Filosofia morale ed etiche applicate.

Osservazioni preliminari sulla filosofia morale italiana*

di Giuseppe Cantillo

 

1. Avviando un discorso sullo status della filosofia morale italiana contemporanea, c’è,  io credo, in primo luogo l’esigenza di una riflessione sullo statuto della disciplina, sul suo oggetto. E’ evidente, infatti, che nel corso di questi ultimi decenni si è sempre più venuta delineando una frammentazione dell’ambito disciplinare tradizionalmente raccolto sotto il titolo di “filosofia morale”. Sempre di più si sono venute definendo le cosiddette “etiche applicate”: dalla bioetica all’etica sociale, dall’etica economica o degli affari all’etica dell’ambiente, all’etica della comunicazione, all’etica pubblica, spesso prendendo consapevolezza della propria specificità, ma ancor più spesso proponendosi come parti integranti, se non fondamentali, della filosofia morale. In effetti, già, storicamente, c’è sempre stata un’oscillazione tra etica, filosofia morale e filosofia pratica o della pratica.  A queste oscillazioni non solo terminologiche, ma concettuali e indicative di prospettive, visioni del mondo, impostazioni filosofiche differenti, si sono sovrapposte le distinzioni attuali.  

      Che cosa possiamo intendere quando parliamo di filosofia morale o, per riprendere un’espressione di Pietro Piovani, filosofia della morale? 

     Una riflessione sui principi, sui fondamenti di un sistema di norme, di regole del comportamento, della condotta di vita;  o anche una riflessione sulle condizioni di possibilità dell’esperienza morale – condizioni che in realtà si danno già in forma precategoriale nel momento stesso in cui avvertiamo di star vivendo un’esperienza morale. Nel senso cioè che quelle condizioni non sono dettate da un’astratta riflessione razionale, ma si danno nell’intuizione, in una “visione offerente” su cui si esercita la riflessione chiarificatrice e la definizione concettuale. Intendo dire che se riconosciamo nel dovere della universalizzazione del principio del nostro agire soggettivo la legge morale o il principio dell’agire morale, è perché abbiamo percepito, vissuto questo dovere, abbiamo provato un sentimento di rispetto della legge morale. Ma accanto al dovere della universalizzazione del principio soggettivo dell’azione, vi sono altre condizioni dell’ esperienza morale e quindi altri principi della filosofia morale o della morale. Per esempio, come ha messo in rilievo Enrico Berti commentando il concetto aristotelico di filosofia pratica, una condizione essenziale dell’agire morale e pratico è data dalla “scelta”.  Oppure ci si può riferire alla condizione della “libertà” come  “autonomia”  affermatosi nell’etica moderna o anche a quella della “vita buona”  propria dell’etica antica alla  quale si richiama una parte della più recente riflessione etica.  Si tratta quindi di risalire a  queste condizioni, di definirle. Sicché una possibilità di delimitare il territorio della filosofia morale rispetto alle etiche applicate, definite dal loro particolare oggetto o campo fenomenico di applicazione, sta proprio nella descrizione dell’esperienza morale, nella riflessione su di sé della coscienza morale (fenomenologia della morale) e nella messa in rilievo delle condizioni di possibilità di essa, ovvero delle strutture trascendentali della coscienza, universali e universalizzanti,  che presiedono alle scelte razionali  nei vari ambiti della vita. 

   Oppure, se si accede al problema dall’altra parte della relazione soggetto-oggetto, a parte objecti, il compito della filosofia morale è la descrizione e la determinazione concettuale di oggetti ideali che hanno di per sé valore morale, si presentano, si impongono alla coscienza come valori. 

     Ci sono ancora altre possibilità: quella di riflettere, classificando, comparando, sulle argomentazioni, sulla logica dell’esperienza morale, o  quella di  compiere un’analisi critica del linguaggio morale.  

     Inoltre, sempre su questo piano teoretico, si pone un altro problema  riguardante la materia, il contenuto, dell’esperienza morale: pensieri, conoscenze, sentimenti, emozioni.  Già si profilano a questo riguardo almeno due concezioni: razionalismo e sentimentalismo, e al loro interno rispettivamente intellettualismo e intuizionismo, sentimentalismo e emotivismo.  Ma c’è di più. Perché, proprio in quanto ci siamo collocati nella prospettiva della ricerca dei principi, delle condizioni di possibilità dell’esperienza morale o della condotta della vita, non possiamo non porci il problema della giustificazione, della fondazione di essi: cioè della fondabilità della morale—nel senso che la filosofia morale avrebbe come suo oggetto originario e principale la fondazione della pretesa di universalità e universalizzabilità dei principi dell’agire morale.  Con una domanda –ombra: non solo circa la possibilità di tale fondazione, ma ancor di più circa l’esigenza razionale o almeno  la convenienza,  l’utilità di una tale fondazione. Anche se credo che si possa dire che l’esigenza razionale risulta con evidenza, se solo ci prospettiamo una concezione assolutamente storicistica, situazionistica delle norme, dei valori, dei criteri di scelta, se cioè portiamo fino alle estreme conseguenze il c.d. relativismo morale. 

