Politica e corruzione

 

di Mauro Visentin

I giornali di queste settimane (e in particolare La Repubblica) traboccano di servizi sull’inchiesta avviata dalla procura di Firenze contro la rami cata rete di interessi, appalti e corruzioni al centro della quale si trovano un grup- po di imprenditori e affaristi senza troppi scrupoli (che operano in settori diversi, dall’edilizia ai servizi) e la struttura, facente capo al governo, della Protezione Civile, o, più esattamente, i suoi vertici. L’inchiesta è in corso e le notizie che ltrano dalle procure interessate (oltre a Firenze, Roma) arric- chiscono ogni giorno di nuovi particolari un quadro che appare molto grave anche perché riguarda interventi che hanno avuto e hanno per oggetto, fra le altre cose, tragedie nazionali come il terremoto che nell’aprile scorso ha devastato la città dell’Aquila. E’ chiaro che l’impatto emotivo di una simile inchiesta e l’indignazione che può suscitare l’idea che qualcuno abbia cini- camente lucrato sui drammi di intere popolazioni sono molto forti e non possono non essere “cavalcati” dalla stampa e dai partiti di opposizione. A questo affaire, concernente la Protezione Civile, si è aggiunto e sovrapposto, proprio nelle ultime ore, scalzandone la posizione dominante sulla stampa, un secondo scandalo, relativo a due compagnie telefoniche che attraverso un complicato giro di prestazioni ttizie a società estere evadevano l’IVA per

somme ingenti, servendosi di queste somme per accumulare “fondi neri” e dell’intero giro di affari così avviato per riciclare danaro della criminalità organizzata, con la disponibilità di un compiacente senatore della maggio- ranza, eletto – secondo modalità che avevano già destato i sospetti della ma- gistratura e quasi certamente attraverso l’intervento interessato della ma a calabrese – dal voto degli italiani all’estero.

Entrambe le faccende (comprese le reazioni che soprattutto la prima ha n qui suscitato) sollecitano una ri essione a latere, che può riguardare an- che aspetti più generali, in qualche modo legati al rapporto che in pressoché tutte le tipologie di regime politico a noi note (democrazie non escluse) ha sempre collegato e continua a collegare la corruzione alla politica.

Tra le cose che si sono dette a commento di questi fatti della cronaca re- cente ce n’è stata una tanto prevedibile (per la naturale associazione che epi- sodi come quelli che stanno emergendo non possono non evocare) quanto impropria. E’ stata, cioè, sottolineata un’af nità tra i fenomeni di corruzione che le inchieste di questi giorni stanno portando alla luce e la vicenda che quasi due decenni or sono sconvolse gli equilibri politici, seppellì due dei tre maggiori partiti che facevano parte del sistema che si era andato consolidan- do a partire dal secondo dopoguerra e quasi tutti i leader di allora. Intendo alludere, come è ovvio, alla grande inchiesta avviata dalla procura di Milano nel ’92, che per due o tre anni tenne in scacco le forze politiche e determinò il tracollo della cosiddetta “prima Repubblica”, ovvero “tangentopoli”, come fu allora, con una brillante trovata del lessico giornalistico, battezzata la rete di complicità e connivenze illecite che tale inchiesta mise progressivamente sotto gli occhi esterrefatti del Paese. La stupefazione e lo sgomento di cui furono preda, allora, molti elettori non nascevano dall’ingenuità o dal fatto che non si sapesse che fenomeni anche diffusi di corruzione erano, nell’Ita- lia dell’epoca, all’ordine del giorno, ma dalla sensazione che quello che stava emergendo era ben altra cosa: era un sistema di concussione a maglie così strette che nessuna impresa che volesse partecipare alla spartizione della ric- ca torta dei lavori pubblici e dei servizi alla pubblica amministrazione poteva sottrarvsi. E’ ragionevole sostenere che il sistema dei partiti esercitava, in tal modo, nei confronti della società civile una sorta di estorsione sistematica, che aveva assunto sempre di più, nel corso, in particolare, degli anni ’80, la veste, potremmo dire (usando questa espressione in forma metaforica, ma neanche poi tanto), di un vero e proprio “racket”. Visto che allora il danaro estorto era destinato, in prevalenza, alle casse dei partiti e non all’uso pri- vato di questo o quell’esponente politico, possiamo giudicare quella forma di corruzione sistemica (che era, però, come abbiamo già detto, essenzial- mente un sistema concussivo), meno grave della presente, dal punto di vista morale, molto più grave dal punto di vista dell’etica che guida o dovrebbe guidare i comportamenti del ceto dirigente. Meno grave, in altre parole, dal punto di vista di una morale privata, molto più grave da quello del costume politico. E soprattutto, occorre anche riconoscere che mentre il fenomeno emerso con tangentopoli era l’espressione di una seria patologia del sistema parlamentare e dello spirito pubblico di allora, la corruzione e la corruttela che possono essere ascritte ai personaggi coinvolti nelle recenti indagini giu- diziarie (e anche in quelle meno recenti, che nel corso degli anni trascorsi dalla storica inchiesta milanese non sono mai mancate) appare come un fatto siologico per una democrazia (come anche, più in generale, lo abbiamo già detto, per qualsiasi tipo di sistema politico). Che cosa signi ca un’asserzione di questo genere? E che cosa comporta? Signi ca, né più, né meno che que- sto: nessun sistema di regole e controlli può mettere del tutto al riparo una

