I rischi di una politica “troppo vicina” alla ‘ggente’: avviso ai naviganti verso una struttura federale dei partiti.

di Eugenio Mazzarella

Nelle sabbie mobili della ormai troppo lunga “transizione incompiuta” della politica italiana il tentativo del Partito Democratico avviato dai Ds e dai Dl vorrebbe essere il nocciolo duro di una riaggregazione già a livello partito dell’affannato bipolarismo italiano, fin qui non andato oltre coalizioni tenute insieme più dalla necessità di fare “cartello elettorale” contro gli avversari che da coerenze programmatiche o ideali. Non sarà una grande idea, ma è l’unica idea nuova sul mercato politico italiano, e già lo prova il fatto che anche il centrodestra dovrà mettere su qualcosa di analogo, se il progetto andrà avanti. E che il progetto sia calato “dall’alto”, sarà pure un punto di debolezza, segnalato in modo talora strumentale a difendere consolidate rendite politiche di frammentazione partitica, ma è più ancora un punto di necessità, data l’impasse generale del sistema, irriformabile “dal basso”.

D’altro la crisi etico-politica in cui si è impantanata la Seconda repubblica, incapace di raggiungere una leggibile fisionomia istituzionale, impone che qualcosa si muova, prima che tutto venga giù, come da non pochi segnali, ultimo lo sgangherato dibattito al Senato sul caso Visco, autorevolissime voci cominciano a temere. A fare sintesi sul tema, ci ha pensato al solito la lucidità del Presidente della Repubblica, che ha segnalato ai duellanti nel guado-pantano della politica italiana, che è tempo che ci si ponga il problema dei “costi della politica”.

Non è male ricordare che sui “costi della politica”, come costi fuori bilancio venuti fuori con Tangentopoli, è naufragata la Prima repubblica. Non ci si illuda che ci sia meno rischio di naufragio oggi, che i costi della politica magari sono direttamente esposti a bilancio nell’elefantiasi della struttura della rappresentanza politica italiana, ma non ci evitano neppure quelli fuori bilancio in stile tangentopoli, come mostrano cronache politiche ed economiche ormai stabilmente resocontate nelle pagine giudiziarie. Al Nord tengono banco, da anni, grandi scandali politico-finanziari in cui la politica appare ben più coinvolta che nell’affrontare i malesseri della cosiddetta questione settentrionale. Al Sud, tutto si gioca come al solito attorno alla rendita che il ceto politico stacca amministrando la spesa pubblica, e disamministrando il territorio. Ne emerge l’evidenza di un’infezione morale endemicamente diffusa nell’esercizio della rappresentanza politica in Italia; e a naso sembra l’unico elemento bipartisan effettivamente acquisito dal sistema politico italiano.

Ma può un sistema politico moderno, dove l’esercizio politico è destinato a d essere in grandissima parte la weberiana “politica come amministrazione”, essere infetto in così larga misura da questo miscuglio esplosivo di omissione riformatrice, impotenza istituzionale, inefficienza, quando non corruzione e malversazione? Non può. Possono i “pubblici uffici” della politica essere tanto spesso le tolde di comando di strategie puramente predatorie di gruppi e di individui a danno del bene comune e dell’interesse generale? Non possono.

Gli argomenti della democrazia come sistema politico pieno di difetti, ma senza alternative migliori, e il presunto lavacro del consenso elettorale ad ogni inadempienza e ad ogni misfatto, sono ormai chiacchiere pericolose. In questo contesto di infezione diffusa del ceto politico, spesso del tutto coerente all’infezione sociale sui territori di riferimento, può diventare persino preoccupante lo scenario di una costruzione “federale” del bipartitismo italiano, verso cui spinge il costituendo Partito Democratico.

La domanda che diventa angosciante è: una spinta alla costituzione federale dei partiti politici esalterà i pregi o i difetti di un ceto politico territoriale? Ne favorirà il consolidamento oligarchico, sommandosi pericolosissimamente agli egoismi territoriali endogeni, o innesterà un circuito più virtuoso tra la società e i suoi rappresentanti? Senza neanche entrare nel merito di quanto debba questa scelta federalista che si profila nel sistema partitico italiano al tentativo di rafforzare l’elusione su base regionale di soglie di sbarramento elettorali a livello nazionale, proprio questa prospettiva “federale” della rappresentanza politica italiana, rende ancora più urgente porre riparo all’abbassamento pauroso della qualità del ceto politico-amministrativo.

