La dignità 

della donna

di Marco Ivaldo

 

Vorrei muovere da una caratterizzazione della idea di dignità. Kant dice che nel regno dei fini tutto ha un prezzo, cioè può essere sostituito con qualche cosa d’altro che gli sia equivalente, oppure ha dignità, cioè è superiore ad ogni prezzo e non ammette equivalenti con cui sia permutabile o sostituibile. Ciò che ha dignità non può essere scambiato con qualche cosa d’altro, non ha un valore relativo, ma intrinseco. In quanto essenzialmente diversa dal prezzo la dignità risulta il valore non negoziabile per eccellenza.  Ma che cosa, o chi ha dignità? Ha dignità la moralità, e ha dignità l’umanità in quanto capace di moralità. L’essere umano ha dignità in quanto è l’unico essere capace di autodeterminarsi in senso morale. Ma questo implica che l’essere umano ha dignità, e non prezzo, in quanto è libero, è la libertà nel mondo, e la libertà è la capacità – che soltanto l’essere umano possiede nel mondo – di svelare l’essere e di conferire significati al mondo stesso.   

 

Nonostante alcune contestazioni cui oggi viene sottoposto da alcune versioni del pensiero femminista, penso che possiamo riconoscere in questo presupposto filosofico-umanistico il fondamento etico-ontologico della dignità della donna. La dignità della donna riposa ultimamente sul fatto che la donna, alla pari dell’uomo, è un essere-umano, cioè è la libertà nel mondo. Come tale la donna, come l’uomo, ha dignità, cioè possiede una qualità ontologica che non ha prezzo, non è negoziabile, non è merce di scambio, e deve essere oggetto di rispetto. La donna è eguale all’uomo, e l’uomo alla donna, perché la donna e l’uomo sono espressioni differenti dell’umano, della comune umanità,  e in questo sono radicalmente eguali - dicendo ‘radicalmente eguali’ (con)affermo indirettamente che questa eguaglianza include la differenza femminile-maschile, cioè la differenza sessuale o dei generi, come dirò.

 

Una critica all’idea di uguaglianza – idea che ha costituito il punto d’avvio del femminismo, e nasce a ridosso della Rivoluzione francese – sostiene che insistere sul tasto dell’eguaglianza rappresenterebbe pur sempre un fattore di omologazione, di conformazione della donna a un modello ‘maschile’, il quale in definitiva riempie dei propri connotati l’idea dell’uguaglianza, finendo in un falso universalismo che spaccia per universali qualità o proprietà particolari (‘maschili’). Questa critica è pertinente e va accolta come invito all’autocritica: affermando che la donna ha la stessa dignità dell’uomo, che perciò non può in nessun caso venire ridotta a merce, cioè a materia negoziabile e permutabile, o a strumento, non sostengo affatto che la donna deve diventare come l’uomo,  ma che l’uomo e la donna sono eguali nell’umano, e per questo hanno la stessa dignità.        

 

Le offese o le discriminazioni nei confronti della dignità della donna - il fatto che sembri ritornata socialmente ‘accettabile’, anzi incoraggiabile, l’opinione che la donna, in particolare il suo corpo, possano venire ridotti a merce ai quali si può assegnare un prezzo d’acquisto o di vendita - mi pare che provengano da un rinnovato rifiuto del principio-eguaglianza – rifiuto che fa parte di un più ampio attacco al principio-eguaglianza tipico della temperie ideologica degli ultimi venti anni -, e dall’idea della superiorità del maschio e della inferiorità della donna. Hanno il loro retroterra ideologico in una forma mentis - proveniente dal sottosuolo della nostra storia e che emerge come un fiume carsico nel “sonno della ragione” - che considera la donna ‘meno umana’ del maschio, cosa che rende ‘accettabile’ l’idea che la donna debba stare al servizio, o essere strumento della volontà di potenza di quest’ultimo  - uno stare a servizio conosce molti modi di declinarsi, non solo quello sessuale. Perciò, senza istituire ‘gerarchie’ di tipo antropologico, dobbiamo muovere dall’idea di fondo che l’essere-umano, la libertà nel mondo, è uomo-donna, esiste come femminile-maschile: non che prima esista l’essere-umano, e poi esso si individui nella differenza sessuale, invece: l’essere-umano esiste nel mondo in individui, cioè nella differenza dei generi e come differenza dei generi. 

