Il liberalismo politico e quello economico 

di Elio Matassi

Il Manifesto dei valori del Partito Democratico prende correttamente le distanze da una visione che circoscrive i suoi confini entro l’esclusivo ambito del liberalismo politico; non si può infatti sottovalutare il fatto che il liberalismo, prima di essere una dottrina politica, ha una vocazione economica, che aspira a fare del paradigma del mercato autoregolatore il modello di tutti i fatti sociali. Quello che viene definito ‘liberalismo politico’ non è null’altro se non una modalità di applicare alla vita politica principi dedotti da questa dottrina economica, che tende a restringere, limitandola il più possibile, la sfera e la funzione del politico.

Il liberalismo si presenta sostanzialmente come una dottrina che si fonda su un’antropologia di stampo prettamente individualistico, in altri termini, una dottrina che poggia le sue fondamenta su una concezione dell’uomo interpretato come un essere non-sociale. In virtù di ciò non sarà più l’insieme sociale ad avere la priorità, bensì esclusivamente degli individui titolari di diritti individuali, legati l’uno all’altro da contratti razionali interessati. L’individuo viene concepito come un’unità monadica puramente autoreferenziale, mentre la società, non contemplando più in alcun modo alcuna priorità ontologica, finisce col diventare una datità irriducibile cui si chiede di non contrastare le esigenze di libertà. 

Individuo e mercato costituiscono, dunque, le due colonne della nuova visione del mondo che si sostengono a vicenda. Con il liberalismo, aggiunge Louis Dumont in Homo hierarchicus, l’individuo diventa “quasi sacro, assoluto, nulla esiste al di sopra delle sue legittime esigenze; i suoi diritti sono limitati soltanto dagli identici diritti degli altri individui. Una monade, insomma, ed ogni gruppo umano è costituito da monadi di questo tipo senza che il problema dell’armonia tra di esse si ponga minimamente al senso comune”. Facile dedurre le conseguenze: “Ogni uomo, in quanto individuo, incarna in certo qual modo l’umanità intera, è la misura di ogni cosa (in un senso pieno del tutto nuovo). Il regno dei fini coincide con i  fini legittimi di ogni uomo e così i valori si rovesciano. Ciò che si continua a chiamare ‘società’ diventa il mezzo, la vita di ciascuno è il fine. Ontologicamente la società non esiste più, è solo un dato irriducibile a cui si chiede di non contrariare le esigenze di libertà ed uguaglianza”. 

Nella mitologia liberale Stato e mercato sono sempre stati messi in competizione ed in opposizione, anche se è interessante osservare che in modo particolare in Francia, ma anche in Spagna, il mercato non si costituisca in alcun modo contro lo Stato nazionale, quanto piuttosto grazie ad esso. Stato e mercato nascono insieme e progrediscono allo stesso passo, con il primo che crea il secondo nello stesso momento in cui si istituisce. Uno dei pensatori più spregiudicati della contemporaneità, da iscriversi nell’area della filosofia sociale, Karl Polanyi, ha insistito molto ne La grande trasformazione sulla “natura assolutamente inedita di tale avventura nella storia del genere umano”, sull’eccezionalità piuttosto che sulla normalità della nostra organizzazione sociale, sul carattere del tutto artificioso e per nulla naturale del nostro tipo di mercato, che va molto al di là della semplice sfera economica, dettando perfino le forme e le regole della vita sociale e politica.

A tale mitologia ultraindividuale si accompagna una fede cieca nel mito di un progresso incessante, che rimuove completamente quello che rappresenta la grandiosa immagine dell’Angelo di Klee nella nona tesi sul concetto di storia di Walter Benjamin. Questo angelo che, come annota qualcuno molto sottilmente, “sigla il nostro secolo con un segno indelebile”, presume, sempre secondo Benjamin, “il viso rivolto al passato. Là dove a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che chiamiamo progresso, è questa tempesta”. 

Possiamo ancora in maniera plausibile chiamarci ‘progressisti’ dopo quest’immagine suggestiva di Walter Benjamin? Possiamo credere ciecamente in un paradigma di tempo lineare-progressivo, che dal passato procede in avanti verso il domani, in una concatenazione sequenziale degli eventi puramente ottimistica, presumendo sempre e comunque che il futuro debba essere migliore del presente? Non è forse venuto il momento storico di rinunciare a tale semplificatoria pregiudiziale con tutto ciò che essa ovviamente comporta? 

In ultima analisi sono due le coordinate culturali da cui congedarsi: l’atomismo individualistico ed un progressismo di maniera, vacuo e privo di qualsiasi riscontro effettivo, senza per questo cadere necessariamente nell’antimodernismo e nel pensiero ‘reazionario’. Un’autentica rivoluzione culturale che il Partito Democratico deve intraprendere in primo luogo contro alcuni dei suoi miti di riferimento filosofico-culturali; in secondo, investendo di una rivoluzione culturale di altrettanta efficacia tutto il sistema formativo primario e secondario, ancora permeato dalla pregiudiziale neoidealistica, fortemente osteggiata dalle élites intellettuali, ma largamente presente e stratificata nella forma mentis della stragrande maggioranza di coloro che sono preposti alla formazione. 

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