Dopo il voto di Maggio

di Umberto Curi

Fa tenerezza Pierluigi Bersani, quando protesta contro chi parla di un collasso dell’intero sistema dei partiti, affiorato in occasione delle elezioni amministrative. Vorrebbe che non si facesse di ogni erba un fascio, e che fosse riconosciuta la “diversità” (ahi, ci risiamo!) del Pd rispetto alle altre forze politiche. Basterebbe replicare al segretario che, dati alla mano, questa presunta “diversità” non è stata riconosciuta dall’elettorato, dal quale è semmai venuta una penalizzazione talora perfino troppo severa anche per il partito erede dei Ds e della Margherita. E’ vero, infatti, che rispetto al crollo fragoroso del Pdl e alla batosta subìta dalla Lega, si potrebbe argomentare – come sempre si fa quando si vuole  minimizzare il significato di una sconfitta -   che il Pd ha “tenuto”. Ma sarebbe davvero esiziale per le sorti future del centrosinistra “consolarsi” per qualche amministrazione locale difesa o conquistata, dimenticando o sottovalutando il significato complessivo del voto. Un simile comportamento  impedirebbe di registrare il dato fra tutti più importante e macroscopico, vale a dire la bancarotta di un sistema politico del quale il Pd è visto – e per molti aspetti con ragione -  come parte integrante, e non come una anomalia. Al di là di singoli casi particolari, che sarebbe comunque opportuno analizzare con cura, il voto amministrativo testimonia infatti il compimento di una definitiva rottura fra l’elettorato e le forme e i soggetti della rappresentanza politica, quale si è espressa dal dopoguerra ad oggi. Se mettiamo insieme, come è opportuno e necessario, la percentuale degli astenuti, mai così alta, con l’affermazione di una formazione “antisistema” ( e dunque tutt’altro che antipolitica), quale è il Movimento 5 stelle, e a questi impressionanti dati quantitativi aggiungiamo alcuni aspetti qualitativi sovente ignorati, quali ad esempio le sconfitte regolarmente riportate nelle primarie dai candidati “ufficiali” dei partiti, risulta perfino lampante il distacco dei cittadini non rispetto a questa o quella forza politica, ma al sistema in quanto tale. Ebbene, il Pd si trova al centro di un paradosso, con tutte le implicazioni problematiche o apertamente negative ad esso connesse. Da un lato, infatti, esso ha agito come alimentatore e moltiplicatore della denuncia delle malefatte del sistema, giungendo al punto da suggerirne più o meno apertamente l’irriformabilità. Dall’altro lato, non solo non ha “incassato” pressochè nulla del tracollo subìto dagli altri partiti, ma in diverse circostanze si è trovato ad essere coinvolto nel polverone delle macerie prodotte da quel crollo. Mentre il Pdl è in caduta libera pressochè ovunque, con perdite che ne riducono il peso elettorale ad un terzo o a un quarto del precedente bottino di voti, e la Lega arretra uniformemente e in maniera molto consistente, il Pd non riesce ad intercettare neppure uno dei voti liberati, confermando una vocazione – o una maledizione – minoritaria, frutto di decenni di subalternità culturale. Ma l’aspetto forse più importante, e più gravido di possibili ripercussioni future, riguarda l’immagine con la quale la formazione di Bersani è ormai da tempo identificata. Per dirla in breve, il Pd non incarna più, in nessun modo, la speranza del cambiamento. Non rappresenta il nuovo, non attira i ceti proiettati verso l’innovazione, non cattura i giovani interessati ad un futuro migliore, non catalizza le forze che puntano al progresso. E’ vissuto come parte integrante del “vecchio”, come complice delle nefandezze del sistema, come solidale alle troppe responsabilità negative di una classe politica del tutto screditata. Nello stile, nel linguaggio, nei comportamenti, il ceto politico dei democratici appare indistinguibile, rispetto a quello del Popolo della libertà o della Lega. Tutti ladri, tutti corrotti, tutti inadempienti, tutti inaffidabili, tutti ipocriti. Non importa se, in realtà, questa assimilazione faccia torto a tante brave persone, e alla quasi totalità dei militanti, che si ritrovano sotto le bandiere del Pd. Ciò che conta è che, come partito, esso non è riuscito a marcare una differenza reale nei confronti degli altri. E dunque rischia di essere travolto dal crollo del sistema che esso stesso ha auspicato. I risultati elettorali ci dicono che, allo stato dei fatti, oggi le spinte al mutamento si riconoscono nel movimento di Beppe Grillo. Non tutto, per il momento, è perduto. Ma senza qualcosa che almeno assomigli a quella “rigenerazione” invocata da Napolitano, il Pd è condannato a vedere ribadita ancora per decenni la sua marginalità politica.

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