siano particolarmente simili (come possono esserlo i gemelli) – ed anzi, proprio in virtù di tale specifica somiglianza –, sono “l’uno odiato” e “l’altro amato”. Amore ed odio senza ragione è dunque quello che li lega indissolubilmente. 

Anzi, forse è proprio la loro estrema somiglianza a non poter che generare passioni antitetiche! Come a indicare un distinguersi radicale, la cui radicalità sarebbe appunto perfettamente commisurata proprio alla radicalità della loro reciproca somiglianza. 

Insomma, i due… quanto meno si distinguono, tanto più sono mossi da passioni opposte. E, ad esprimersi, in tali passioni, sarà dunque proprio la loro affinità; anzi, la loro perfetta identità. Giacobbe ed Esaù, infatti, sono entrambi figli di Isacco e di Rebecca; anzi, sono addirittura gemelli! 

La radicalità dell’opposizione sentimentale riflette, quindi, proprio la radicalità della loro vicinanza. 

Insomma, sembra che “lo stesso” non possa esprimersi se non con i tratti di una originaria opposizione – ossia, come opposizione tra sentimenti tanto contrastanti quanto allo stesso modo infondati. E per ciò stesso assoluti. O, che è lo stesso, originari.

D’altro canto, anche per Empedocle il cosmo in cui ci troveremmo a vivere sarebbe stato reso possibile da due passioni contrapposte. Contenendole entrambe, sino a quando il prevalere dell’odio non fosse sopraggiunto a separare i suoi elementi costitutivi, ponendo termine ad ogni forma di unità – da cui una catastrofica deflagrazione destinata comunque a risolversi in una nuova ri-nascita cosmica, determinata dal riemergere della potenza unificante, mossa a dar vita a un nuovo ordine, e dunque a riavvicinare i distinti.

Ma, se tali forze sono “originarie” (esprimendo le potenze che consentono addirittura il costituirsi di qualcosa come un cosmo – il quale “non sarebbe neppure” per la sola identità, cioè in virtù del solo amore… se è vero che c’è kosmos solo là dove perlomeno due forze vengano ad inter-agire),  nulla potrebbe esservi solo per l’una o solo per l’altra; neppure le due forze, nel loro semplice esser-distinte, sarebbero in alcun modo individuabili. Infatti, l’una è se stessa solo nel suo originario distinguersi dall’altra. Solo in quanto distinto dall’odio, insomma, l’amore è amore.  

Perciò non si dovrebbe neppure dire che le fasi sono quattro (come avrebbe voluto Empedocle); ma una sola. L’unica; quella nel cui orizzonte qualcosa riesce ad esistere solo perché le cose tutte vi si distinguono, e proprio nel farsi ognuna presenza sempre dello stesso uni-verso. 

Infatti, l’odio è tale solo in quanto, come odio, dice già ciò che verrà detto dall’amore: ossia, quel che c’è. Quello che, in quanto essente, mai potrà unirsi davvero, se non con qualcosa che sia realmente contra-posto a esso. Così come mai tenderà a distinguersi se non da ciò che può generare un tale bisogno, solo in quanto sempre troppo identico a esso. 

Ogni volta, insomma, noi tendiamo a separarci da quel che ci soffoca; e dunque non consentirebbe la nostra distinta esistenza, proprio in quanto intrinsecamente vocato a negarla. 

E allo stesso modo, tendiamo ad unirci a ciò da cui ci sentiamo troppo distanti e diversi; tanto distanti da farci sentire, proprio per questo, imperfetti e finanche abbandonati.

Perciò, a essere odiato, è sempre e solamente colui dal quale troppo siamo amati (che  ci è troppo simile e vicino), e ad essere amato è colui il quale troppo intensamente ci odia (da cui troppo, cioè, ci sentiamo respinti e allontanati).  

Ecco in che senso amore e odio inter-agiscono in ogni rapporto tra  essenti; tra essenti che inter-agiscono ab origine, dunque, l’uno nell’altro e l’altro nell’uno. Che agiscono l’uno sull’altro perché amati-e-odiati in uno, perché amanti-odianti, in uno. 

 

 

4.

 

 

Il principio del cosmo (l’arché) è dunque “amore-odio”, in uno! È il suo distinguersi come amore, da una parte, e odio, dall’altra; è il distinguersi della medesima arché (come il Dio biblico che ama e odia, ab origine, e dunque senza ragione, Giacobbe ed Esaù). 

Perciò, come rileva giustamente Gunther Anders, l’uomo, nonostante le enormi trasformazioni attraversate lungo il corso della propria vicenda storica, continua a “sentire” come gli antichi. Perciò i suoi sentimenti sono davveroantiquati rispetto alle possibilità ormai dischiuse dalla tecnica – possibilità di uccidere e sterminare “anche senza odio”. 

D’altro canto, ancora oggi il puro odio e il puro amore si contrappongono e riescono a muovere i popoli della terra – di là dall’omologazione e dalla spersonalizzazione violentemente operate dalla potenza della tecnica. E’ un fatto. 

Certo, un filosofo come Emanuele Severino direbbe che si tratta di forze residuali, rispetto al vero motore di tutto. Ma non sono certo che le cose stiano proprio così.

Cosa significa, in ogni caso, esperire l’odio come un sentimento originario? Insomma, cosa comporta una tale esperienza?

Cosa comporta, cioè, il costituirsi, da parte dell’odio, come vera e propria parola dell’arché ?

Innanzitutto questo: che, “chi ama, odia” e “chi odia, ama”.

E poi comporta che non vi sia un terzo, tra amore e odio: al modo di ciò che normalmente intendiamo, quando parliamo di indifferenza. L’indifferenza, infatti, non è affatto “un terzo” tra amore e odio; quasi una sorta di condizione mediana in grado di neutralizzare le due passioni originarie – da cui e l’una e l’altra verrebbero in qualche modo ‘escluse’ (proprio in quanto in essa perfettamente identificantisi). 

Non lo è, innanzitutto in quanto la loro identità non si dà mai come reciproca esclusione. Infatti, rispetto a tale supposta identità, in quanto esclusi dalla medesima, essi finirebbero per riconoscersi come semplicemente ‘altri’ da essa – rimanendo, così, fermi alla loro incontaminata “differenza” reciproca (l’unica, peraltro, in grado di dirli come tali). 

Insomma, solo se, nell’identità, dovessero riuscire a vivere entrambi, nella loro specifica differenza, i medesimi non potrebbero dirsi affatto “esclusi”. Ma potrebbero mostrarsi, proprio nel loro originario distinguersi, anche come identici. Come due che ‘sono uno’. 

Che sono cioè la loro stessa – dei due “in quanto due” – identità. Sì da dire in primis proprio il loro non-distinguersi. 

Il non-distinguersi di due distinti, evidentemente.

© 2017 by Associazione Culturale Inschibboleth

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