Elogio dell’Illuminismo

 

 

di Alfonso M. Iacono

Per ricominciare una ricostruzione culturale di una sinistra che non esiste più, occorrerebbe riaprire quella che una volta si chiamava battaglia per le idee e che ora è diventato un mercatino. Forse sarà il caso di ripensare, tra le altre cose, l'illuminismo, che Kant identificava con il pensare da sé e con l'autonomia, cercando di guardarlo, distogliendo gli occhi per qualche momento dalla TV, dai festival, dalle feste, dal trionfo dell'immediatezza, di cui il gratta e vinci rappresenta l'espressione filosofica più appropriata.

Elio Franzini ha scritto un bel libro che ha titolato Elogio dell'Illuminismo. Perché elogiare l'epoca di Voltaire, Rousseau, Hume, Kant? Perché proprio oggi? A guardar bene l'illuminismo non soltanto ha perso il valore e l'attenzione che gli è sempre stato riservato - per esempio nelle università sempre meno sono i corsi e le tesi sull'argomento -, ma è diventato un oggetto polemico privilegiato per religiosi e laici. Benedetto XVI nell'Enciclica Caritas in veritate riprende il tema della Dialettica dell'illuminismo che Adorno e Horkheimer scrissero all'indomani della seconda guerra mondiale e di Auschwitz per denunciare il trionfo della ragione feticizzata e calcolante, per attaccare il relativismo, vera piaga, a dire del Papa, del nostro tempo. Non voglio entrare nel merito sulla questione del relativismo. Qui la domanda è un'altra: perché il relativismo? Cosa vi si contrappone? Il ritorno di un universalismo? Di esso lo storico Immanuel Wallerstein scrisse: "L'universalismo è stato offerto al mondo come un dono del potente al debole. Timeo Danaos et dona ferentes! Il razzismo; perché il dono dava al ricevente due possibili scelte: accettarlo, e con ciò riconoscersi più in basso nella gerarchia della saggezza acquisita; rifiutarlo, e con ciò privarsi delle armi che potevano rovesciare la situazione di un potere reale diseguale" Questa situazione da doppio legame in cui viene a trovarsi il debole è in un certo senso ciò da cui ha cercato di liberarsi (e di liberare) l'illuminismo, un'epoca in cui l'universale non riduceva il mondo a sé ma supponeva sempre un altrove. "L'Illuminismo, scrive Franzini, non è culto del particolare astratto, ma occasione di una battaglia per la ragione, che afferra il senso e il progetto intrinseci nelle differenze e nella possibilità di connetterle costituendo intesri, nuovi punti di vista per interpretare il mondo". Prendere, come giustamente osserva Franzini, l'illuminismo di Adorno e Horkheimer come una categoria non solo ideologica ma anche storica è un errore, perché quello che, a mio avviso, resta un libro importante, in effetti costruisce per sé un illuminismo senza dubbio piegato al tema dominante della critica dei due grandi francofortesi e troppo riduttivo per il giudizio anche ideologico su quest'epoca così complessa e così ricca anche per la sua stessa contraddittorietà.

I reazionari Herder e Burke sono, dal punto di vista estetico, assai meno tradizionalisti di Rousseau e Voltaire. Lo spettacolo (a quel tempo soprattutto quello teatrale) implica una distanza che Diderot determina modo esemplare nel suo famoso Paradosso sull'attore.  In questo sensoElogio dell'Illuminismo è un libro che possiede una notevole valenza etico-politica. "In un'epoca e in una cultura dove sembra di vivere solo tra situazione perturbanti, che sono tutte quelle occasioni in cui gli uomini si 'reificano', trasformandosi in fantocci, in marionette, in macchine, in automi, in criceti in una ruota, in cui l'altro appare come uno strumento, in cui la vita si immobilizza in un'inquietante ambiguità, si pone un orizzonte in cui la vita può trionfare, in cui la società e i soggetti in essa, vadano in una direzione 'vitale', in cui la percezione sia viaggio e cambiamento".

 L'illuminismo di Franzini non è di maniera, ma offre al lettore chiavi importanti per una rilettura del XVIII secolo con gli occhi di oggi. Un universalismo che non esaurisce il mondo per dominarlo, ma sposta continuamente l'attenzione verso un altrove, è reso possibile non soltanto dal noto principio della tolleranza, oggi forse persino insufficiente, ma anche e soprattutto da quello dell'ironia. La messa in dubbio di ogni verità forte, della quale toglie l'assolutezza: ecco l'ironia di cui l'illuminsimo è meravigliosamente pieno. "A questo serve oggi, dunque, elogiare l'illuminismo: perché accanto alla volontà di sapere, alla forza simbolica di una rappresentazione 'teatrale', capace di porre a distanza le cose, guardandone in profondità il nucleo sia cognitivo sia espressivo, venga messa in campo la forza di un'ironia che fa comprendere il significato razionale, biologico e metafisico dell'immaginazione e del pensiero, di tutti quegli ambiti che permettono di percepire il cambiamento, di avere esperienza della vita: un'esperienza sensibile, concreta, estetica, capace di seguire il variare e il mutare del mondo della vita".

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