I risultati delle regionali e il populismo

di Elio Matassi

Nell’approfondire il risultato delle recenti elezioni regionali non si può comunque sottovalutare che si sia trattato di un grande successo del centrodestra e del blocco neopopulista e di una sconfitta senza appello per il centrosinistra. 

La perdita di regioni – chiave quali il Piemonte (nonostante l’alleanza elettorale stabilita con l’UDC) e del Lazio con l’aggravante della mancanza, per motivazioni giuridiche, della lista del PDL nel collegio di Roma e Provincia, fanno pendere la bilancia chiaramente dalla parte dell’attuale blocco neopopulista (la stragrande maggioranza del PDL e la Lega). Ancora una volta la classe dirigente del Partito Democratico ha mostrato, nella gestione della formazione delle candidature e delle liste, inaccettabili oscillazioni ed incertezze. Così esemplari sono stati quelli del Lazio e della Puglia. Per quanto concerne la regione Lazio la classe dirigente del partito Democratico si è dimostrata incapace di arrivare ad una scelta convincente, facendosi, di fatto, imporre la candidatura. In Puglia, con le primarie, il Partito Democratico, compiendo una scelta contro la rielezione del Presidente Vendola, ha provocato nella base, nella società civile un’autentica sollevazione. La netta vittoria di Vendola ha dimostrato in maniera in equivoca come il Partito non avesse affatto il polso della situazione.

Il dibattito ampio ed anche aspro che si è aperto all’interno del partito dopo le elezioni regionali, in particolare con la proposta di Romano Prodi di azzerare i vertici del partito, di rinunciare alle primarie e di formare un gruppo dirigente strettamente legato al territorio, formato dai vari segretari regionali, ha aperto spazi interessanti di discussione ma anche di confusione.

L’appello lanciato da taluni (in particolare da Massimo Cacciari) di sottrarsi in maniera definitiva all’incantamento – Berlusconi (con tutte le sue implicazioni regressive) e di ripartire da una nuova classe dirigente (I Renzi, Zingaretti, Pupparo, Serracchiani, Civita) contiene elementi di verità ma anche di ambiguità che non possono essere sottaciuti.

Una prospettiva pregiudiziale deve essere quella di un’attenta analisi del blocco politico – sociale neopopulista, al cui interno si sono verificate le prime crepe. Il dopo – elezioni è stato infatti caratterizzato dallo scontro duro, aperto tra Gianfranco Fini e coloro (un gruppo minoritario) che si riconoscono nella sua diagnosi, da una parte, e Silvio Berlusconi e la Lega, dall’altra. Da una parte una destra autenticamente europea, con una vocazione internazionale, un rispetto profondo dell’equilibrio nazionale e delle regole istituzionali, dal’altro una destra ‘estrema’, senza alcun disegno – progetto culturale, ossessionata dalla semplice amministrazione fattuale dell’oggi, dalla politique d’abord, insensibile ad una qualsiasi dimensione progettuale e futuribile. Sono stato colpito come, in alcuni dibattiti, il mentore della finiana Fondazione Fare Futuro, il Prof. Cambi di Perugia, sia stato osteggiato ed irriso. L’obiezione sostanziale che veniva costantemente sollevata da parte degli esponenti  più estremi dell’ala radicalmente neopopulista era la seguente: i progetti sono inutili e dannosi, la teoria deve essere riposta per sempre nel cassetto; l’unica certezza è rappresentata dal’esperienza diretta e concreta dell’amministrazione, dal legame imprescindibile con i due fattori mitici, il popolo e il territorio, tutto il resto non conta, deve essere messo da parte per sempre. L’unica teoria possibile, l’unica utopia futuribile è quella rappresentata dal legame strettissimo con le esigenze concrete del cosiddetto popolo. Una concezione aberrante, che di fatto rinuncia al futuro, alla costruzione progettuale, una concezione che rinuncia pregiudizialmente alla politica come formazione, come educazione, limitandosi ad accertare ed ad inseguire i sentimenti – istinti più regressivi del ‘popolo’, l’odio sociale, la mancanza di solidarietà, l’ostilità contro ogni dimensione anche tendenzialmente  istituzionale, il disprezzo per lo stato e per le ‘tasse’, percepite come iniquità da ricusare, l’odio per tutto ciò che è diverso, che non appartiene al territorio. L’exrtracomunitario viene percepito come un nemico virtuale, da emarginare e distruggere.  Questo nella retorica neopopulista; nei fatti, per esempio nella regione Veneto, la più estrema nell’abbracciare l’ideologia neopopulista, accadono delle contraddizioni evidenti. In tutti i concorsi pubblici concernenti gli ospedali per la categoria degli infermieri sono presenti solo gli extracomunitari che, in questo caso, vengono accettati (gli ospedali altrimenti non potrebbero neppure funzionare); una accettazione, comunque significativa, perché si tratta pur sempre di un ruolo subordinato e non più ambito dalla comunità endogena.