 

Abbiamo qui il principio di una ontologia duale, fondata sull’irriducibilità dell’essere-due, maschio e femmina, ma anche sulla loro relazionalità. Ognuno dei due, cioè la donna e l’uomo, non può da solo coltivare l’illusione di porsi come coincidente con l’intero dell’umano - coltivare questa illusione, o questa pretesa, porta alle distorsioni del rapporto intersoggettivo che provocano la strumentalizzazione dell’alterità, il misconoscimento dell’altro fino alla sua distruzione come libertà nel mondo, cioè l’instaurazione di relazioni predatorie. La donna e l’uomo sono rinviati l’uno all’altro attraverso la rispettiva differenza, che si modalizza in diversi livelli antropologici, non solo quello biologico e sessuale. Allo stesso tempo però la donna e l’uomo sono ciascuno figure dell’intero, sono ciascuno espressione assoluta dell’umano, e in ciò sono ontologicamente eguali e dotati di una dignità che esige rispetto e richiede cura. Dunque la donna e l’uomo sono ciascuno non coincidenti con l’intero dell’umano, e perciò rinviate alla comunicazione e allo scambio, e insieme sono ciascuno l’intero dell’umano secondo uno dei due generi del suo (=dell’intero umano) esistere in individui. Nel tenere viva ed aperta questa dialettica di non coincidenza e di (parziale) identità con l’intero dell’umano si gioca la possibilità di un rapporto fra la donna e l’uomo che abbia il carattere del reciproco riconoscimento fra esseri dotati di dignità, e perciò fra esseri liberi. La libertà dell’uno – come ha affermato Simone de Beauvoir – non può volersi se non destinandosi alla libertà dell’altro, cercando di prolungarsi con la libertà dell’altro.    

 

Una ripresa del principio-eguaglianza, non solo come principio giuridico – un principio che per altro non è affatto assicurato in amplissime parti del mondo -, ma come principio ontologico-etico - l’uguaglianza come “denominatore comune in ogni essere umano a cui va resa giustizia” (Carla Lonzi) -, mi sembra culturalmente necessaria e politicamente tempestiva per difendere e affermare la dignità della donna. Riprendo la mia tesi: la regressione che oggi sperimentiamo nel riconoscimento della dignità e del ruolo delle donne nella società ha come presupposto un attacco all’eguaglianza. Aggiungo che il misconoscimento della dignità della donna è direttamente proporzionale e va insieme all’abbassamento della dignità del maschio. Ovunque l’essere-umano viene ferito, offeso, umiliato in una espressione di sé, è tutto l’umano, come insieme e nelle sue singole parti, che viene ferito, offeso, umiliato. La mercificazione di uno è mercificazione di ognuno e di tutti, anche se questi non ne prendono atto (o si ritengono immuni da essa).  

 

Nel quadro che ho chiamato ‘ontologia duale’ l’insistere sul nesso fra eguaglianza nell’umano e dignità non significa sottovalutare l’altro Leitmotiv del femminismo, quello della differenza, come differenza sessuale o differenza di genere. Non posso adesso fermarmi – anche perché non ne ho la competenza - sulla diversità fra un approccio al femminile basato sulla differenza sessuale, che viene ricondotta per lo più all’ordine biologico e all’ordine simbolico, oppure sulla differenza di genere, che viene vista per lo più come una costruzione culturale. Simone De Beauvoir affermava ad esempio che “donna si diventa, non si nasce”, leggendo la differenza di “genere” principalmente come una costruzione culturale. Si può non essere d’accordo con questa impostazione che sembra abolire completamente il riferimento a una ‘natura’, anche se essa – mi pare – dice qualcosa di vero, e cioè che l’essere umano – donna e uomo – è quell’ente la cui natura è costitutivamente rinviata alla libertà, sicché ciò che noi siamo lo facciamo noi di noi stessi, certo non da soli, ma nell’intreccio con altri, donne e uomini, in situazioni determinate, praticando il logos, e in relazione a quella legge morale della ragione pratica di cui parla Kant. 

