Con sé/oltre sé. Ricerche di etica.

 

di Giuseppe Cantillo

In un’epoca come la nostra segnata da nuovi fondamentalismi, da conflitti intra- e interculturali, dal prevalere di spinte irrazionalistiche o di un ra- zionalismo meramente strumentale, credo che il pensiero filosofico debba nuovamente impegnarsi nel cercare una bussola etica capace di indicare all’uomo la via per sottrarsi all’apatia politica e morale, alla chiusura singola- ristica nel privato. Questa convinzione è alla base del mio ultimo libro Con sé/oltre sé. Ricerche di etica (Guida, Napoli 2009) in cui, attraverso una ri- flessione condotta in dialogo con alcuni autori e maestri - Troeltsch, Jaspers, Sartre, Capograssi, Guardini, Masullo, Piovani -, ho tentato di riproporre l’istanza di una «fondazione razionale dell’etica, ovvero della ricerca di una “normatività del logos”, sia pure di un logos non autosufficiente, ma rimesso all’“essere” e alla “vita”» (p. 11). Tale riproposizione ha come suo necessario presupposto una teoria della soggettività che superi la prospettiva teoretici- stica e ritrovi nel diltheyano principio dell’Erlebniss, nell’esperienza vissuta, la «condizione originaria di ogni esperire e conoscere, di ogni sentire, vole- re, valutare» (p. 43). La consapevolezza dell’insufficienza della concezione teoreticistica del soggetto e la contemporanea ricerca di un punto di vista che non trascuri la fattualità e l’empiricità proprie dell’esperienza, è caratte- ristica comune dei saggi raccolti, in particolare di quelli dedicati a Sartre e

all’etica di Giuseppe Capograssi. Superare tale visione teoreticistica signifi- ca, però, anche sottolineare che l’esistenza del soggetto non può darsi se non come co-esistenza, come rapporto intersoggettivo. Di conseguenza, proprio l’analisi di tale rapporto rappresenta uno dei motivi principali del libro, par- ticolarmente presente sia nelle analisi dedicate a Sartre e a Capograssi, che nelle pagine dedicate al pensiero di Masullo e alla sua idea della comuni- tà come fondamento. Come emerge dal saggio sullo storicismo esistenziale di Pietro Piovani, il rilievo conferito all’esistenza individuale e alla storicità come trama di rapporti intersoggettivi, «non deve comportare la rinuncia alla normatività»; al contrario «l’impegno etico si rivela nell’intenzione di scoprire l’“ordine ideale” nella concretezza dell’azione. E’ solo nella storia, infatti, nella relazione con altri e nel reciproco rispetto che il soggetto può conoscersi ed affermarsi come soggetto responsabile. Proprio nella polarità tra la costante dell’aspirazione all’universale e la fedeltà alla propria indivi- dualità si può scorgere una caratteristica essenziale alla natura umana. Que- sta polarità configura anche il rapporto tra dimensione storica e dimensione trascendentale: una dialettica in cui la ricchezza del mondo storico non può essere totalmente racchiusa nelle forme trascendentali, ma in cui tuttavia «la significatività delle concrete formazioni storiche e dei concreti atti di vita degli esistenti è possibile (ed è pensabile) solo sulla base di un riferimento a valori iscritti in una dimensione costitutivamente intersoggettiva e comu- ne», lasciando emergere una eccedenza del trascendentale sulla storia. Il riconoscimento dei principi dell’autonomia e dell’essere fine in sé di ogni soggetto umano, su cui si fonda la teoria etica, nasce dalla percezione del dovere, che accade immediatamente nella coscienza come sentimento del rispetto appunto del dovere ovvero della legge morale. L’etica perciò non ha a che fare soltanto con la ragione, ma altrettanto coinvolge il sentimento. E anzi la sfera dell’affettività è decisiva per rendere possibile l’uscita del sé dal proprio recinto di auto -relazione e il suo aprirsi all’altro intuito nella sua identità di soggetto, di altro sé, proprio tramite l’empatia. Compito dell’etica non è quindi l’affermazione del soggetto nella sua singolarità, né la costru- zione di una comunità come totalità in cui scompaiono le individualità, ma di una comunità concepita come comunione di soggetti, il cui presupposto non è l’identità dei soggetti ma, riprendendo una felice espressione di Ca- pograssi, la loro “dissimiglianza fraterna”. L’eguaglianza tra gli uomini viene allora a significare “eguaglianza degli individui nel loro aspirare alla vita nella sua pienezza”, e la comunità non è il luogo in cui le differenze individuali debbano essere stemperate, ma è comunanza, cioè «vivente riconoscimento di ciò che è comune e insieme comunicazione di ciò che è più proprio degli individui». La consapevolezza, tutta umana, della relatività dei punti di vista non conduce al relativismo assoluto, al nichilismo, ma al dovere morale del riconoscimento delle altre individualità, che spezza la chiusura singolaristica dei soggetti, in cui kantianamente consiste il male radicale. Sulla base di questi principi ritengo sia possibile anche ridefinire «il progetto politico di una società in cui possano convivere culture e tradizioni differenti neutra- lizzate nella loro pretesa di esclusività e di assolutezza dalla coscienza della profonda congenerità dell’umano».

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