Cupio dissolvi

di Andrea Poma

 

In seguito all’avvio dell’iter parlamentare in Francia della legge che vuole riconoscere il matrimonio di omosessuali, in questi giorni diversi quotidiani e notiziari televisivi hanno diffuse poche frasi del Cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana e perciò autorevole voce del Magistero cattolico, la più pregnante delle quali suona : “Siamo vicino al baratro”. Mi permetto alcune considerazioni in proposito.

La questione è dibattuta nelle società occidentali da tempo, su di essa si scontrano ideologie assai differenti e sempre più combattive, ed era prevedibile che prima o poi, nonostante l’impasse ideologica, qualcosa incominciasse a muoversi anche sul piano legislativo.

Voglio però far notare che la questione originaria consisteva nell’opportunità o meno che, mediante una nuova legislazione, gli Stati dessero una forma giuridica alle unioni di fatto, cioè al dato, sempre più rilevante nelle nostre società, di persone, di sesso diverso o del medesimo sesso, che, pur non essendo sposate, convivono regolarmente sulla base di una reciproca dichiarazione di affetto, di solidarietà reciproca e di condivisione.

Il Magistero della Chiesa cattolica romana ha sempre espresso una radicale e categorica opposizione anche alla semplice considerazione di questa possibilità.

In primo luogo, vorrei far notare che è davvero difficile negare che lo Stato possa, anzi debba, dare una forma giuridica che riconosca e quindi regolamenti uno stato di fatto diffuso nella società. Inoltre mi sembra inumano, contrario al senso civile (e anche all’opinione di molti cattolici) non riconoscere alcuni diritti elementari, come il diritto all’informazione e alla partecipazione alle decisioni riguardanti le cure, il diritto alla solidarietà in materia economica, più in generale il diritto al riconoscimento pubblico, a persone che, pur non sposate, condividono per libera scelta la loro vita e i loro interessi. Infine si tenga presente che, opponendosi ad una nuova legislazione in merito, non si ottiene il risultato che queste coppie non siano riconosciute e regolamentate dallo Stato, ma solo che esse siano di fatto considerate irregolari e perciò regolamentate negativamente da tutti quei diritti riconosciuti esclusivamente alle coppie sposate e quindi implicitamente negati alle altre, il che significa una loro discriminazione e su certi temi una vera e propria persecuzione.

Al di là di ogni posizione ideologica, dunque, è un’evidenza del buon senso civile, se vogliamo escludere l’idea malvagia di una legge che decreti in positivo la persecuzione delle coppie non sposate, che l’unica via possibile è quella di una seria discussione dei diritti che devono essere loro riconosciuti, il che presuppone un loro riconoscimento giuridico.

La posizione del Magistero cattolico in questi anni è sembrata ispirata prevalentemente dalla paura, da quello che si potrebbe chiamare il terrore del “buco nella diga”, cioè dal timore che qualunque riconoscimento civile e giuridico delle coppie di fatto porti al superamento e all’abbandono del matrimonio nel costume della società. La paura non è mai stata né mai sarà una buona consigliera nel comportamento privato e sociale, tanto meno lo può essere nell’esercizio legislativo di uno Stato. Nella realtà non vi è alcuna evidenza che il diffondersi di coppie di fatto abbia disincentivato i matrimoni. La crisi dei matrimoni è evidentemente frutto di ben altre cause, da ricercarsi nella condizione di precariato sociale, economico, lavorativo, civile, di un numero sempre maggiore di cittadini, soprattutto di giovani. Inoltre, lo stato di coppia di fatto non è né concettualmente né empiricamente in concorrenza con quello del matrimonio. In fine, proprio dando luogo, in sede legislativa, ad un riconoscimento e ad una regolamentazione delle coppie di fatto, si potrebbe definire giuridicamente la differenza delle due condizioni, i diritti e i doveri peculiari di ciascuna di esse.

Nel caso delle coppie omosessuali, sembra che vi sia inoltre nella Gerarchia cattolica un desiderio ossessivo di marcare in tutti i modi la condanna morale di ciò che è considerato un abuso e una perversione. Ora, a parte la discutibilità del giudizio morale sull’omosessualità, non sembra davvero che si possa esigere che uno Stato laico si faccia portatore di tale giudizio ed esecutore della pena rispettiva.

Oltre a queste considerazioni di principio, che potrebbero e dovrebbero essere ulteriormente sviluppate, mi paiono opportune, in luogo secondo e subordinato, alcune considerazioni politiche.

Che ci si trovi ora di fronte a un baratro o meno, l’esito che si profila era del tutto prevedibile e anche previsto (anche da molti cattolici, tra i quali sobriamente mi considero) e pare proprio che la responsabilità maggiore di questo esito sia di coloro che hanno sempre opposto un radicale rifiuto a discutere la materia.

Non è un mistero, al contrario è un’evidenza, che la maggioranza delle persone nelle nostre società non si riconosca più nell’insegnamento morale e politico del Magistero cattolico, che molte posizioni ideologiche differenti tra loro convivano nelle nostre società, ormai non omogenee da questo punto di vista. Persino un autore confessionalmente impegnato in maniera radicale come Tristan Engelhardt, ha riconosciuto che le nostre società sono costituite da “stranieri morali”, i quali devono trovare un modus vivendi civile per convivere nella diversità delle loro convinzioni ideologiche. In tale situazione, un ruolo importante della discussione civile e politica è quello di mediare tra le differenti posizioni per giungere ad una legiferazione che, nel rispetto delle differenze, non offenda le esigenze delle varie opinioni. In una tale situazione sarebbe utile, anzi necessario, che anche i cattolici partecipassero attivamente e con buona volontà al dialogo, in modo da raggiungere, nel consenso o meglio nel “compromesso” (una parola oggi vituperata, ma essenziale alla vita politica), la produzione di una legislazione condividibile, che, fra l’altro, eviti alcune forme estreme che i cattolici (e non solo loro)  riterrebbero inaccettabili. La semplice opposizione della minoranza cattolica non può portare che a misurarsi in termini di potere con il trionfo incondizionato del vincitore (una situazione barbarica e bellica, non civile e politica). Questo è appunto ciò che sembra avvenire: vi è il rischio concreto che nuove leggi in materia siano il frutto trionfante delle ideologie più estremiste, invece che il risultato misurato e proporzionato di un accordo civile.

Per concludere, con un po’ di enfasi ma non senza verità, si potrebbe dire che proprio i cosiddetti “difensori della famiglia”, con la loro ostile chiusura ad ogni dialogo, possono diventare i maggiori responsabili di una situazione massimalista, nella quale non vi sia più alcuna differenza giuridica tra famiglie e coppie di fatto, nella quale si riconosca, senza una debita riflessione sulle reali esigenze dei bambini, il diritto incondizionato alla genitorialità, ecc. Tale atteggiamento è solo apparentemente un’eroica testimonianza di fedeltà ai valori, in realtà è un cupio dissolvi, che persegue ciecamente la negazione e l’annientamento di essi.

Una reale e sincera preoccupazione per la tutela della famiglia, a mio parere, dovrebbe esercitarsi innanzitutto nell’attivo impegno per creare le condizioni economiche e sociali che la favoriscano e, inoltre, in uno sforzo comune di tutti, attraverso il compromesso ideologico, per configurare sul piano giuridico e legislativo, le altre forme di convivenza diffusamente esistenti nella società, che legittimamente chiedono allo Stato riconoscimento e definizione.

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