nazione dal rischio che chi ricopre in essa ruoli politici che prevedano una qualche forma di in uenza o di potere decisionale sui meccanismi di spesa appro tti di questa sua posizione per favorire il proprio interesse anziché l’interesse collettivo. In altre parole, non esiste un regime politico perfetto o che permetta, comunque, di consentire solo agli incorruttibili l’accesso alle cariche pubbliche. E, d’altra parte, tutti i tentativi che sono stati messi in atto nel corso della storia per realizzare qualcosa di simile si sono rivelati illusori e, il più delle volte, catastro ci. Tutto questo vuol dire che la corru- zione personale (un certo tasso, “ siologico” appunto di corruzione perso- nale nei ranghi della politica e dell’amministrazione pubblica) debba essere tollerata? Che debba, anzi, addirittura, magari essere apprezzata o auspicata come espressione di un rapporto pragmatico e non ideologico (e proprio per questo meno pericoloso) degli uomini di governo con l’esercizio del loro po- tere? Naturalmente no: il fatto che la corruzione “ siologica” debba realisti- camente ritenersi inestirpabile dai comportamenti medi di una percentuale variabile ma non azzerabile di politici e amministratori pubblici non signi ca che questo fenomeno debba essere considerato con indulgenza. Signi ca solo che nel predisporre i meccanismi di controllo volti a contrastare il mal- costume politico-amministrativo si deve mirare non alla rimozione completa del rischio, ma, piuttosto, al “contenimento del danno”. Infatti, il tentativo di annullare ogni rischio in proposito, oltre che destinato al fallimento, si traduce, inevitabilmente, in una ragnatela di leggi e dispositivi così “vischio- sa” da paralizzare, in ultima analisi la macchina dello Stato e della pubblica amministrazione, oltre che, con esse, l’erogazione dei servizi resi e dovuti dall’uno e dall’altra ai cittadini

