Il sapere che apprezza.

Per una riflessione su conoscenza e politica

di Roberta De Monticelli

“A chi gli domandava in che modo si potesse sconfiggere la violenza del Male, Francesco d’Assisi un giorno rispose: ‘Perché aggredire le tenebre? Basta accendere una luce, e le tenebre fuggono spaventate’”.

Cosa vuol dire “accendere la luce”? Cosa può voler dire per noi oggi? Tenterò una risposta, in base alla quale si dovrebbe vedere che Francesco ha ragione. Che quello che dice è vero, purché siamo veramente in grado di “accendere la luce”. Non è con l’aggressione che si combatte il male o ciò che sembra tale. E’ con la conoscenza: un certo modo della conoscenza che oggi soprattutto è compito del pensiero chiarire, e che oggi potrebbe illuminare di luce nuova tutti i mondi in cui allignano ed esplodono conflitti. Dalle relazioni internazionali alla vita politica, economica, civile di una società. Nel secolo scorso è prevalso un modo di pensare che in realtà lasciava pochissimo spazio in questi campi alla “conoscenza che illumina”, come chiamerò la luce di cui parla Francesco, e molto invece all’aggressione e alla forza, o nel migliore dei casi alla forza della volontà.  Come Socrate, invece,  questo Francesco – che appartiene a tutta l’umanità e non a questa o quella sua parte – ben più che della volontà, della conoscenza faceva un grandissimo conto, negli affari umani.

Francesco, almeno questo lo sappiamo tutti, amava molto tutta la realtà, della natura e del mondo umano, ed era quanto di più lontano si possa immaginare da quel dualismo dello spirito e della carne che invece ha purtroppo prevalso nella tradizione, non solo cristiana ma anche moderna. Il Cantico delle creature però va ancora oltre il sentimento di fratellanza con l’intera natura. Oggi possiamo leggervi una felice e fiduciosa ammirazione per tutto il visibile, e per ciò che il visibile annuncia, che prefigura l’esatto opposto di un atteggiamento che ha finito per prevalere nella modernità, e prevale oggi. Un atteggiamento fondato su una sorta di fondamentale diffidenza nei confronti di ciò che appare, accompagnato da un fondamentale disprezzo nei confronti di ciò che è. Per disprezzo intendo un atteggiamento privo di apprezzamento, un modo di sentire la realtà che la sente in se stessa priva di valore. E questo sentire si presenta spesso come sobrietà scientifica,”libera dai valori”. Come se i valori li proiettassimo noi nelle cose,  ma la realtà in se stessa non ne portasse affatto. Questa però, che è diventata una specie di ovvietà, è una falsa ovvietà. Quello che ordinariamente si intende per “realismo” in politica non è poi molto lontano da quel disprezzo per il mondo che, dappertutto, non vede altro che brutali o raffinati rapporti di forza o di potere, e che addirittura ha finito per definire la politica il luogo del conflitto, e per ridurre le sue categorie, le categorie del politico, a quello che a me sembra una barbarica semplificazione, venata di una punta mafiosa: amico-nemico. Carl Schmitt, il costituzionalista di Hitler che ha introdotto o reintrodotto questa barbarica semplificazione, è molto studiato ancora oggi. Dietro il cosiddetto realismo politico c’è quello che vorrei chiamare un sapere che deprezza – un falso sapere, a mio avviso.

La conoscenza che illumina, allora, dovrebbe definirsi come un sapere che apprezza. Non che proietta qualità di valore positive o negative nelle cose: che le riconosce, semplicemente. Ne prende atto. Legge nelle cose la loro preziosità o la loro povertà, o anche il loro valore negativo, e le esigenze che da questa realtà apprezzabile ci sono poste: conservare e accrescere quello che è prezioso, promuovere le fioriture, rimuovere ciò che le soffoca o le ostacola.

Questo è un realismo tutto diverso da quello che si intende con “realismo politico”. E’ quello che possiamo chiamare un realismo assiologico, un realismo dei valori. Ma meglio di una formula, in questo posto, è il ricordo di quello che l’Italia e il mondo debbono alla sensibilità francescana. Francesco rese visibile a ognuno la bellezza dell’acqua o del fuoco. Fu forse il primo genio popolare di questa scoperta del valore nascosto nelle cose del mondo - non del loro valore di utilità, della loro capacità di soddisfare desideri e bisogni, ma di quell’aspetto del loro valore che assomiglia alla bellezza, che le fa preziose in se stesse. Intendo parlare di  quella scintilla di gratuità che splende nei valori – il valore di una cosa essendo ciò che la rende significativa in se stessa, e non semplicemente perché appaghi un bisogno. La luce di cui parla Francesco è questo sentire che apprezza – cui dobbiamo in definitiva perfino la scoperta del paesaggio, uno degli ultimi beni che restino a questo Paese prima che finiamo di distruggerlo.

