La lealtà di Bossi

di Umberto Curi

 

Lealtà è parola che deriva dal latino legalitas e che indica appunto l’attitudine a conformare la propria condotta ad una “legge”, vale a dire ad alcuni princìpi e ideali che si assumono come incrollabili. A differenza di altre virtù, la lealtà non può essere soltanto dichiarata a parole, ma si dimostra piuttosto nella pratica delle scelte compiute: è leale non semplicemente chi dice di esserlo, ma colui che dimostra concretamente con il suo comportamento la coerenza fra le parole e i fatti. Da notare che la lealtà emerge soprattutto in situazioni di conflitto, quando si tratta di scegliere fra il rispetto degli impegni assunti (rispetto che può comportare sacrifici e rinunce) e soluzioni più facili e convenienti, che però contraddicono la “legge” presa come riferimento. Fra i tanti esempi possibili, Gesù e Socrate possono essere considerati esempi di lealtà, poichè entrambi preferiscono morire, pur di non venir meno a ciò che si erano impegnati a fare. Con una sola parola – la lealtà, appunto – Umberto Bossi ha motivato la scelta di votare contro l’autorizzazione all’arresto di Milanese. Con la stessa lapidaria motivazione il Senatur ha risposto a coloro che gli chiedevano come poteva spiegare la decisione di respingere analoga richiesta avanzata dalla magistratura nei confronti del ministro Saverio Romano. E successivamente di confermare la compattezza della Lega nel votare la fiducia ad un governo privo ormai di ogni autentica legittimazione politica e morale. Lealtà. Con questa spiegazione, apparentemente nobile, e perfino insolita in un mondo, quale è quello politico, generalmente attraversato da tradimenti e inganni, Bossi ha in realtà svelato quale sia la “legge”, alla quale i parlamentari della Lega hanno dimostrato di essere “leali”. Non il patto con i loro elettori, i quali si attendevano da loro che vigilassero affinchè le leggi fossero rispettate. Non le promesse fatte in campagna elettorale, quando si sono solennemente presi impegni per la tutela dei legittimi interessi delle popolazioni del Nord. Non la prospettiva strategica tante volte sbandierata, quella di realizzare una riforma federalista dello Stato. Niente di tutto ciò. La “lealtà” a cui ha concretamente dimostrato di fare riferimento Bossi è quella nei confronti di Berlusconi, del patto, più o meno scellerato, stipulato personalmente con lui, degli accordi palesi o occulti sanciti con colui che pure alcuni fa era stato definito il “mafioso di Arcore”. E’ questa la legalitas praticata dal Senatur: non il rispetto delle leggi, ma il vincolo di solidarietà con un personaggio diventato ormai da tempo imbarazzante anche per i suoi più accesi sostenitori. Non si tratta di moralismo. Il tema di fondo, soggiacente a questa bizzarro modo di concepire la lealtà, è strettamente politico. I cittadini hanno il sacrosanto diritto di sapere a quale “legge” coloro che essi si accingono a scegliere come rappresentanti si conformeranno: alle leggi dello Stato, o all’amicizia personale con un singolo personaggio, chiunque egli sia. Hanno diritto di verificare se gli impegni sono stati rispettati o se, strada facendo, si sono cambiate le carte in tavola. Nessuno si illude che, soprattutto nella politica odierna, si possano ritrovare gli emuli di Gesù o di Socrate. Ma è giusto pretendere di non imbattersi in Giuda. 

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