 

Penso perciò che il riconoscimento della dignità della donna abbia la sua radice nell’eguaglianza ma si rivolga alla differenza e assuma anche da questa contenuti concreti. Penso cioè che affermare la dignità della donna  - e analogamente quella dell’uomo - significa affermare, rispettare, tutelare non la dignità di qualcosa di generico, ma la dignità di un preciso individuo che è sempre donna o uomo, la dignità cioè di un individuo connotato dalla differenza sessuale. Ora, questa differenza nasce dall’intreccio in movimento di fattori biologici, psichici e culturali. A proposito della differenza sessuale bisogna perciò evitare un duplice pericolo: il primo pericolo è di ipostatizzare un pacchetto di caratteri o di qualità alternativi, tradizionalmente classificabili come ‘maschili’ (es. forza, intraprendenza) o come ‘femminili’ (es. cura, disponibilità), fissati una volta per tutte, smarrendo la dimensione storica che segna la loro emergenza; l’altro pericolo è di neutralizzare più o meno completamente i fattori differenzianti finendo così, consequenzialmente, per negare la differenza sessuale, in nome di una ridefinizione ‘neutra’ dell’umano, operazione che mi sembra come minimo troppo contro-intuitiva per essere sensatamente sostenibile. Edith Stein ha scritto che la donna e l’uomo sono diversi nel senso che “non solo il corpo è strutturato in modo diverso […], ma tutta la vita del corpo è diversa, il rapporto dell’anima col corpo è differente, e nell’anima stessa è diverso il rapporto dello spirito alla sensibilità, come rapporto delle potenze spirituali tra loro”. La Stein parla qui in modo per me interessante - dopo avere richiamato la diversità della specifica struttura biologica - di diversità di rapporti fra le capacità (potenze!) nella donna e nell’uomo, più che di diversità fra caratteri o qualità alternative (che possono trovarsi sì prevalentemente in uno dei due sessi, ma che non mancano del tutto anche nell’altro). La donna e l’uomo sono perciò differenti per la modalità o la proporzionalità in cui, in ciascuno d’essi, si configurano e vengono configurati i rapporti fra le capacità sensibili, psichiche, spirituali.

 

Nasce a qui l’idea di una identità femminile e di una identità maschile che più che ripetere modelli tradizionali già dati o di obbedire a standard rigidi si formano via via attraverso un intreccio di rapporti, rapporti fra persone e rapporti nelle persone, e rapporti che si plasmano in questo duplice rapportarsi. Certamente questa costruzione dinamica dell’identità non può fare a meno di una ‘forma’: dicendo persona si parla di un essente capace di apertura universale (o trascendentale), individuato in una corporeità (e psichicità) specifica, che esiste nella relazione. Per il primo aspetto, l’apertura universale, la donna e l’uomo sono eguali, per il secondo aspetto, la corporeità, essi sono diversi, per il terzo aspetto, la relazione, essi sono rinviati l’una all’altro per esistere da soggetti, cioè da esseri liberi-in-relazione. Emerge qui lo spazio dell’etica: la donna e l’uomo possono corrompere la relazione in un rapporto predatorio e di dominio, in cui l’uno riduce l’altro al proprio servizio, a essere strumento e merce; oppure possono riconoscersi reciprocamente come soggettività marcate dalla differenza, laddove ognuna di esse non pretende signorilmente il proprio riconoscimento a partire dalla sottomissione dell’altra, ma lo riceve dal libero riconoscimento dell’altra soggettività, la quale a sua volta riceve proprio il riconoscimento dal libero riconoscimento della prima. E’ ciò che si può chiamare il chiasma del riconoscimento. La dignità della donna e dell’uomo come persone, come esseri cioè che hanno capacità di autodeterminazione morale  - autodeterminazione moraleche può realizzarsi ma può anche non realizzarsi, cioè è affidata alla libertà -, si realizza in definitiva in un’etica e come un’etica del riconoscimento. 

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