Politica e retorica

di Umberto Curi

E’ diventato un ritornello, un mantra, una formula sacramentale. Una di quelle locuzioni il cui significato non corrisponde più a quello dei termini costituenti, ma che servono piuttosto ad evocare una emozione. Qualcosa che parla alle viscere, più che alla ragione. E’ l’espressione che, nei travagliati giorni in cui si è decisa la manovra finanziaria, abbiamo sentito costantemente ripetuta dagli esponenti della maggioranza governativa, e ripresa anche dai leader dell’opposizione, nel primo caso per rivendicare con fierezza la bontà della manovra finanziaria, nel secondo caso per criticarne con asprezza le molte iniquità. E’ l’espressione che è stata ripresa anche da alcuni governatori leghisti, come Cota in Piemonte e Zaia nel Veneto, per motivare il consenso nei confronti dei provvedimenti “romani”, pur se lesivi degli interessi di tanti cittadini dei territori da loro governati (bell’esempio di federalismo, complimenti). Per denunciare il pericolo di una rapina, di un raggiro fraudolento, di una sorta di circonvenzione di incapace. “Mettere le mani nelle tasche degli italiani” – o, meglio, “non metterle” – è la testimonianza più eloquente del degrado culturale e civile, prima ancora che strettamente politico, a cui è giunta la politica nel nostro paese. Come se la politica non consistesse proprio, nelle sue forme migliori e più compiute, nel saper “mettere le mani”. Come se la politica non sia sempre stata se non arte di prelevare risorse, per poi ridistribuirle e impiegarle, secondo gli interessi materiali e per il bene di tutta la comunità. Come se la dichiarazione solenne di Berlusconi, pedissequamente ripetuta dai suoi luogotenenti regionali, di non aver “messo le mani”, oltre al fatto di essere falsa, dovesse davvero rincuorarci, anziché allarmarci. Cos’altro dovrebbe fare la politica, se non “mettere la mani”? Cosa dovrebbe fare, se non occuparsi di ciò che il singolo cittadino da solo non è in grado di fare, e cioè provvedere agli ospedali e alle scuole, alle strade e ai servizi pubblici, alla previdenza sociale e all’assistenza? E  come agire in questa direzione, se non attingendo a risorse della comunità per conseguire finalità che riguardino tutta la comunità? E per quale ragione un governante dovrebbe menare vanto di non “mettere le mani”, e cioè di non fare il proprio dovere, di non assolvere ai propri compiti? Fra tutti, è questo il vero e proprio capolavoro dell’ingannevole retorica berlusconiana: far passare per un merito, quello che è in realtà un grande difetto; accreditare come segno di rispetto, la colpevole negligenza delle proprie responsabilità; far credere di essere solleciti degli interessi dei cittadini, proprio nel momento in cui essi vengono di fatto calpestati. Storicamente e concettualmente, nel suo più specifico statuto, la politica altro non è stata se non la capacità di raccogliere e destinare per esigenze comuni le risorse necessarie alla vita della collettività. E’ stata – e dovrebbe continuare ad essere – arte di “mettere le mani”. Dovremmo essere consapevoli dell’inganno, o della menzogna, di chi dice di non farlo. Delle due l’una: o mente, e non vi è cosa peggiore di personaggi investititi di responsabilità di governo i quali non dicano la verità ai governati. Ovvero dice la verità, e allora non è degno di restare in un posto che implica per l’appunto la capacità di prelevare e poi redistribuire con equità ciò che serve alla comunità.  Con equità - il che vuol dire in proporzione - nel prelievo; e con obbiettivi condivisi nell’impiego, il che vuol dire senza sprechi, mazzette o tangenti. L’esatto opposto di quanto sta accadendo in questo sfortunato paese.

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