Fede, etica, politica: deduttivismo lineare?

di Giovanni Invitto

Una domanda radicale potrebbe chiedere se il messaggio cristiano sia di per sé un’etica o se, invece, non sia un messaggio di fede compatibile con varie culture e con varie concezioni etiche, anche se non si può contestare ad una religione di riferirsi ad un quadro di valori, anche se questo quadro, all’interno della stessa confessione, si modifica con il tempo. Quello che venne definito  “gesuita proibito”, Teilhard de Chardin, parlò di una “evoluzione” dell’etica cristiana, cioè del progressivo modificarsi nel tempo dei valori di riferimento.

Questo non vuol dire giungere a compromessi con i fenomeni nuovi che le epoche presentano né un relativismo morale assoluto. Richiede invece al credente un approfondimento della Parola che va letta e applicata nel tempo. Ciò che nel medioevo rendeva legittime per la Chiesa le guerre di religione oggi trova nella Chiesa cattolica un’importante demistificatrice delle coperture ideologiche e religiose delle violenze belliche. “Non in mio Nome” è qualcosa di più di uno slogan: è l’essenza dell’attuale messaggio della cattolicità militante.

Un altro elemento di valutazione è costituito dal fatto che le posizioni etiche, conservatrici o innovative che siano, non sono patrimonio esclusivo dei cattolici. Su molte posizioni di etica proposte da settori, anche ufficiali, del cattolicesimo vedemmo convergere il laico Bobbio. Sulle questioni radicali oramai la divisione non è più sulla base della confessione, per quanto il magistero e la gerarchia abbiano il compito istituzionale di orientare le coscienze. Ma le “élite profetiche”, come le chiamava Jacques Maritain, sono sempre esistite, come sono sempre esistiti, nella cattolicità, i massimalismi conservatori, se non reazionari. Il dibattito è se ancora la politica debba essere una politica “integralista”, cioè trasferimento immediato delle proprie credenze di fede in una ideologia monolitica che riguardi il governo della cosa pubblica e le istituzioni. 

Nel primi due decenni del Novecento, il prete Luigi Sturzo, nel fondare il suo Partito Popolare, rifiutò dichiaratamente di mettervi nel nome l’aggettivo “cattolico” o “cristiano”, affermando che una cosa è la fede, una cosa è la politica: e non vanno confuse né mescolate. Da questo punto di vista, la posizione del sacerdote siciliano era più moderna di quella che oltre vent’anni dopo, anche se in un contesto storico diverso, fece chiamare “cristiano” un nuovo partito.

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