Non è nel cielo

di Andrea Poma

 

 

Il confronto di idee e di opinioni su argomenti e problematiche etiche, politiche, sociali è una dialettica importante attualmente nella società italiana, come del resto sempre e ovunque. Ciò che appare però preoccupante oggi in Italia è che esso è spesso fin dall’inizio pregiudicato dalle posizioni non disponibili al confronto e al dialogo da parte degli interlocutori. Non mi riferisco qui alle difficoltà di intendersi o di giungere a conclusioni condivise, ma alla più radicale e pregiudiziale mancanza di disponibilità a confrontarsi e a porre in discussione le rispettive legittime convinzioni di partenza. Ciò si verifica non in una sola, ma nella maggioranza delle parti coinvolte ed è dovuto ovviamente non solo ad uno, ma a molteplici motivi. Forse non sarebbe inutili identificarli uno per uno, per evitarli. Non posso certo farlo qui esaustivamente. Mi limito piuttosto a iniziare tale disamina, con la considerazione di uno di questi motivi pregiudiziali, caratteristico di una parte in causa, la Chiesa cattolica italiana, di cui faccio parte.

Talvolta, più spesso di quanto si auspicherebbe, la Chiesa sostiene la propria opinione su un tema di dibattito con la perentoria argomentazione che essa non sta appunto esprimendo un’opinione, ma la verità stessa della legge divina o naturale. Ciò comporta che opinioni diverse non possono nemmeno essere prese in considerazione in quanto contrarie a tale legge.

Tale argomentazione, evidentemente, rende pregiudizialmente impossibile ogni dialogo e confronto. Si tratta di un richiamo incondizionatamente autoritativo alla presunta lettera di una fonte di verità assoluta. Per chiamare le cose con il loro nome, si tratta di una forma di fondamentalismo. E’ interessante osservare che tale fondamentalismo non appartiene alla tradizione caratteristica della Chiesa cattolica, bensì molto più alle caratteristiche di altre Chiese cristiane o di altre religioni. La Chiesa cattolica ha sempre posto fortemente l’accento, oltre che sulle fonti della rivelazione, anche sulla tradizione e quindi sullo sviluppo storico e critico della comprensione e della applicazione dei contenuti delle fonti.

Il richiamo diretto e insindacabile all’autorità delle fonti compare però nell’attualità italiana in generale non in merito a questioni fondamentali del kerigma cristiano, ma piuttosto in funzione tattica rispetto a questioni di etica sociale o individuale.

Voglio qui lasciare aperta la questione se un fondamentalismo di questo tipo sia giusto o meno e concedo provvisoriamente che sia legittimo considerarlo in un modo o nell’altro. Ciò che voglio far osservare è che tale posizione rende pregiudizialmente impossibile il dialogo e il confronto. Questa osservazione, di per sé ovvia, deve far riflettere, perché una società democratica non può non essere fondata costitutivamente sul dialogo tra opinioni differenti. Per quanto ancora una volta ovvio, non è inutile ricordare che una democrazia non è una società in cui la maggioranza ha ragione ma è una società in cui la maggioranza decide. Quest’ultima è solo una regola di funzionamento della democrazia non una sua caratteristica definitoria. Ben più essenziale per la definizione di una società democratica è la pari dignità e i pari diritti riconosciuti alle minoranze e alle loro opinioni, per cui la sovranità popolare non coincide con la sovranità della maggioranza, ma con la sovranità del popolo tutto, comprendente tutte le opinioni di maggioranza e di minoranza. Queste brevi e in sé ovvie puntualizzazioni mirano a dimostrare come una società democratica sia costitutivamente pluralista e fondata sul dialogo. Quindi un atteggiamento, come quello che ho sopra indicato, che rifiuti pregiudizialmente il dialogo non può coesistere con lo spirito democratico di una società.

Ciò non significa naturalmente che in una società democratica non vi sia spazio per la convinzione della validità incondizionata della verità e che in essa debba regnare lo scetticismo generalizzato. Al contrario, un tale scetticismo, come potrò forse argomentare in un’altra occasione, è anch’esso un atteggiamento che rende pregiudizialmente impossibile il dialogo. La fiducia nella verità e nell’ortodossia, cioè nella retta opinione, è lo spirito vitale ed ideale, senza il quale non si dà un’autentica democrazia, ma solo una pragmatica e contingente aggregazione sociale, non politica, per il raggiungimento di fini intermedi, corrispondenti ad interessi casualmente condivisi.

Il punto non è dunque la fiducia nella verità e la ricerca di essa, ma la pregiudiziale pretesa di possederne la formulazione definitivamente adeguata: su questa base nessun dialogo è possibile, nessun confronto di idee può iniziare.

In conclusione di queste brevi note, come riferimento ben più autorevole della mia personale opinione, riporto un noto passo del Talmud, che merita davvero di essere citato per la sua sapienza oltre che per la sua bellezza:

“Una volta i rabbini disputavano su un punto della legge. Rabbi Eliezer produsse tutti gli argomenti possibili, per dimostrare il suo punto di vista. Ma gli altri rabbini non si lasciavano convincere dagli argomenti di Rabbi Eliezer.

Allora Rabbi Eliezer disse: ‘Anche questo carrubo può provare che la decisione deve essere come sostengo io’! Il carrubo si sradicò e cadde cento braccia più in là (Alcuni affermano perfino che erano quattrocento braccia). Ma gli altri rabbini dissero: ‘Un carrubo non può provare nulla’. Allora Rabbi Eliezer disse: ‘Se la sentenza deve essere come sostengo io, lo può provare questo canale d’acqua’! E l’acqua del canale cominciò a scorrere all’indietro. Ma gli altri rabbini dissero: ‘Un canale d’acqua non può servire come prova’. Di nuovo Rabbi Eliezer disse: ‘I muri della scuola possono provare che io ho ragione’. E i muri della scuola cominciarono a crollare. Ma Rabbi Yehoshua inveì e disse: ‘Che cosa c’entrano i muri se i saggi disputano su un punto della legge’? Ma i muri per rispetto di Rabbi Yehoshua non erano crollati del tutto. Ma per rispetto di Rabbi Eliezer non si erano neppure completamente rialzati. Rimasero vacillanti. Rabbi Eliezer, prossimo alla disperazione, gridò: ‘Se la decisione deve essere come sostengo io, lo dimostri Dio stesso’! In effetti si fece sentire una voce celeste che disse: ‘Ma che cosa volete da Rabbi Eliezer? La decisione è comunque come afferma lui’! Allora Rabbi Yehoshua saltò su ed esclamò: ‘Non è nel cielo’” (Dal Talmud, Bavà Metzià, 59b; la sentenza di Rabbi Yehoshua fa riferimento a Dt 30,12; la versione, non letterale, è tratta da “I nostri maestri insegnavano…”. Storie rabbiniche scelte da JakobPetuchowski, tr. it. di C. di Zoppola, Morcelliana, Brescia 1986).

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