Crisi finanziaria, crisi sistemico-politica, crisi etica

di Elio Matassi

La situazione economico-finanziaria e, parallelamente quella politica sono precipitate, nel nostro paese, nel corso degli ultimi mesi. Il blocco neopopulista al potere, dinanzi ad una crisi di portata epocale ,dimostra tutta la propria inadeguatezza sul piano delle risposte, in primo luogo economiche e, in secondo, sul piano strettamente politico.

Il blocco neopopulista al governo del nostro paese ricusa pregiudizialmente anche solo la possibilità di adottare quel minimale principio di redistribuzione, legato all’adozione della patrimoniale : in un paese come l’Italia dove l’evasione fiscale ha ormai raggiunto vertici insostenibili, (si tratta circa di 120 miliardi di  euro all’anno, per intenderci quasi il doppio delle due manovre devastanti effettuate nel corso dell’estate), il rifiuto di un tale strumento di redistribuzione assume le sembianze di una autentica provocazione sociale.

Non bisogna essere né progressisti né rivoluzionari per l’adozione di un simile provvedimento,basta un qualsiasi conservatore illuminato, animato dal semplice buon senso (basterebbe ricordare le dichiarazioni in proposito di Luca di Montezemolo).

Negli ultimi giorni la crisi si è ulteriormente radicalizzata con degli autentici dikat, espressi dalla Comunità europea e dalla Banca centrale, dinanzi a cui il blocco nepopulista sta addirittura implodendo, avvitandosi sulla difesa di se stesso senza alcuna risposta precisa e senza l’ assunzione di impegni rigorosi.

Dinanzi ai segnali,ormai evidenti di scollamento del blocco neopopulista,il Partito Democratico sembra aver intrapreso la scelta,a mio avviso corretta, almeno in prima istanza,della salvezza e della ricostruzione nazionale. Da qui la scelta, altrettanto corretta, di porre sul tappeto il problema di una larghissima alleanza di forze che vada dal Terzo Polo (Casini, Fini, Rutelli )fino alle altre forze di sinistra rappresentate da Di Pietro e Vendola.

Di fronte all’ormai drammatico disfacimento del tessuto istituzionale nazionale, è necessaria, almeno in un primo momento di ricostruzione, il coinvolgimento, al di là delle distinzioni politiche, di tutte le forze autenticamente responsabili.

E’ venuto il momento per il Partito Democratico di assumere quella posizione ‘centrale’ tra la rappresentanza del Terzo Polo e quelle della Sinistra, una responsabilità al contempo politica e nazionale cui il Partito Democratico non può in alcun modo sottrarsi.

Il tentativo di unire forze di estrazione diversa deve essere compiuto in un momento storico decisivo che rischia di travolgere l’Italia in una crisi irreversibile. Se questo non sarà possibile per l’autoesclusione di alcuni, allora, in subordine, si potrà adottare la linea di una unione più circoscritta. 

Queste sono semplici riflessioni immediate, dettate dalla urgenza drammatica degli eventi succedutisi nelle ultime settimane. Ma per una rivista come la nostra che ha anche ambizioni teoriche e che auspica di contestualizzare il presente storico alla luce di esse, non posso esimermi di inoltrarmi in una prospettiva più generale, che merita altrettanta attenzione. 

La crisi che attraversa nella contemporaneità tutto l’Occidente, dagli Stati Uniti all’Europa e che rischia di devastare paesi più deboli quali l’Italia e la Grecia, impone una meditazione di largo respiro. Proprio in questi giorni ho letto pagine veramente convincenti in proposito in uno scritto di una giovane studiosa, Elettra Stimilli, che titola in maniera significativa e, nel contempo, provocatoria, la sua ricerca, “Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo”, (Quodlibet, Macerata, 2011). Questo studio attraverso la mediazione delle fondamentali ricerche di M. Hudson, “Super Imperialism. The Origin and Fundamentals of  U.S. World Dominance”, London, Pluto Press, 2003, arriva a conclusion largamente condivisibili. Quando il testo ricordato recita: “…la finanza non è solo consustanziale alla produzione di beni e servizi, e quindi al mondo del lavoro in senso classico; attraverso il massiccio dirottamento del risparmio delle economie domestiche sui titoli azionari, si è piuttosto operata la piena sussunzione della vita di ognuno al mondo finanziario, che è precisamente ciò che ha reso possibile la conseguente trasfigurazione dell’indebitamento privato a  motore dell’economia mondiale”. (p. 78), finisce col delineare una prospettiva storico – teorica che ‘Inschibboleth’ ha già portato avanti da alcuni anni e che oggi viene ampiamente riconosciuta dagli opinionisti e dai filosofi politici contemporanei più accreditati (si legga in proposito un saggio molto perspicuo di Roberto Esposito, uscito su ‘La Repubblica’ nel corso dell’estate). 

Quello che ormai sta diventando sempre più evidente e che sta espropriando non solo la vita delle democrazie liberali – rappresentative dell’Occidente ma la vita di ciascuno di noi sta nella radicalizzazione operata dal super capitalismo finanziario; con i termini stessi del volume prima ricordato di Elettra Stimilli: “…gli azzardi del capitale non sono più stati separati nella forma del rischio imprenditoriale per l’innovazione, bensì, individualizzati, hanno coinciso con gli stessi rischi dei risparmiatori. La finanziarizzazione è, così, entrata propriamente nella vita di ognuno. E questo non solo nella forma del risparmio, del reddito futuro e della pensione; ma, quanto più si è acuita la sussunzione della vita alla finanza, tanto più la trasformazione dei rapporti sociali ha teso a favorire la concentrazione del rischio finanziario tra i più deboli, persino tra quelli che i risparmi non c’è l’hanno proprio. Che il rischio finanziario venga concentrato nelle fasce più povere della popolazione, è segno del fatto che la finanziarizzazione dell’economia funziona proprio sulla base dell’inclusione della stessa vita nella creazione del valore. Si tratta di un modello fortemente instabile, che si nutre della sua stessa instabilità”. (p. 79).

Sono affermazioni che si possono sottoscrivere completamente e che, dopo la fase della salvezza e della ricostruzione nazionale, non potranno non porre il problema del modello di sviluppo da costruire nel futuro e da rendere immune da tale costitutiva “instabilità”.    

Il compito del Partito Democratico (scelgo una formula che non può essere quella di una semplice riproposizione di un vacuo ed astratto dover essere) dovrà comportare, al di là del momento tattico (l’alleanza con forze eterogenee per la salvezza del tessuto nazional-istituzionale) anche una riflessione di ampio respiro sulla costruzione di un nuovo modello di sviluppo che sia in grado di emanciparsi dalla seduzione – ricatto finanziaria e dalla conseguente distruzione della vita degli individui che tale suggestione comporta necessariamente.

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