L’assessore 

Donazzan

di Umberto Curi

L’iniziativa assunta dall’Assessore regionale all’Istruzione del Veneto, Elena Donazzan, la quale ha invitato i presidi delle scuole della regione a non divulgare nelle classi i libri di coloro che  - nel 2004 – avevano sottoscritto un appello in favore di Cesare Battisti (fra essi, il filosofo Giorgio Agamben e il premio Strega Tiziano Scarpa), è molto più grave di quanto non emerga a prima vista. Per una pluralità di motivi. Colpisce, anzitutto, l’inconsistenza logica di questa mossa, totalmente carente sul piano delle motivazioni razionali. Come alcuni fra gli stessi presidi hanno prontamente rilevato, il divieto colpirebbe infatti i libri non a causa del loro contenuto, ma solo per la volontà di “punire” i loro autori. In altre parole, non si tratterebbe di impedire che gli studenti vengano a contatto con idee sbagliate o pericolose (ammesso, e tutt’altro che concesso, che idee di qualunque tipo possano essere considerate in questi termini), ma semplicemente di condannare ad una sorta di damnatio memoriae alcuni scrittori non per ciò che hanno scritto, ma per le loro convinzioni sulla richiesta di estradizione del terrorista italiano. La cosa si presenta dunque col sapore odioso della rappresaglia, della vendetta, senza neppure un appiglio sul piano pedagogico. Se si diffondesse questa mentalità aberrante, non soltanto si dovrebbero mandare al rogo i libri di alcuni fra i massimi protagonisti della cultura del Novecento – da Celine a Martin Heidegger, da Carl Schmitt a Ezra Pound – ma si finirebbe per condizionare la circolazione di film o di cd alla preliminare verifica di quali appelli registi o cantanti abbiano sottoscritto in passato. Un follia. Un delirio. Un autentica barbarie – questa sì culturalmente non lontana dalla pseudocultura di guerra civile, alla quale si sarebbe ispirato Battisti. Ma l’intervento della Donazzan dovrebbe suscitare unanime indignazione, indipendentemente dalle posizioni politiche personali, per almeno un altro ordine di motivi. Una volta che abbia ricevuto una delega, quale è quella che le è stata conferita, l’Assessore non è, non deve essere, più un esponente di una parte politica, libero di perseguire i propri obbiettivi più o meno nobili e di coltivare le proprie antipatie. Diventa un’esponente delle istituzioni, una rappresentante di tutto intero il popolo della regione, di destra e di sinistra, e in tale veste ella dovrebbe avvertire l’obbligo di corrispondere con rigore ai suoi doveri istituzionali. Ebbene, compito di chi eserciti il referato all’istruzione è quello di operare perché cultura, aggiornamento, istruzione, formazione, si diffondano quanto più ampiamente possibile, e siano anzi rimossi gli intralci che impediscono o limitano la libera circolazione delle idee. Mentre a lei non compete affatto stabilire quali letture debbano essere fatte e quali evitate, quali libri debbano essere letti e quali invece cancellati o proibiti. Non si tratta di una sottigliezza, ma dell’interpretazione corretta di un ruolo in se stesso molto delicato, per il quale non sono possibili sbandamenti, come quello di cui ora si discute. Ma a conferire un carattere ancor più inaccettabile all’iniziativa assunta dalla Donazzan (ed esplicitamente condivisa dal “liberale” Zaia: complimenti!), vi è il ricordo ancor vivo di un episodio di circa un anno fa. Nelle vesti di Assessore all’Istruzione, l’ex esponente di AN aveva fatto stampare e distribuire in tutte le scuole, a spese dei contribuenti veneti, una ricostruzione storica del ventennio successivo al crollo del muro di Berlino redatta da un giovane laureando in storia, per pura casualità militante nell’organizzazione giovanile di AN. Era poi emerso che quel testo era in larga parte frutto di un maldestro taglia-e-incolla da alcune fonti accessibili in internet. Non risulta che l’Assessore abbia mai risposto, quanto meno in sede politica, se non in sede giudiziaria, di un uso così sconsiderato del denaro pubblico. 

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