Proprio la vicenda di tangentopoli è una prova evidente di questa con- siderazione. In quella circostanza l’apparato di norme e vincoli che veniva sistematicamente aggirato ed eluso era imponente: lo Stato impersonato dai governi e dal Parlamento della I Repubblica era uno Stato dif dente. Perciò non lasciava nulla al caso quando si trattava della concessione di appalti, licenze, commesse e via dicendo da parte dell’amministrazione pubblica ai privati. Ciò non ostante i fenomeni di corruzione e concussione erano diven- tati la norma, come appunto rivelò n dall’inizio l’inchiesta del pool “mani- pulite”. Ma l’indignazione che investì e travolse i fragili equilibri partitici sui quali si reggeva il sistema politico di allora fu il prodotto non tanto delle rivelazioni emerse dalle indagini, quanto del confronto fra l’entità del dana- ro di origine erariale distolto dalle sue destinazioni naturali e l’inef cienza dei servizi offerti ai cittadini. In altri termini, a determinare la “rivolta delle coscienze” fu il divario inverosimile fra le appropriazioni indebite di danaro proveniente dalle tasche dei contribuenti e il niente che questi ricevevano in cambio dei loro contributi. Questo divario, il taglieggiamento sistematico della società civile ad opera dei partiti (di tutti i partiti, naturalmente ma anche di ciascuno di essi con responsabilità diverse) senza nessuna forma di compensazione per i cittadini in termini di produttività e di ef cienza della macchina dello Stato; l’enorme crescita del debito pubblico senza alcuna corrispondente crescita dei trasferimenti a favore dei singoli e delle fami- glie; le dimensioni impressionanti degli sprechi (che andavano, ovviamente, ad avvantaggiare particolari settori della società e speci ci gruppi sociali di pressione, ovvero quelli dotati di maggior potere contrattuale, ciascuno dei quali, del resto, era pronto a considerare come inammissibile l’erogazione agli altri di quel medesimo denaro pubblico che, per parte sua, era prontis- simo a ricevere senza sentire l’obbligo di fornire una contropartita qualsiasi): tutto questo era il segno di una situazione patologica.

Il carattere del meccanismo corruttivo che sta emergendo dalle inchieste in corso è profondamente diverso. Non solo perché qui si tratta di corruzio- ne in senso stretto e non di concussione, ma anche perché oggi, oltre che personale e non sistemica, la corruzione si realizza nel quadro di una perce- zione diffusa, da parte dei cittadini e del corpo elettorale, di una grande ca- pacità operativa dell’attuale governo. Questa percezione è, in larga misura, frutto di un’incomparabile sapienza comunicativa dell’esecutivo e soprattut- to di chi lo guida, grazie alla quale la maggioranza politica ha riportato dei grandi successi di immagine. Dei successi virtuali, ai quali, tuttavia, fa, però, riscontro una realtà molto meno univoca, come le recenti e signi cative pro- teste degli abitanti dell’Aquila, preoccupati per l’abbandono del loro centro storico al suo destino, iniziano a far capire, dopo la sequenza interminabile dei molteplici fuochi pirotecnici post-terremoto ad uso e consumo dei te- leutenti (sequenza che ha incluso, in un crescendo di trion , alcuni autentici capolavori di comunicazione mediatica: dall’ampli cazione e presentazione in forma quasi miracolistica della rapidità ed ef cienza dei soccorsi, all’esal- tazione, in occasione del G8, di un’organizzazione ineccepibile; dalla pre- senza vigile e incombente del premier proposta in forma martellante, alla consegna delle prime, costosissime e orribili case agli sfollati, immortalata da servizi giornalistici di taglio agiogra co – case, si badi, permanenti, non provvisorie, e destinate, quindi a rendere la città vecchia, con ogni probabi- lità, almeno nelle intenzioni del governo, una città fantasma).

