La violenza sulle donne. 

Una riflessione a margine

di Lucinda Spera

L’inizio del 2009 è stato segnato da alcuni feroci episodi di violenza sessuale, oggetto di particolare attenzione da parte della stampa. Anche solo il ricordarli, per chi non ha familiarità con la rendicontazione giornalistica di fatti di cronaca nera, appare difficile, quasi alle parole corrispondesse una sorta di accanimento sul dolore di queste e delle innumerevoli altre vittime di simili nefandezze. Mi ci proverò per quel tanto che si renderà indispensabile allo sviluppo del mio discorso, con cautela e col rispetto dovuto a queste donne. In estrema sintesi, dunque, una giovane barista residente in una cittadina dei Castelli romani è stata stuprata alla nuova Fiera di Roma, dove era in corso una mega festa per l’ultimo dell’anno; una casalinga appena scesa dall’autobus, intorno alle 21.30, è stata seguita e violentata in un quartiere alla periferia, ancora una volta, romana; a Guidonia una giovane operaia che si era appartata in auto col suo ragazzo è stata aggredita e stuprata da cinque uomini; a queste vanno ad aggiungersi altre due - più recenti - violenze, a Bologna e a Roma, entrambe ai danni di due ragazze giovanissime, poco più che bambine. E il tragico elenco sembra allungarsi di ora in ora, sotto i riflettori – in questi giorni più attenti che in passato – della cronaca. Storie atroci, carichi di dolore che si abbattono con una violenza inaudita, inimmaginabile, su altrettante donne e sulle loro famiglie. Vicende all’attenzione del sistema-informazione, punta d’iceberg di una realtà, di una quotidianità, quasi sempre sommersa, destinata al silenzio tanto più quanto i crimini sono – come purtroppo spesso sono, anche se non in questo caso – perpetrati tra le mura domestiche. Perché lo stupro - ha scritto Elena Stancanelli su «la Repubblica» del 30 gennaio - «è un reato complicato. Non si vede, o quasi. E viene compiuto in uno spazio dell’essere delicatissimo. È una spada che taglia la rete sottile che dovrebbe unire uomini e donne». Anche quando – come in almeno uno dei fatti in questione – quasi a mitigarne la ferocia qualcuno tira in ballo un approccio inizialmente condiviso, o l’assunzione di droga e alcool o peggio, come nel caso dei violentatori di Guidonia, la voglia di «divertirsi», come a dire: «che c’è di male?». 

Mettiamo da parte, ora, gli esiti delle indagini delle forze dell’ordine, il rimpallo di responsabilità a proposito della sicurezza, la necessità della certezza della pena, le ronde, i raid contro gli stranieri, lo scontro politico e tutto ciò che sta animando il dibattito sui mass media. Problematiche concrete, reali, non rinviabili tanto sul piano della riflessione quanto su quello politico e legislativo, che non rientrano però nell’economia di questa nota, che vorrebbe invece, più modestamente, contribuire a sgomberare il campo, a sfrondare il concetto da alcune ambiguità. Per chiarire la prima mi sia permesso recuperare, tra gli altri, un breve commento di Maria Serena Palieri apparso su «l’Unità» del 27 gennaio, dal titolo Lo stupro è un omicidio. La violenza sessuale non è lo scellerato atto di uomini, scrive la giornalista, «incapaci di resistere al fascino femminile», non è una questione né di bellezza, né di gioventù: gli stupratori mietono vittime tra donne di ogni età, e a prescindere dal loro aspetto. Siamo così al secondo punto: lo stupro è un dramma umano e personale di devastante portata, non è, continua la giornalista, una «storia brutta, ma vecchia come il mondo e “naturale”, non è un’esperienza che attiene alla sfera erotica né…a quella biologico-riproduttiva. Lo stupro attiene alla stessa sfera cui attiene l’omicidio. È un’uccisione traslata.» Per dirla con le parole di Michele Serra, lo stupro «è un delitto vile e una violenza profonda» («la Repubblica», 16 febbraio 2009), irrimediabile e definitiva, aggiungerei. È questo quello che ci vanno ripetendo quelle poche, sinora inascoltate voci di donne che trovano il tragico coraggio di denunciare la «vigliaccheria» dei loro carnefici. «Uomini indegni», li definisce con sapienza lessicale Elena Stancanelli, per poi condivisibilmente concludere: «A me sembra che non servano soldati per impedire gli stupri, ma pensieri limpidi, cristallini».

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