La questione della fame nel mondo

di Umberto Curi

Nelle scorse settimane è stato pubblicato un rapporto della FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite che dombatte la persistenza della fame nel mondo. I dati sono agghiaccianti. Dei circa 6 miliardi di abitanti del pianeta, 2,8 miliardi dispongono di poco più di 2 dollari al giorno per sopravvivere; di essi, 1,2 miliardi di persone cercano di sopravvivere con meno di un dollaro al giorno. Più di 300.000 decessi alla settimana sono legati alla povertà. Un essere umano su sei non ha accesso all’acqua potabile. Ogni anno muoiono undici milioni di bambini, per la maggior parte di età inferiore a 5 anni, la metà dei quali soccombe a malattie che potrebbero essere curate (ad esempio, la malaria), se le multinazionali del farmaco fossero csotrette ad una politica diversa da quella a cui si attengono. I tassi di mortalità più alti si trovano nell’Africa sub-Sahariana, seguita dall’Asia Sud Centrale. La principale responsabile della denutrizione e della fame sul nostro pianeta è la distribuzione ineguale delle ricchezze. Un'ineguaglianza negativamente dinamica: i ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. Nel 1960 il 20% degli abitanti più ricchi della terra disponeva di un reddito 31 volte superiore rispetto a quello del 20% degli abitanti più poveri. Nel 1998 il reddito del 20% dei più ricchi era 83 volte superiore a quello del 20% dei più poveri. Le 225 fortune più grandi del mondo rappresentano un totale di oltre mille miliardi di dollari, ossia l'equivalente del reddito annuale del 47% più povero della popolazione mondiale, circa 2,5 miliardi di persone. Negli Stati Uniti il valore totale netto della fortuna di Bill Gates è uguale a quello dei 106 milioni di americani più poveri. E’ stato altresì calcolato che i redditi percepiti da ciascuno dei primi venti contribuenti americani sono superiori al PIL di molti paesi africani messi insieme. I paurosi squilibri dell'attuale sistema di produzione sono confermati dal fatto che milioni di ricchi consumatori dei paesi industrializzati muoiono a causa di malattie legate all'abbondanza di cibo - attacchi di cuore, infarti, cancro, diabete - malattie provocate da un'eccessiva e sregolata assunzione di grassi animali; mentre i poveri del Terzo mondo muoiono di malattie poiché viene loro negato l'accesso alla terra per la coltivazione di grano e cereali destinati all'uomo. Un dato per tutti: un bambino americano consuma come 422 coetanei etiopi.

Nel settembre del 2000, i capi di stato e di governo di 189 paesi, in occasione del Vertice del Millennio presso le Nazioni Unite, sottoscrivono la Dichiarazione del Millennio, impegnandosi a raggiungere entro il 2015 otto Obiettivi di Sviluppo, mediante la devoluzione di una percentuale prestabilita del Prodotto Interno Lordo. A dieci anni dal Vertice, non solo il principale obiettivo che il mondo si era dato in quel consesso - dimezzare il numero delle persone sottonutrite entro il 2015 – non è stato avvicinato, ma la situazione è addirittura peggiorata. In particolare, risulta che l’Italia aveva promesso di aumentare lo stanziamento annuo per gli aiuti allo sviluppo, portandolo allo 0,33 del Pil, e non lo ha fatto. Si era impegnata per un finanziamento di 100 milioni di dollari al Global Fund per la lotta contro Aids e malaria, e non lo ha fatto. Aveva raggiunto la possibilità di azzerare il debito con i paesi africani, e non lo ha fatto. A ciò si aggiunga un dato perfino odioso: la quasi totalità – ben il 92% - degli aiuti italiani ai paesi poveri è condizionata all’uso di prodotti e servizi forniti da aziende italiane. Nel complesso, mentre occupa ancora il settimo posto nella graduatoria dei paesi industrializzati, l’Italia è solo ventunesima nel sostegno allo sviluppo del continente  africano. Tutto ciò appare ancora più inaccettabile, se si pensa che la produzione agricola mondiale potrebbe fornire un minimo di 2.800 calorie pro capite ogni giorno a 12 miliardi di persone, vale a dire il doppio della popolazione del pianeta. 

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