La democrazia digitale 

 

di Elio Matassi

Nell’ultima parte del suo libro, Presi nella rete. La mente ai tempi del web, Raffaele Simone s’interroga su quella che definisce ‘democrazia digitale’.

Tutta la modernità è stata contrassegnata dal rapporto stringente che la politica ha contratto con i media. Esempi particolarmente significativi possono essere considerati i grandi regimi totalitari del Novecento, nazismo e fascismo, che, per procacciarsi consenso, utilizzarono i media del momento, la radio e il cinema; anche lo stalinismo adoperò la radio allo stesso fine, sfruttandone la capacità specifica di diffondere istantaneamente messaggi su territori di proporzioni vastissime.

L’avvento della televisione ha generato addirittura quella forma di “populismo mediatico” con cui abbiamo convissuto negli ultimi vent’anni del nostro scenario nazionale. Un primo strappo decisivo a tale sistema è stato fornito dalle ultime presidenziali statunitensi, segnando il ruolo minoritario della televisione, decisivo invece per sfide di altre epoche storiche, si pensi in particolare a quella tra Kennedy e Nixon;  invece, un ruolo determinante lo ha svolto il “movimentismo reticolare” nel successo di Barack Obama, per diventare poi addirittura protagonista fra il 2010 e 2012 nei Paesi arabi del Mediterraneo (Algeria, Egitto, Siria, Libia), dove l’obiettivo era in modo particolare politico.

In alcuni casi, si sono raggiunti anche risultati drastici: il rovesciamento e la cacciata di Ben-Alì in Tunisia e di Mubarak in Egitto (2010 e 2011), il rovesciamento e l’eliminazione di Gheddafi in Libia (2011) e poi la progressiva destabilizzazione inflitta al regime dittatoriale di Assad in Siria (2011 e 2012). Sequenza che raggiunge il suo apice nei moti londinesi del 2011. Altre analoghe forme di manifestazioni si sono avute in Spagna, in Italia, negli Stati Uniti, tra l’agosto e la fine del 2011, fenomeno verificatosi anche in Russia, dove centinaia di migliaia di persone, per la prima volta nella storia, convocandosi per posta elettronica o telefonino, cominciarono a manifestare contro i risultati delle elezioni politiche, anche a rischio di tremende repressioni.

Nello scenario nazionale, il movimentismo reticolare ha prodotto lo straordinario successo del Movimento 5 stelle alle recentissime amministrative, un successo crescente, stando agli ultimi sondaggi, che vedrebbe il movimento di Grillo attestarsi intorno al 20 per cento, diventando, dopo il Pd, il secondo Partito italiano.

Il nodo della questione su cui riflettere sta proprio su questo aspetto della nostra vita politica nazionale, che non può essere ricusato, definendolo in maniera semplificatoria “antipolitica”, in quanto mette in questione tutte le mediazioni istituzionali della democrazia rappresentativa e, in primo luogo, quella della forma Partito, in una crisi sempre più irreversibile.

Sul piano internazionale e nazionale, il movimentismo reticolare sembra essere la risposta più immediata, una sorta di autodifesa spontanea alla globalizzazione economica, sempre più invasiva, e alle crisi finanziarie che negli ultimi anni stanno destabilizzando tutta la zona euro e, in particolare, i Paesi mediterranei, Grecia, Spagna, Portogallo, Italia.

Si tratta di un movimento d’opinione trasversale che è fondamentale interpretare e canalizzare costruttivamente per la salvezza e l’avvenire della stessa democrazia rappresentativa. È un compito storico che il Partito democratico non può più eludere, trincerandosi nel limbo di un governo tecnico, molto lontano dai problemi del Paese reale. 

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