Il Partito Democratico

fra politica e antipolitica

di Umberto Curi

 

 

Certamente legittimo, oltre condivisibile, l’entusiasmo col quale è stato generalmente accolto l’esito delle elezioni primarie, dalle quali è nato il nuovo Partito democratico. Come è stato da più parti già sottolineato, infatti, un’esperienza di questo genere non ha riscontri paragonabili, nella storia italiana o in quella di altri paesi. Al di là dei dati quantitativi relativi alla partecipazione, che sono comunque davvero impressionanti, colpiscono alcuni aspetti qualitativi, come l’accesso al voto dei giovani sedicenni, o dei lavoratori immigrati, la composizione delle liste, col rigoroso rispetto delle pari opportunità fra uomini e donne, lo slancio col quale decine di migliaia di volontari hanno impiegato la loro intera domenica, e alcune ore della notte, per rendere possibile una consultazione così ampia, la composta determinazione di tanti cittadini, disposti a sobbarcarsi lunghe file di attesa pur di poter esprimere il loro voto, il clima composto, pacifico, ma anche serio e determinato, nel quale si è svolta la consultazione. Alzi la mano chi possa vantare qualcosa di anche lontanamente paragonabile.

D’altra parte, una volta concesso all’emotività ciò che è giusto riconoscere, si impone ora la necessità di formulare anche un più freddo giudizio politico, non più sul percorso che ha condotto a questo importante atto iniziale, ma su ciò che ora attende la nuova formazione politica. Questo ragionamento – necessario in termini generali – è poi tanto più importante in relazione al Nord del paese, dove il Pd si troverà fin da subito ad affrontare problemi di grande delicatezza e complessità. Il primo: nelle regioni settentrionali, come e più che altrove, si tratterà anzitutto di ricomporre le tensioni che la campagna delle primarie ha certamente creato fra le diverse componenti e i seguaci dei tre maggiori candidati. Il fatto che Rosy Bindi abbia fatto segnare soprattutto nel Veneto un risultato che è quasi il doppio della media nazionale, lascia intendere quanto importante sia ricucire l’unità interna del partito, evitando in particolare la cristallizzazione in correnti degli schieramenti espressi in occasione delle primarie.

Connesso a questo problema, vi è un secondo aspetto, anch’esso legato alla storia e alla peculiare identità politica di queste zone del paese. Le primarie, al di là di ogni altra valutazione, hanno chiaramente mostrato la presenza e l’esigenza di rappresentanza di settori di popolazione non riconducibili a nessuno dei due partiti fondatori. Quel milione e più di elettori eccedenti, rispetto alle più ottimistiche previsioni degli esponenti politici dei DS e della Margherita, vengono fuori proprio da una mobilitazione senza precedenti della società civile. Provengono, in particolare, da quel mondo del volontariato, da anni in prima fila nella pratica di una concreta e silenziosa solidarietà sociale, che soprattutto nel Nord si esprime con una vera miriade di associazioni e di strutture più o meno informali. Questi soggetti si sono affacciati direttamente sulla scena politica, spiazzando ogni calcolo partitico, in occasione delle primarie. Essi esigono ora che questa loro discesa in campo non venga soltanto strumentalizzata per esibire le cifre di una partecipazione sbalorditiva, ma si traduca in un preciso impegno a riconoscere piena cittadinanza nel nuovo partito alle istanze di cui essi sono portatori. Dimenticare questo aspetto davvero fondamentale, equivarrebbe infallibilmente a condannare il Pd ad un rapido processo di involuzione e infine di marginalizzazione.

L’ultima questione è, come spesso accade, forse la più importante, anche se qui si potrà soltanto accennarla. Nell’Italia settentrionale, dove il centrosinistra registra le difficoltà più consistenti, la questione politica principe per il Pd sarà, a partire da “domani”, il tema delle alleanze. Proporsi quale obbiettivo una rimonta rispetto all’esito catastrofico delle elezioni amministrative, vuol dire inevitabilmente misurarsi con l’inclinazione di un elettorato che regala da anni al centrodestra uno scarto che raggiunge talora i venti punti in percentuale. Di qui il comprensibile obbiettivo di disarticolare il blocco conservatore da decenni al potere, scomponendone gli elementi, attraendo alcuni di essi in una prospettiva programmatica alternativa. In termini teorici, tutto ciò è comprensibile. Ma a patto che questa strategia, più direttamente attinente al piano della “manovra” politica, non passi attraverso la svendita di ideali e princìpi che sono e restano non negoziabili. Per essi si sono mobilitati migliaia di cittadini. Tradire la genuinità e la limpidezza delle loro scelte, pasticciando con accordi politici sottobanco, o venendo a patti con forse politiche incompatibili, vorrebbe dire dilapidare delittuosamente un patrimonio di consensi davvero straordinario.