Cerco di penetrare al meglio le ragioni che si celano dietro l’atteggiamento neopopulistico: l’antipolitica, la crisi della democrazia rappresentativa, il recupero di quella partecipativa, nata in Grecia con la democrazia stessa e progressivamente offuscatasi. Ovviamente il neopopulismo cavalca la tigre dell’antipolitica in nome degli interessi del cosiddetto e mitizzato ‘popolo’ e, in tal modo, ne tradisce, svilendoli al grado più basso, gli orientamenti – atteggiamenti. Un problema che si sta sempre più coniugando con quello relativo all’unità d’Italia. 

In un recentissimo dibattito, “la dis –Unità d’Italia”, che ha visto protagonisti alcuni dei massimi politologi della sinistra, Nerio Nesi, Gianni Oliva, Giorgio Ruffolo, Massimo L. Salvadori, pubblicato nel N. 103 di “Lettera Internazionale” e la cui occasione è stata fornita da un recente volume di Giorgio Ruffolo, “Un paese troppo lungo”, con un sottotitolo drammatico, “L’unità nazionale in pericolo”, uscito nel 2009, mi hanno molto colpito le considerazioni di Massimo L. Salvadori: “Nel corso della sua storia, lo Stato unitario si è spezzato una volta, tra il 1943 e il 1945; orbene, salvo naturalmente sviluppi quanto mai improbabili  e imprevedibili, la minaccia che grava sul nostro paese non è la secessione in senso proprio: è invece lo scollamento delle sue varie parti e lo sprofondamento dell’insieme causato da un deterioramento culturale, civile, sociale ed economico ormai chiaramente delineatosi. Ne è segno anzitutto l’incapacità di elaborare e mettere in atto una strategia di fuoriuscita dalla crisi nazionale da parte delle forze politiche che, in conseguenza di ciò, alimentano nella società una crescente indifferenza nei confronti della politica, che si esprime in stanchezza, sfiducia, e perfino in aperta ostilità. E infatti stiamo vivendo una profonda crisi di fiducia nelle forze sia di governo sia di opposizione che rappresentano questo nostro popolo sovrano”. L’analisi di Salvadori mi sembra molto sottile: l’antipolitica, il neopopulismo non sono la premessa della crisi dell’unità d’Italia ma l’effetto o, almeno, sussiste un rapporto biunivoco fra questi due fattori. Salvadori offre anche una ricostruzione attendibile dell’unità d’Italia e di personaggi come Cavour, Mazzini, Cattaneo, Garibaldi, uomini che avevano visioni, culture, politiche, strategie, obiettivi opposti: “Si rese subito visibile l’unità che produceva disunità. E siffatto rapporto tra unità e disunità, rinnovatosi nel tempo ed in relazione a nuovi problemi, non sarebbe finito più, tanto che noi ci troviamo ancora oggi a dover  fare i conti con le sue implicazioni “. Un’analisi impietosa ma plausibile che ritrova una verifica esemplare nei sistemi politici ‘bloccati’ che si sono succeduti dopo l’unità – disunità, prima i liberali, poi i fascisti, in seguito il blocco democristiano e, nel presente, quello neopopulista. Vi è una continuità nel sistema politica italiano, sostanzialmente bloccato, privo di un’opposizione credibile e la crisi dell’unità che è nata, idealmente, contestualmente alla stessa creazione dell’unità. Non si tratta di un paradosso ma di un’interpretazione storica ben fondata.

Del resto quello che si sta verificando nell’attuale fase politica con l’affacciarsi nel sud di un leghismo di stampo meridionale, le cui chiare avvisaglie si possono rintracciare in Sicilia e nell’esperienza di Raffaele Lombardo, il quale, nel caso in cui riuscisse ad affermarsi, unendosi al leghismo settentrionale, potrebbe aprire la strada ad un ulteriore indebolimento della nostra già fragile unità nazionale.

L’unica fortuna è quella di trovarsi nell’Unione Europea con l’augurio che tale appartenenza possa essere d’ausilio

Il Partito Democratico si trova, in ultima analisi, dinanzi a questa sfida storica, riuscire a difendere l’unità nazionale contro il blocco neopopulista, anche entrando dentro le contraddizioni che stanno emergendo all’interno dello stesso, lo scontro Berlusconi – Fini. Come sostiene in maniera del tutto legittima Giorgio Ruffolo bisogna tornare allo spirito del Risorgimento, che fu un movimento essenzialmente europeista e pacifico. Mazzini parlava di “Giovine Italia”, ma anche di “Giovine Europa”. Il Fascismo fu invece un movimento aggressivo che occultò di fatto il Risorgimento, svolgendo un’azione del tutto simile, nell’attuale fase politica, a quella che sta compiendo il blocco neopopulista.

Il compito supremo del Partito Democratico deve essere quello di tornare allo spirito del Risorgimento per difendere la fragile unità d’Italia, minacciata seriamente dall’azione politica del blocco neopopulista.

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