Il sapere che apprezza ci introduce a una nuova visione dell’incontro e dello scontro politico, come più in generale di ogni divergenza umana in materia di giudizi di valore. Per chi crede che i valori non siano che proiezioni soggettive e comunque orientamenti non razionalmente giustificabili degli individui o delle comunità, non c’è possibile “luce” di conoscenza nel campo dei conflitti di valore. Non ci sono che posizioni della volontà, più o meno forti nell’arena del combattimento. Per chi d’altra parte crede  che solo la ragione “aperta alla fede” di un’unica chiesa acceda alla verità in materia di valori, non resta che “aggredire le tenebre” con le armi, sia pure quelle della politica, perché per definizione la conoscenza valoriale non sarebbe accessibile a una ragione aperta ad altre fedi, o a nessuna. Ma se invece crediamo che in materia di valore ci siano verità e falsità, allora dobbiamo aprire anche questo campo alla ricerca, alla discussione, alla congettura e alla confutazione. La luce di Francesco si prolunga nei  Lumi  della ragione moderna (a proposito della quale molte demonizzanti sciocchezze sono state dette)  perché riconosce aperta al nuovo (come è in quella scientifica) anche nella conoscenza valoriale (e dunque normativa, etica, politica) – la ricerca di verità. Il sapere che apprezza vede nella critica il luogo di vita della ricerca, e non il luogo dello scontro amico-nemico. Per mostrare non solo la compatibilità, ma anche il nesso profondo fra Francesco e Socrate, fra vita della fede e vita del sapere, vorrei concludere su un tema che sta a cuore a chiunque vede il valore della laicità. Karl Jaspers  - a proposito di laicità! -  ci invita a riflettere sulla differenza fra la sorte toccata a Giordano Bruno, e quella che toccò a Galileo. Bruno non era disposto a ritrattare quelle delle sue proposizioni che considerava essenziali, e subì quindi la morte dei martiri. Galileo ritrattò la dottrina della rotazione della terra intorno al sole; poi fu inventato quel significativo aneddoto, che gli attribuisce l’ostinata affermazione – “eppur si muove”. La contingente differenza psicologica e di circostanze rimanda a una differenza più profonda, che Jaspers mette in luce con grande finezza: “La verità che io posso dimostrare, può sussistere anche senza di me….Voler morire per qualcosa di esatto e di dimostrabile è fuori luogo.” Invece, l’ipotesi che ancora (o forse mai) non posso “dimostrare” “vive solo se io mi identifico con essa”. Un po’ come, per il credente, vive la certezza della sua fede. Bruno non aveva alcuna evidenza obbligante per la sua concezione del cosmo e della vita, “testimoniarne” fu un gesto di libertà, quanto decidersi per essa. C’è in questa libertà che ci obbliga, in questa libertà “kantiana” un senso in cui Bruno “non poteva” ritrattare, a differenza di Galileo. “Non poteva”, senza venir meno al senso della sua vita, alla “vocazione” che sentiva, insomma alla sua propria identità.

Ma Jaspers ci fa compiere un altro passo. Introduce il concetto di “fede filosofica”: questo concetto non dice un ibrido, ma dice un ruolo. Dice quello che in fondo è sempre stato, ma che ancora e più fecondamente ora che ne abbiamo preso coscienza potrà essere – il ruolo della filosofia: aprire ogni fede al contraddittorio, alla discussione – cioè alla ricerca infinita del vero. Questo è il punto dove il “sapere che apprezza” deve gettar luce sulla potenziale natura del conflitto. Dove un conflitto è “aperto al vero”, ciascuno dei due contendenti combatte non per la propria vita, ma perché si affermi il vero, quale che esso sia. Perciò quello che mi sta più a cuore in questa battaglia è proprio la libertà dell’altro. Jaspers lo scrive con parole chiarissime: “Goethe ha detto che non bisogna ammettere quello che va contro le condizioni della propria esistenza. Ma a una simile obiezione bisogna opporre questo: la riflessione filosofica ha questo di superbo, che qui…l’obiezione è senza valore. Chi vi si impegna è avido di ogni evidenza accessibile…. cerca la critica più estrema. Vuole che niente resti nascosto, velato, vuole che gli sia dato da vedere con una franchezza senza riserve, vuole per così dire fondersi al fuoco della critica per resuscitare se stesso”.

Altro che “amico-nemico”, mafia e barbarie, alla Carl Schmitt. Sono davvero, “le categorie del politico”, così antitetiche a quelle di ogni ricerca intellettuale e morale, così refrattarie a questo “combattimento”? Jaspers lo chiamava “combattimento d’amore”, liebender Kampf. Ma quello che da lui impariamo non è un’utopia, è una condizione di libera coesistenza per tutto l’avvenire, altrimenti sempre più difficile. Da Jaspers impariamo che ogni “fede” può diventare “filosofica”. Una fede non è “filosofica” per altro che per la disponibilità del suo “fedele” ad entrare in comunicazione con gli altri, non necessariamente  per persuaderli, ma precisamente come mezzo di verifica, dunque di ricerca del vero. Ma l’ultima parola la vorrei lasciare all’altro Karl, Karl Popper. E’ vero, Giordano Bruno dovette morire. (E un Papa ha chiesto perdono anche di questo). Ma Popper vede la differenza evolutiva fra l’ameba e Einstein nel fatto che l’ameba non può aver torto senza morire. Noi sì, invece. Perché nella discussione possiamo mettere a rischio di morte, invece che la nostra persona e quella del nostro avversario, soltanto le nostre opinioni infondate.

Qui, concludendo, vorrei ringraziare Francesco di aver fatto segretamente da patrono anche a quello che speriamo il pensiero - e il Paese – dell’avvenire. In compagnia di Socrate, e di quei maestri  che ci hanno aiutato a vedere anche le visioni del mondo in una prospettiva evolutiva: di vedere anche le fedi sulle quali scommetteremmo la nostra vita come congetture che gettiamo a guisa di reti nell’infinito vero, per catturarne un po’.  E ricordiamoci che “l’infinito vero” è uno dei nomi di Dio.

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