L’attuale campagna di stampa contro la Protezione civile è comprensi- bile e legittima. Il controllo sull’operato della pubblica amministrazione si esercita anche, e forse addirittura soprattutto, nelle moderne democrazie liberali, così. L’opposizione politica dovrebbe, tuttavia, prestare attenzione al rischio che una situazione come quella presente non l’induca a cadere in un tranello. Quello di credersi “diversa” (antropologicamente diversa) e di pensare di riproporre oggi il vecchio schema di una “diversità” che era stata la risorsa ideologica fondamentale (una specie di riserva aurea o di “rendita di opposizione”) del vecchio PCI nei confronti della Democrazia Cristiana, in primo luogo, e del Partito Socialista (in particolare di quello craxiano) in secondo luogo. Dal momento che in precedenti interventi com- parsi su InSchibboleth ho ripetutamente sostenuto l’orientamento antropo- logicamente di destra della maggioranza dell’elettorato italiano, per evitare che quanto ho appena detto suoni come una sorta di “ritrattazione” di tesi espresse in un passato anche assai recente occorre che, al riguardo, io intro- duca alcune precisazioni. In generale, la tendenza a privilegiare gli interessi della propria cerchia ristretta di amicizie, parentele, solidarietà, a discapito dell’interesse pubblico può avere origine da svariati fattori. In Italia è cer- tamente favorito dalla diffusa mancanza di senso di appartenenza identi- taria alla comunità nazionale e al suo destino collettivo. Questa tendenza al localismo, al familismo, all’orizzonte limitato di idee, interessi, culture è un carattere antropologico di fondo che contraddistingue una parte cospi- cua della popolazione e che considero “di destra” (in senso pre-ideologico) per il fatto evidente che mira all’esclusione piuttosto che all’inclusione, che appare rivolto all’indietro, ancorato a forme di atavismo regionalistico e di ostilità preconcetta per ogni intervento dello Stato che sia percepito come invasivo e lesivo degli interessi territoriali (in pratica tutti quelli che non si con gurano come trasferimenti, elargizioni o dazioni a fondo perduto). Una simile cultura (in senso antropologico) è trasversale per de nizione (proprio perché è pre-ideologica e affonda le sue radici nell’assenza, da noi, di con- trappesi storici all’egoismo localistico), anche se è più facilmente orientata

ad abbracciare un’ideologia di destra (e la sagacia comunicativa del parti- to inventato da Berlusconi si rende percepibile soprattutto nell’abilità con la quale ha saputo rapidamente allestirne una – magari un po’ raccoglitic- cia, ma plausibile – ed offrirgliela). Lo sforzo che un italiano medio, con la secolare storia di divisioni regionalistiche che ha alle spalle, deve fare per assimilare un’identità ideologica di sinistra, capace di anteporre l’interesse pubblico collettivo a quello settoriale, è in nitamente maggiore e richiede l’apporto determinante dell’educazione e della cultura. Tanto più che anche a sinistra, per molto tempo, durante la guerra fredda, al di là delle dichia- razioni di principio, si è guardato alla compagine istituzionale dello Stato con una certa dif denza (si trattava, pur sempre, dello Stato di una classe antagonista rispetto a quella difesa dal PCI, una classe che in esso avrebbe comunque, in ogni caso, sempre visto o quantomeno cercato di realizzare il proprio “comitato d’affari”). Ne è prova l’impianto costituzionale “debole” al quale gli interessi convergenti dell’antistatualità cattolica e comunista hanno saputo e voluto dare vita con la “carta” del 1948. Ciò signi ca che, sebbene una “differenza antropologica” fra due diverse Italie (una maggioritaria e l’altra minoritaria) sia stata spesso evocata o proclamata come un dato di fat- to (e non solo da sinistra), essa sussiste più sul piano culturale che su quello antropologico in senso stretto (quantunque la si possa senz’altro considerare un ri esso del diverso rapporto che questi due settori della società e del cor- po elettorale intrattengono con la propria radice antropologica: di continuità in un caso, di ri uto nell’altro). Proprio per questo, però, essa può essere più facilmente riscontrata se si paragonano due diversi individui piuttosto che due forze politiche: i partiti sono libere associazioni di cittadini, e non posso- no farsi garanti per ciascuno dei loro iscritti. Pensare che tra due formazioni o alleanze politiche possa sussistere un divario non solo ideologico-culturale ma addirittura antropologico signi ca, pertanto, forzare la contrapposizione oltre il limite del consentito e del ragionevole, coltivando l’insana illusione che un partito possa non solo avere idee, programmi, visioni del futuro di un Paese diverse e migliori di un altro, ma che possa essere esso stesso migliore dell’altro, nella sua composizione umana e nel suo elettorato di riferimen- to. E’ una trappola nella quale, di questi tempi e visti i comportamenti e le dichiarazioni degli esponenti più rappresentativi del centro-destra, è dif - cile non cadere. Ma è pur sempre una trappola. Che può lasciare scoperti (ideologicamente e culturalmente scoperti) coloro che si riconoscono nel linguaggio dell’opposizione di oggi, in tutti casi (e per una forza politica con la vocazione a governare e che governa numerose regioni italiane questa è una possibilità che va messa in conto) nei quali qualche loro rappresentante mostri una tendenza non dissimile da quella degli uomini della controparte a confondere l’interesse privato con l’interesse pubblico e viceversa.