     Per quanto mi riguarda, la meta verso cui dovrebbe andare una riflessione di metaetica o di filosofia morale dovrebbe  essere quella di riuscire a   delimitare, per così dire, un recinto disciplinare costruito dalla convergenza della descrizione fenomenologica delle forme della coscienza caratterizzanti l’esperienza morale e insieme degli oggetti ideale intenzionati da quelle forme in quanto a queste offrentisi con originaria evidenza. Intuizioni e oggetti, forme e contenuti  sono qui inscindibili, percepiti originariamente in una correlazione a priori.  

 

2. Nella prospettiva appena accennata la “filosofia morale” in senso stretto si distinguerebbe dall’ambito più complessivo dell’etica che avrebbe ad oggetto tutti i campi dell’agire umano considerati scientificamente nella loro specificità e si articolerebbe quindi in ventaglio di etiche applicate.  Per le quali si deve riconoscere che  l’esercizio di esse esige specifiche competenze afferenti ai saperi positivi, alle scienze umane e naturali, in ragione di uno statuto disciplinare composito, non riconducibile soltanto e puramente all’ interrogazione filosofica circa i principi generali o il senso  valoriale delle azioni. Il che non implica chiaramente che si possano tenere rigidamente separate filosofia morale ed etiche applicate , dal momento che in ultima istanza anche le etiche applicate rinviano alle domande intorno ai principi e al senso dell’agire umano, ma essere consapevoli che esse si pongono queste domande a partire da determinati campi della vita naturale o storica indagati dalle scienze corrispondenti.  

    In questo senso, a proposito della bioetica, Adriano Pessina ha fatto osservare che la bioetica è sorta «come verifica della consistenza e della legittimità morale delle prassi scientifiche, nell’area delle biotecnologie e in quella della medicina ad alto contenuto tecnologico» e che «con la bioetica si riapre un dialogo [...] tra le scienze e la filosofia[…] dal momento che la netta separazione tra il piano dei fatti, espressi in proposizioni descrittive, e quello dei valori, indicati in enunciati normativi, per lungo tempo difesa dal cosiddetto non-cognitivismo etico, non sembrerebbe reggere l’impatto della concreta prassi biomedica, in cui la conoscenza empirica si fonde con il presupposto di dover agire per il bene del paziente, mentre la stessa scienza rivendica la propria libertà in nome del bene stesso della conoscenza».  Pessina, rielaborando la tesi di Jonas secondo cui «in generale l’etica [avrebbe] qualcosa da dire nelle questioni della tecnica, oppure […] la tecnica [sarebbe]  soggetta a considerazioni  etiche» , sostiene che «la bioetica deve […] porsi come coscienza critica  della civiltà tecnologica» , vale a dire come luogo di «chiarificazione e valutazione morale dello specifico contenuto pratico e teorico introdotto dalle tecnoscienze» e il suo carattere filosofico si lascia scorgere  nella centralità delle domande intorno al «significato della costruzione dell’identità umana all’interno dell’azione tecnologica».  Per questa via la bioetica si fa per Pessina tout court filosofia in quanto affronta il problema della pretesa della tecnologia, della cultura scientifico-tecnologica di « stabilire ... il significato e lo scopo della vita».  Tuttavia non sfugge a Pessina che la bioetica affronta il problema in una specifica prospettiva, consistente nell’«affrontare la questione della vita nella consapevolezza dei modi in cui oggi le scienze sperimentali pensano e governano i fenomeni della vita».  «Lo sviluppo tecnologico – osserva ancora Pessina - ripropone con urgenza la domanda sul significato della vita e della vita buona, riaprendo la questione della finalità che una certa stagione della filosofia morale ha espunto troppo frettolosamente», e sostiene questa osservazione riprendendo una considerazione di Ch.Taylor secondo cui  nella nostra cultura per lo più «l’obiettivo della teoria morale viene identificato nella definizione del contenuto dell’obbligazione, non nella natura della vita buona.  In altre parole, la moralità concerne ciò che dobbiamo fare; e in tal modo esclude dal proprio ambito come irrilevante sia lo studio di ciò che è bene fare anche se non si è obbligati a farlo […], sia lo studio di ciò che è bene […] essere o amare. Ci sono, insomma, due comuni nozioni tradizionali di bene – il bene come vita buona e come oggetto del nostro amore e della nostra fedeltà – che in questa concezione [dominante] non trovano posto» .  In questo modo, però, dall’ambito della bioetica il discorso si sposta di fatto all’ambito della filosofia morale o dell’etica filosofica.  