Per dirla, come è necessario, fuori dai denti: assodato che, come ogni altra formazione politica, anche il Pd dovrà puntare non ad una presenza di semplice testimonianza, ma a conseguire risultati tangibili sul piano della conquista del potere, il punto delicato e decisivo è quello che riguarda l’individuazione del percorso e degli strumenti per raggiungere questo obbiettivo. Da più parti, all’interno del nuovo partito, sono provenuti segnali che indicano in accordi con la Lega Nord la strategia per rovesciare il rapporto di forze con il centrodestra. Ove fosse realizzata, una scelta di questo genere sarebbe esiziale, non soltanto per la credibilità del nuovo soggetto politico, ma più in generale per le future prospettive di governo del paese. Le masse di cittadini che hanno fatto la fila per esprimere il loro sostegno sono state spinte anche dalla speranza di essere rappresentati da esponenti politici diversi da Gentilini e Calderoli. Non si riconoscono negli eleganti slogan di chi vorrebbe la “pulizia etnica per i culattoni”, o di chi vorrebbe ributtare in mare gli immigrati giunti a Lampedusa, o di chi proclama il “maiale day” in odio ai musulmani. Non si può chiedere a queste persone per bene di andare a braccetto con un ceto politico moralmente e culturalmente, prima ancora che politicamente, impresentabile. Se è vero – e deve esserlo – che l’obbiettivo principale del Pd è agire come forza capace di risanare il sistema politico nel suo complesso, andando nettamente al di là dei metodi e dei limiti della politica tradizionale, e dunque dello sgangherato pseudomachiavellismo del fine che giustifica qualunque mezzo, la scelta di un’alleanza con la Lega Nord rappresenterebbe una contraddizione mortale per le alte finalità che si vorrebbero perseguire.

Tutto ciò riporta ad una questione di fondo, alla quale c’è da sperare che Walter Veltroni sappia riservare la dovuta attenzione. Ripensando al percorso seguìto negli ultimi mesi, e in maniera particolare alla repentina accelerazione che vi è stata nella procedura per l’investitura del nuovo segretario, risulta evidente che una opzione di questo genere è scaturita in larga misura dal crollo verticale dell’attendibilità della politica in quanto tale, emerso con evidenza in questi ultimi mesi. La diffusione dell’antipolitica non è un’invenzione giornalistica. Corrisponde ad un sentire sempre più condiviso, ad un rifiuto montante, alimentato dalle notizie che emergono quasi quotidianamente, e che non risparmiano nessuno dei partiti al governo, giungendo a lambire anche personaggi ritenuti insospettabili. Come ormai si è capito, puntare su Veltroni, e procedere immediatamente alla sua investitura, è stato anche un modo per orientare la pubblica opinione sulla promessa di una palingenesi, scommettere sul futuro, in modo da far passare in secondo piano le miserie dell’oggi. Di qui anche l’enfasi sulla pretesa “anomalia” del candidato leader, il meno politico fra gli aspiranti, quello che più di ogni altro sembra lontano dallo stile e da contenuti della politica tradizionale. Insomma, un personaggio “antipolitico” per rispondere alla crisi della politica.

D’altra parte – e in ciò un’aporia potenzialmente esplosiva – al candidato fra tutti meno connotato politicamente, più vicino anzi all’immagine dell’uomo comune, lontano dai riti e dai giochi della politica, ciò che si richiede, soprattutto per il Nord, non è affatto un indebolimento della politica, ma esattamente al contrario una politica che, pur entro alcuni limiti ben definiti, sviluppi pienamente la sua azione. Si richiedono interventi tempestivi per le grandi infrastrutture, per il sistema delle comunicazioni, per la sicurezza delle città, per il rilancio di un’economia ancora convalescente. In altre parole, si chiede politica, e talora anche “grande politica”, ad un personaggio che intende invece far leva su caratteristiche che lo apparentano piuttosto alla negazione della politica.  Di più: si chiede ad un esponente in ogni senso romano, cresciuto politicamente in un contesto centralistico, di agire in favore di un’organizzazione federale del nuovo partito, all’insegna di una forte autonomia delle “periferie” dal centro romano. Insomma, un bel problema, se non proprio una contraddizione. Sul modo in cui questo nodo verrà affrontato, si gioca gran parte delle possibilità di successo del Partito Democratico.

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