I beni comuni, la democrazia partecipativa e il ruolo del PD

di Elio Matassi

Il bene comune è ritornato di prepotente attualità nel dibattito pubblico contemporaneo per indicare una dimensione-condizione che, non appartenendo né al privato né al pubblico, viene prima e va ben al di là della contrapposizione privato/pubblico, pubblico/privato. Un ritorno, quello del bene comune, che sposta completamente il problema dei due, potremmo definirli, ‘automatismi impersonali’, il mercato (ossia il privato), lo Stato, che copre, invece l’area del pubblico. 

I beni comuni introducono un’altra prospettiva che può essere tradotta nella formula adottata in un recentissimo libro di Ugo Mattei, Beni comuni. Un manifesto: “meno stato, meno proprietà privata, più beni comuni”, formula attraverso cui viene riattivata la democrazia partecipativa delle comunità, dando loro nuovo impulso sia nei confronti del mercato, sia nei riguardi dello Stato.

La tematica dei beni comuni presume un modello di Gemeinschaft, di comunità che non ha nulla a che vedere con il concetto prospettato nel volume di Ferdinand Toennies  del1887 (Gemeischaft und Gesellschaft), ossia una forma comunitaria radicata sul modello familiare e fondata sul sentimento di appartenenza, il che la rende un sistema chiuso, mentre la società moderna (Gesellschaft), costituita sullo scambio razionale si propone come sistema aperto.

Le comunità di cui oggi abbiamo bisogno possono e devono essere circuiti sociali aperti, che addensano al loro interno persone e gruppi attratti da significati e mete simili e integrabili e che partecipano con convinzione a questa esperienza di azione collettiva, sentendosi impegnati, prima ancora che contrattualmente, eticamente a perseguire il fine condiviso.

Un ritorno dell’etica, dello spirito di un’etica pubblica parallelo a un ritorno della democrazia partecipativa e di una dimensione coerenti con questo impianto, come il bene comune. Una problematica che la filosofia moderna e contemporanea, da Immanuel Kant fino a Jean Luc Nancy, ha cercato di delineare, approfondendone lo spessore in più direzioni di ricerca.

Sul fronte esattamente contrapposto può essere collocato il frontespizio del Leviatano di Hobbes, apparso per la prima volta nel 1651, dove l’incisione che rappresenta il gigantesco corpo del mostruoso diventa l’icona del principio ontologico  fondato sulla costrizione e sulla staticità dei corpi degli esseri umani, requisito decisivo per l’affermazione dello Stato moderno. Uno dei geografi più avvertiti,  come Franco Farinelli, definisce questa incisione “il principio di realtà sufficiente”, in altri termini, il rovesciamento prospettico per il quale la rappresentazione cartografica, il disegno topografico prendono il sopravvento sui processi reali e sui beni comuni. 

I beni comuni lacerano in maniera irreversibile, come ha dimostrato Raihnardt Brandt in una lettura penetrante dell’incisione, contenuta in un libro concernente le interpretazioni delle immagini-quadro, filosoficamente eminenti della nostra tradizione, il totalitarismo autoreferenziale di una sovranità concepita solo quale costrizione-imposizione.

I beni comuni introducono dunque una variabile rilevante che prelude al ritorno di interesse per la democrazia partecipativa, l’unica dimensione della democrazia che possa rivitalizzare quella della democrazia rappresentativa, ormai alla deriva nella sua estenuazione.

Si apre uno spazio politico molto ampio, uno spazio che non può essere lasciato al volontarismo del movimento Cinque Stelle –  privo, come ha osservato più di un politologo, di qualsiasi capacità propositiva – e che dovrà essere invece riempito dal PD, di un partito nuovo e moderno che sappia finalmente realizzare, portandolo a compimento, quanto già implicito nell’aggettivo scelto per la propria denominazione, appunto ‘democratico’, affinché non rimanga un vago nominalismo. 

Allo stadio attuale, quando la stratificata galassia del centro e della destra sta cercando di riorganizzarsi, il Partito Democratico – non a caso l’ultimo partito nato nello scenario nazionale contemporaneo – dovrà essere in grado di costruire un progetto di ampio respiro, fondato sul rilancio dei beni comuni e di unire le forze del nuovo centro con quelle della sinistra, una sintesi che il PD esprime sin dal suo atto di nascita come vocazione politica specifica. Un processo complesso e controverso che non può non essere gestito dal Partito Democratico.

Il governo dell’emergenza nazionale, il governo Monti, è la registrazione compiuta di quella che può essere definita la “democrazia dello spread”, che rischia di far crollare il sistema-Europa nel suo insieme. 

Il primo turno delle presidenziali francesi e il vantaggio di Hollande può aprire scenari ad oggi impensati e capovolgere la prospettiva di un asse franco-tedesco, rigidamente concepito nella difesa di uno status quo economico solo apparente, che sta alimentando in maniera esponenziale le disuguaglianze e la distruzione di una parte rilevante dei beni comuni, per esempio quella rappresentata dalla scuola, dall’Università, e, in modo particolare, dal comparto dei saperi umanistici. 

Bisogna assolutamente superar la tesi, molto ingenua, secondo cui lo sviluppo non riprende per esclusiva responsabilità dello shock finanziario. In presenza di regole e poteri collettanei sempre meno efficaci, il potere economico europeo tenta di costruire un’azione politica impostata sostanzialmente  sul breve periodo, scegliendo, come invece si dovrebbe fare ormai tempestivamente, di non investire sul futuro. L’effetto di questa “implosione sul presente”, quella che in altri editoriali ho definito la ‘presentificazione della realtà’, è devastante proprio rispetto alla spesa per i beni comuni, ossia beni, quali quelli del sistema universitario-scolastico e beni culturali che, pur essendo alla base dello sviluppo attuale, non rispondono a obiettivi di breve periodo. Una cesura gravissima tra presente e futuro che rischia di diventare il suicidio politico-culturale dell’Europa e, in particolare, dell’Italia.

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