     Questa duplicità di ambiti appare delineata in modo più preciso nella riflessione svolta sulla bioetica da Maurizio Mori nel saggio «La bioetica: la risposta della cultura contemporanea alle questioni morali relative alla vita». Mori comincia con rilevare i limiti della concezione naturalistica della bioetica, quale si è presentata nell’iniziatore della disciplina, l’oncologo Van Reasselear Potter nel suo libro  del 1971 Bioethics. Bridge to the Future, secondo cui la biologia riuscirebbe «a individuare direttamente i nuovi fini morali da perseguire, cioè la “sopravvivenza dell’uomo e il miglioramento della qualità della vita”».  Mori invece accetta la convinzione dominante che la bioetica sia «l’etica tradizionale applicata a un particolare campo d’indagine».  Il che comporta appunto la distinzione tra etica generale e etiche applicate; e nel caso specifico il rinvio della bioetica ad una delle teorie etiche che nascono dalla riflessione critica sulla «morale di senso comune», che l’individuo acquisisce nell’ambiente in cui vive.  Le teorie etiche “tradizionali” vengono per lo più divise  in utilitarismo e etica deontologica,  che costituiscono “due punti di vista” morale da cui giudicare le varie intuizioni presenti nella morale di senso comune. Ma ad un’analisi più attenta la distinzione è tra utilitarismo e etica deontologica della qualità della vita, da un lato, e etica deontologica della sacralità della vita dall’altro. La giustificazione di questi diversi punti di vista rinvia in ultima istanza a differenti culture o visioni del mondo: l’una pluralista e fondata sulla centralità della scienza, l’altra assolutista e fortemente connotata in senso religioso. Quindi Mori riporta le scelte,  che si è chiamati a compiere di fronte ai problemi posti dalla bioetica,  in ultima istanza alla teoria etica a cui si aderisce sulla base di una più complessiva visione del mondo.  

       Qui si vede bene che la teoria etica, in quanto ha a che fare con i principi della morale del senso comune ha una propria sfera rispetto alle etiche applicate, ivi compresa la bioetica, dal momento che i problemi posti dalla bioetica vengono risolti in modo diverso a secondo della teoria etica che si assume.  Ed è certamente significativo, dal punto di vista della prospettiva analitica, il riconoscimento della difficoltà  –  in una situazione di profonde trasformazioni specificamente sul piano della conoscenza dei processi vitali – di una scelta inequivocabile tra i diversi tipi di etica. Ma c’è di più. Proprio perché Mori ritiene che l’assunzione di una teoria etica o di un’altra – in pratica la teoria etica del principio della sacralità della vita o quella del principio della qualità della vita –  dipende dalla “cultura”, cioè della visione dell’uomo e del mondo  a cui l’individuo aderisce, si pone, io credo, ancor più fortemente l’esigenza della filosofia morale come sfera autonoma di interrogazione della esperienza morale o della coscienza morale intorno ai principi fondamentali dell’agire: per esempio la domanda se questi principi siano rinvenibili soltanto sul piano dell’io empirico o come dice Mori dell’ “uomo psicologico” (per il quale non vi sarebbero ambiti di principio indisponibili per la scelta umana, ovvero, potremmo dire, non vi sarebbero imperativi categorici, ma solo ipotetici) o non rinviino invece a strutture trascendentali della coscienza e perciò non siano universalmente validi e portatori di imperativi categorici. Più precisamente: anche riconoscendo la storicità della morale, vi sono principi che ne disegnano in modo universale l’orizzonte di possibilità, principi universalmente validi che si incarnano di volta in volta in un determinato sistema normativo? O ci si deve fermare a un’etica deontologica fatta solo di doveri prima facie?  E poi, anche ammesso che vi sia soltanto la dimensione psicologico-sociale della morale di senso comune, qual è il “principio ultimo”, a cui fa riferimento la bioetica, quello dell’autonomia o quello dell’utile, come vorrebbe, per esempio, Eugenio Lecaldano?  E ancora, a proposito del principio della dignità della vita ci si può riferire ad una individuazione puramente soggettivistica del contenuto di una vita degna come suggerita da Ronald Dworkin e ripresa anche da Lecaldano? Già questi interrogativi che scaturiscono dall’interno del discorso della bioetica mostrano sufficientemente l’esigenza di un’autonoma riflessione di filosofia morale . 

 

 

 

 

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