Il modo migliore per arginare questo tipo di corruzione (la corruzione che ho chiamato “ siologica” e che può esprimersi a diversi livelli di gravità: quella italiana emersa negli ultimi tempi, pur rientrando nella tipologia che ho de nito così – “ siologica”, appunto – è indubbiamente molto grave) è quello di individuare un insieme di norme, abbastanza semplici ma inde- rogabili; esercitare un controllo severo sul loro rispetto e sul rispetto, in particolare, delle procedure da esse previste nella concessione di appalti ai privati; lasciare alla magistratura e alla stampa la libertà di indagare senza vincoli (ma con l’obbligo di rispondere delle accuse arbitrarie) sugli intrecci tra politica e affari. Evitare, soprattutto, che un’ipertro a normativa frustri e morti chi le iniziative di politici e amministratori volte a migliorare i servizi resi ai cittadini e a modernizzare la macchina dello Stato, consentendo gli

interventi d’emergenza nei tempi che essi richiedono senza ricorrere a so- spensioni nell’applicazione delle regole e senza invocare stati di eccezionali- tà. La cosa che preoccupa di più nell’atteggiamento dell’attuale maggioranza in rapporto agli episodi emersi di corruzione, non è tanto che ad essere coinvolti siano quasi esclusivamente dei suoi esponenti (questo è abbastanza normale, visto che è più soggetto al rischio di cadere in tentazione chi, in virtù del potere di cui è investito e del ruolo che occupa, ha più occasioni di farlo): è la tenacia e anche l’arroganza con la quale essa difende i corrot- ti e per no, in qualche modo, la corruzione, attaccando la magistratura e cercando di privarla di quello che, in rapporto a questa tipologia di reati, è sicuramente (perché si è, di fatto, dimostrato tale) lo strumento di indagine più ef cace ed incisivo, ossia le intercettazioni telefoniche. La ragione della gravità del caso italiano sta in questo: che una corruzione di tipo siologico sembra trovare, nella maggioranza di governo complicità ideologiche che si sostanziano e si esempli cano in atteggiamenti e orientamenti stando ai quali la disponibilità di politici e amministratori a lasciarsi corrompere è il male minore, un peccato veniale (essendo, la corruzione stessa, un reato di modesta gravità), mentre la violazione della vita privata dei rappresen- tanti del popolo (a qualsiasi livello) e gli attacchi della magistratura al loro presunto diritto all’immunità (in quando investiti di un mandato popolare) rappresentano il male di gran lunga più grande. E’ in questa inversione dei principi e dei valori che regolano ogni forma di sistema liberale (che è, non bisogna mai dimenticarlo, un sistema fondato sulla certezza del diritto e sulla sovranità della legge, ossia sull’uguale sottomissione ad essa di tutti i cittadini, siano essi governanti o governati, amministratori o amministrati) e che, quando ne è garantita l’osservanza, rendono possibile l’obiettivo del buongoverno nell’unica forma in cui esso può essere realizzato in un sistema di questo tipo (ossia nel rispetto della libertà di ciascuno e nel rispetto, da parte di ciascuno, della libertà di tutti), è in questa inversione che emerge e si può valutare no in fondo l’anomalia rappresentata, in Europa, dalla destra italiana. Peccato che il solo che nella maggioranza dia segno di es- serne consapevole e, in una certa misura, di preoccuparsene, sia, almeno al momento, il Presidente della Camera. Almeno per adesso, ma anche, preve- dibilmente, per l’intera durata del periodo in cui Berlusconi rimarrà ancora alla guida del centrodestra, se, come tutto lascia supporre, in questo lasso di tempo non interverranno mutamenti e il personale destinato ad incarichi pubblici e di governo continuerà ad essere scelto, da quest’area politica, con i criteri con i quali un tempo le famiglie patrizie sceglievano i domestici.

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