Crepuscolo 

della Lega

di Umberto Curi

Per certi aspetti, quanto sta accadendo, in particolare nel Nord-est del paese, ha l’aspetto emblematico di una nemesi storica. Sul tema dell’immigrazione, la Lega Nord aveva costruito la sua identità politica e le sue fortune elettorali. Alimentando la paura, inevitabilmente conseguente all’incontro con lo straniero  - come insegna ampiamente tutta la tradizione culturale dell’Occidente -  il Carroccio era riuscito a scavalcare perfino il PDL nelle preferenze dell’elettorato di centrodestra. Speculando spregiudicatamente sull’impatto emotivo derivante dalle grandi ondate migratorie, i seguaci veneti di Bossi si erano imposti come la forza di riferimento per quanti temevano di essere in qualche modo penalizzati dai nuovi arrivati, perdendo il lavoro o la casa, e magari subendo rischi per l’incolumità propria o dei propri familiari. Insomma, a differenza di altri soggetti politici, impegnati a delineare una proposta articolata su più fronti della politica interna e della politica internazionale, per anni la Lega aveva goduto di un privilegio speciale. Quello di non essere tenuta a dire quali fossero le sue opzioni sui temi all’ordine del giorno dell’agenda politica, essendo essa invece totalmente assorbita da un’unica questione dominante – e cioè l’immigrazione.

Come è testimoniato dall’esito delle recenti consultazioni amministrative (sempre che lo si sappia interpretare adeguatamente), questo regime speciale, questa sorta di esenzione privilegiata, non soltanto è saltato, ma si è perfino capovolto. La Lega sta ora pagando in termini di perdita di consensi proprio sul piano dei problemi connessi con l’immigrazione. Anzitutto, è risultato evidente che – a dispetto di tante tonanti affermazioni – il Carroccio non ha affatto una propria proposta autonoma su questo terreno. L’unico discorso che è stato finora ripetuto in maniera perfino ossessiva ha riguardato e riguarda soltanto un aspetto, e non il più importante, della complessa problematica relativa ai migranti, vale a dire la questione degli accessi. Come se la decisione di quanti possano legittimamente accedere al territorio e in esso risiedere esaurisse ogni e qualunque difficoltà. Come se – esattamente al contrario – le vere questioni di fondo non cominciassero (anziché finire) proprio dopo l’accesso. Se ne vuole una prova? Sono ormai, sulla base di stime prudenti, più di 5 milioni le persone straniere stabilmente presenti sul nostro territorio, dunque quasi il 10 % della popolazione. La loro presenza pone problemi sul piano del mercato del lavoro, dell’abitazione, dell’assistenza sanitaria, della formazione scolastica, della coesistenza religiosa, della convivenza culturale. Su tutte queste materie la Lega non ha una proposta politica che possa essere assunta come riferimento almeno relativamente coerente. Di più: sul modello di società che consegue dall’ormai inesorabile e comunque irreversibile massiccia presenza di stranieri il Carroccio è letteralmente afasico, non dice e non saprebbe dire nulla. Ne consegue un esito che potrebbe sembrare perfino paradossale, e che invece è estremamente realistico, e cioè che la forza politica che da anni si è totalmente immedesimata con un’unica tematica – quella dell’immigrazione – in realtà non ha affatto una proposta politica organica, capace di offrire risposte adeguate su quel terreno. La battuta di arresto fatta registrare dai seguaci di Bossi nel recente turno elettorale si spiega essenzialmente proprio in questi termini, con la scoperta da parte dell’elettorato del carattere del tutto retorico e ineffettuale delle posizioni leghiste in tema di immigrazione. Con l’aver capito che, sotto il vestito delle frasi ad effetto, davvero non c’era nulla. Con l’inizio dei bombardamenti sulla Libia, nel momento in cui si è concretamente verificato che anche Maroni e Zaia finivano per assumere decisioni e atteggiamenti simili a quelli di esponenti di altri partiti, il velo è stato squarciato. Si è visto che, dietro il ruggito bossiano “foera da i ball”, non c’era affatto una strategia degna di questo nome. Insomma, la Lega perisce (o, almeno, patisce) di ciò di cui finora ha ferito. Il privilegio è cessato. D’ora innanzi, anch’essa dovrà far vedere che cosa sa fare veramente come forza di governo.

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