E questo è tanto più necessario, in quanto l’orientamento federativo del costituendo Partito Democratico si inscrive e si somma a una tendenza di lungo periodo della politica italiana. E questa tendenza è la spinta all’autonomia regionale e locale della politica, sia sul piano legislativo che amministrativo, realizzata in questi decenni, che ha certo portato la politica più vicino ai cittadini, come si dice, ma l’ha anche più esposta al circolo vizioso dello scambio di interessi, nudo e crudo, tra amministratori e amministrati. Senza che questa deriva trovasse uno schermo in garanzie procedurali per l’accesso e la permanenza in politica, e tanto meno nell’eticità concreta, e nella responsabilità, dei ceti dirigenti. Con il che una politica che più che amministrare spesso appare vivere di amministrazione, risulta dalle cronache sempre più   inquinata da pratiche di costruzione del consenso – su cui costruisce le proprie fortune – che hanno sempre più a che fare con il codice penale e sempre meno con i principi di equità e correttezza di una pubblica amministrazione decente.

La situazione è aggravata da una crisi per certi aspetti fuori controllo dei partiti, ormai in molti loro comportamenti ridotti ad agenzie di collocamento nella pubblica amministrazione e nel tessuto della rappresentanza istituzionale di soggetti che vivono o aspirano a vivere di politica, e non per la politica, di soggetti che si servono cioè della politica, mentre a chiacchiere dicono di servirla. E da una sciagurata legge elettorale che di fatto consente al ceto politico che ha raggiunto i vertici di non far scalare le proprie posizioni di rendita politica in una competizione elettorale effettivamente aperta, rendendosi praticamente inamovibile.

Il rischio insomma è che una struttura “federale” dei partiti a vocazione nazionale più che una soluzione ai problemi del sistema italiano dei partiti finisca per rappresentare un’ulteriore aspetto del problema, e una elusione delle ragioni vere della crisi, sommando clientelismi locali ulteriormente rafforzati ad impotenze senza progetto della politica nazionale. Cosa fare dunque?

Quello che in concreto si potrebbe fare, al di là di prediche inutili, è una drastica riduzione della rappresentanza politica a tutti i livelli, e dei costi che questa elefantiasi rappresentativa comporta. Il “non rubare” come imperativo etico della politica, ha due aspetti. Uno soggettivo, legato alla puntuale malversazione di un singolo o di un gruppo, e di questo se ne occupa di norma la magistratura. Uno oggettivo, cioè collettivo e strutturale, quando il rapporto costi-benefici delle istituzioni politiche contribuisca a “far saltare i conti” di un paese, a tenerlo fermo, ad affossarlo. Di questo aspetto oggettivo del “non rubare” in politica, come sottrazione di risorse al presente e al futuro del paese, è la politica che se ne deve occupare. Su questo terreno ogni altra forma di supplenza, che venga dalla magistratura o da derive dell’antipolitica, rischia di essere esiziale.

In un’azienda paese efficiente, se l’Italia lo vuol essere, il ‘comparto’ politico-amministrativo potrebbe benissimo essere ridotto alla metà e persino ad un terzo di quello che è; il che renderebbe meno oneroso il sistema, recuperando risorse da investire sui territori, e più efficace la selezione, per competizione interna e giudizio esterno su meno soggetti, del ceto politico. Anche un sistema elettorale centrato su collegi uninominali, dove le forze politiche più responsabili non avranno più alibi ad eludere un controllo di qualità alla fonte dei nomi, in minor numero, da proporre all’elettorato, potrebbe essere uno strumento di necessaria chirurgia moralizzatrice del sistema della rappresentanza.

Ma un punto è certo. Un’iniziativa di questo tenore non può che venire dai piani alti del sistema: il corpaccione malato del ceto politico italiano di sua volontà ad una drastica cura dimagrante con effetti moralizzatori non si sottoporrà mai. Se il Partito Democratico è un modo per cominciare a raccogliere questa sfida, ben venga. Se no, sarà solo un buco nell’acqua, e magari un ennesimo sovracosto della politica italiana, un’agenzia di collocamento di troppi aspiranti leader.

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