Enzo Bianchi. Per un’etica condivisa

 

di Roberta De Monticelli

A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio. Un senso nuovo di questo cristiano principio di laicità nutre l’ultima tesa, attentissima meditazione di Enzo Bianchi sui nostri giorni (Per un’etica condivisa, Einaudi, pp. 126, € 10). Un senso che tanto limpidamente si incarna nel Monastero di Bose, questa primavera che da quarant’anni fiorisce nel deserto. Un’etica condivisa etsi deus non daretur è la premessa di un cristianesimo puro, reso alla sua vocazione profetica e al suo “orizzonte mistico”, liberato dagli idoli e da quella sua “caduta” che è la sua “riduzione a religione”. Questo il pensiero fiammante che attraversa lucide pagine di denuncia di tutti i fenomeni dell’attuale dilagante confusione fra spiritualità ed etica, religione e politica, potere e diritto, e infine fra Cesare e Dio. Enzo Bianchi non li separa come due principi l’uno all’altro indifferenti: ma come due principi che solo nella loro separazione, nella rigorosa purezza di ciascuno, si postulano l’un l’altro. “L’etica è nel cuore di ogni uomo, anche di quelli che non ammettono nessuna trascendenza”. E’ la chiesa ad affermare che l’uomo, creato a immagine di Dio, è capax boni, “sia egli cristiano o meno”. Ed è proprio la “differenza cristiana” – ma in certa misura propria anche degli altri monoteismi – quella

di pensare la verità divina come “eccedenza che supera tutti e che nessuno può definire” – e per la quale l’uomo cristiano si fa su questa terra “straniero”, testimone di questa trascendenza non posseduta, fermento anti-idolatrico e anti-ideologico nel mondo. Di tutti è l’etica – perché è il dovuto da ciascuno a tutti; ma da nessuno posseduto è Iddio, che pure per il cristiano ha un volto d’uomo, umano in tutto fuorché nell’essere soggetto al male. E poiché da nessuno è posseduto, neppure è rivendicabile come garanzia di identità e fondamento di norma. Bellissima la riflessione stupita sull’ossessione delle “radici”, le “radici cristiane” dell’identità europea: quando il Nazareno, con bella immagine “contadina”, insegna semmai a giudicare la bontà degli uomini e delle loro istituzioni “dai loro frutti”. Un pero fra gratuitamente le sue pere, non si sforza d’esistere identico a se stesso, non esibisce le sue radici: è, fiorisce, dà frutto. E’ una parola che fa bene, quasi un balsamo, questa: “gratuito”, l’aggettivo che ricorre più volte a connotare la vita non indifferente al divino, o la spiritualità dell’agnostico, o la libera “fede” del credente, che è un “dono”. Tale è il regno della grazia, il suo silenzio, la sua solitudine, e anche la sua abundantia cordis, il dono di vita, di salute e di parola che ne viene al “profeta”, e a chi l’ascolta. Perché Enzo Bianchi è – come sa ognuno che conosca Bose – esperto anche del lato sensibile della grazia – la bellezza. Mario Luzi diceva che alla parola si addice la temperatura del fuoco – Enzo Bianchi constata quanto poco vi si avvicini lo stile della comunicazione religiosa oggi. Un balsamo oggi raro, ricordarci quanto la grazia e la libertà che l’accoglie (o la respinge) siano l’antitesi stessa della legge che costringe, del potere che decide per noi, e anche del dovere etico. Senza riconoscere l’universalità e l’accessibilità “laica” di questo, senza condivisione dell’etica, invece, la stessa gratuità della fede è a rischio di scadere a mero legame di religione. Il soffio allora si fa cemento, ciò che univa le comunità nell’entusiasmo diventa politica identitaria – e per l’universalità dell’etica è la fine, ma è la fine anche per la trascendenza non posseduta, la grazia e la profezia.

Se posso rubare una battuta a un bell’articolo di Elio Matteo Palumbo (“Contro Corrente”, Aprile 2009), certamente non è di una religione civile che si sente il bisogno chiudendo il libro di Enzo Bianchi: ma di una religione più civile, sì.

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